Cari amici, questa mattina Papa Leone XIV lascia Gran Canaria e raggiunge Tenerife per l’ultima giornata del suo quarto viaggio apostolico in Spagna. Il programma è breve, quasi essenziale: incontro con i migranti nel centro Las Raíces, incontro con le realtà di integrazione in Plaza del Cristo de La Laguna, Santa Messa nel porto di Santa Cruz de Tenerife, cerimonia di congedo e rientro a Roma.

Dopo Madrid, Barcellona e Gran Canaria, oggi il viaggio arriva alla sua soglia più esigente.

Madrid ha mostrato una Spagna cattolica viva, capace di riempire piazze, stadi e strade, smentendo con i fatti quella narrazione comoda che immagina l’Europa ormai definitivamente scristianizzata. Barcellona ha rivelato che sotto la cenere della secolarizzazione resta ancora un fuoco cristiano, riacceso davanti alla Croce luminosa della Sagrada Família. Gran Canaria ha portato il Papa davanti al mare, alle rotte migratorie, alla corona di fiori deposta per chi non è arrivato, alla Croce costruita con il legno di un cayuco.

Tenerife, oggi, raccoglie tutto questo e lo consegna a una domanda più seria: che cosa diventa la fede quando incontra la carne ferita della storia?

Il centro Las Raíces non sarà un luogo qualsiasi. Lì il Papa incontrerà persone che non sono statistiche, non sono flussi, non sono slogan da usare nelle campagne elettorali. Sono uomini e donne arrivati dopo viaggi durissimi, spesso segnati da paura, sfruttamento, attesa, spaesamento. La parola “migrazione”, lì, perde la patina astratta e torna a essere ciò che è: volto, nome, corpo, memoria, ferita, speranza.

Subito dopo, in Plaza del Cristo de La Laguna, il tema si allargherà all’integrazione. È qui che si capisce la differenza tra una retorica dell’accoglienza e una vera visione cristiana. Accogliere non significa soltanto aprire una porta nell’emergenza. Significa accompagnare una persona perché possa rialzarsi, ritrovare dignità, inserirsi in una comunità, imparare una lingua, costruire legami, lavorare, vivere senza restare per sempre ai margini. La Chiesa non può limitarsi al primo gesto, anche se il primo gesto resta necessario. La carità cristiana non distribuisce soltanto aiuti: rimette in piedi.

La Messa nel porto di Santa Cruz de Tenerife sarà il segno conclusivo più forte. Dopo le basiliche, gli stadi, le luci della Sagrada Família e le folle commosse, il viaggio si chiude in un porto. Non è un dettaglio logistico. È quasi una parabola. Il porto è il luogo degli arrivi e delle partenze, delle attese e dei distacchi, dei commerci e dei naufragi, della speranza e della paura. È un confine che non resta fermo, perché il mare lo muove sempre. Là il Papa celebrerà l’Eucaristia, e l’Eucaristia dirà ancora una volta che Cristo non si lascia rinchiudere nei luoghi comodi della devozione. Cristo passa dove l’uomo soffre.

In questi giorni Leone XIV ha liberato il tema migratorio dalle gabbie politiche. Non lo ha consegnato alla sinistra come bandiera umanitaria, né alla destra come problema da respingere. Lo ha riportato davanti alla Croce. E davanti alla Croce cadono molte frasi fatte. Cadono l’accoglienza senza discernimento, la chiusura senza Vangelo, il sentimentalismo che non costruisce futuro, la paura che dimentica la dignità, la propaganda che usa i poveri per vincere consenso.

La dottrina cattolica tiene insieme ciò che la politica ama separare: la dignità di ogni persona, la responsabilità degli Stati, il diritto a cercare rifugio, il diritto a non dover migrare, la lotta contro i trafficanti, l’integrazione reale, la giustizia verso i Paesi di origine. È più difficile da spiegare in televisione, quindi di solito viene ignorata. La realtà, come sempre, ha il pessimo gusto di essere più complessa degli slogan.

Oggi, nell’ultima giornata del viaggio, Leone XIV sembra portarci proprio qui: davanti alla necessità di alzare lo sguardo senza distoglierlo dai feriti della storia. Il motto “Alzad la mirada” non significa guardare in alto per fuggire dalla terra. Significa guardare più in profondità, vedere Cristo là dove la superficie mostra soltanto problema, disagio, paura o fastidio.

La Spagna ha mostrato al Papa il suo volto cattolico, popolare, giovane e ancora sorprendentemente vivo. Il Papa, ora, mostra alla Spagna e all’Europa il volto di Cristo nei migranti, nei poveri, negli sradicati, in coloro che arrivano dal mare portando con sé una domanda che non si può archiviare.

Che cosa resta della nostra fede, se non diventa prossimità? Che cosa resta dell’Europa cristiana, se conserva le cattedrali e smarrisce il fratello? Che cosa resta della Croce, se la contempliamo illuminata sulle guglie e non la riconosciamo nel legno povero delle barche?

Oggi il viaggio apostolico non si chiude con un trionfo. Si chiude con un esame di coscienza. E forse è proprio questo il suo frutto più evangelico.

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