
Dopo l’incontro con i migranti nel centro “Las Raíces”, Papa Leone XIV si è recato in Plaza del Cristo de La Laguna, nel cuore di San Cristóbal de La Laguna, per incontrare le realtà impegnate nell’integrazione dei migranti. È stata una tappa diversa da quella del porto di Arguineguín. Là il mare, la corona di fiori e la croce costruita con il legno di un cayuco avevano riportato tutti davanti alla memoria dei morti e alla ferita aperta delle traversate. A Tenerife, il Papa ha condotto lo sguardo oltre il primo approdo, verso ciò che accade dopo: la vita da ricostruire, la lingua da imparare, il lavoro da cercare, la comunità da abitare, la dignità da far rifiorire.
Il saluto iniziale del vescovo locale ha dato subito la chiave dell’incontro. San Cristóbal de La Laguna è stata ricordata come una città nata senza mura, una città aperta, quasi un simbolo di ciò che anche la Chiesa è chiamata a essere. Le barriere più difficili da abbattere, infatti, non sono sempre quelle di pietra. Spesso stanno nello sguardo, nella paura, nell’indifferenza, nella tendenza a trasformare il volto dell’altro in un problema da amministrare. Il vescovo ha presentato il lavoro della Chiesa diocesana non come semplice assistenza, bensì come cammino di accoglienza, protezione, promozione e integrazione, insistendo sul passaggio da una pastorale “per” i migranti a una pastorale “con” i migranti, nella quale chi arriva non resta destinatario passivo, diventa soggetto vivo della comunità.
Le testimonianze hanno dato carne a questa visione. Padre Darwin, sacerdote venezuelano migrante da sette anni nella diocesi, ha raccontato il suo ministero nell’isola di El Hierro, insieme ad altri sacerdoti, a contatto con i fratelli africani che arrivano dal mare. Le sue parole hanno mostrato una Chiesa povera di mezzi e ricca di disponibilità, capace di domandarsi, nei momenti più difficili, che cosa farebbe il Signore davanti a quella sofferenza. In chi arriva, ha detto, occorre scoprire la carne sofferente di Cristo. Non è una frase da appendere in sacrestia per sentirsi buoni; è un criterio di giudizio sulla fede.
Poi ha parlato un giovane del Senegal. Ha raccontato l’arrivo da solo, senza famiglia, con il desiderio di ricominciare. Nella fondazione che lo ha accolto non ha trovato soltanto un tetto e del cibo, ha trovato rispetto, pazienza, qualcuno che gli ha detto: tu vali, tu puoi. Ha imparato lo spagnolo, ha partecipato a percorsi di cucina, agricoltura, falegnameria, riparazioni, cucito e formazione. Il suo impegno è stato semplice e luminoso: restituire ciò che ha ricevuto, lavorare con onestà, studiare con impegno, aiutare la propria famiglia. Qui l’integrazione smette di essere parola burocratica e diventa volto.
Jalid, dal Marocco, ha raccontato il viaggio in patera, il primo tentativo segnato dalla morte di venti persone, il padre che lo aveva abbracciato piangendo dopo aver sognato il naufragio, poi il secondo viaggio, l’arrivo a Tenerife e l’incontro con la Fondazione Don Bosco. Lì ha trovato una seconda famiglia, ha imparato lo spagnolo, ha ricevuto formazione, ha ottenuto un precontratto, ha cominciato a lavorare. Oggi è impiegato in un collegio salesiano, nel servizio di manutenzione e come monitor del comedor escolar. Il suo racconto dice una cosa semplice: salvare una persona non significa soltanto impedirle di morire. Significa aiutarla a vivere.
Talia, colombiana, ha offerto un’altra immagine ancora. Arrivata in Spagna con sogni e speranze, si è trovata presto senza un tetto. Attraverso alcune fondazioni, poi attraverso Cáritas, ha ricevuto accoglienza, accompagnamento, formazione, sostegno. Oggi è volontaria Caritas. Questo passaggio è decisivo: chi è stato aiutato diventa a sua volta ponte per altri. La carità ricevuta, quando è vera, non crea dipendenza sterile. Genera responsabilità, gratitudine, servizio. Il Vangelo, quando funziona, non lascia la gente seduta a fare la comparsa del proprio dolore.
Nel suo discorso, Leone XIV ha raccolto tutto questo dentro un’immagine molto forte. Ha ricordato che La Laguna è una città senza mura, e ha aggiunto che anche il cuore deve imparare ad allargarsi. Ha parlato del linguaggio della vicinanza, un linguaggio che si comprende più con le mani che con le parole. Il riferimento alla scrittura tattile è stato particolarmente bello: come la parola può aprirsi una strada attraverso il contatto, così la carità cristiana impara a leggere le ferite degli altri toccandole con rispetto, prossimità e pazienza.
Il Papa ha poi indicato il cuore dell’integrazione cristiana. Accogliere apre la porta. Integrare aiuta a varcare la soglia. L’assistenza mette balsamo sulla ferita. L’integrazione ricostruisce il futuro. In poche frasi è stata superata tanta retorica stanca sul tema migratorio. L’accoglienza non può limitarsi al primo soccorso. Una persona può essere salva dal mare e poi naufragare nella solitudine di una città dove non conosce la lingua, non ha legami, non trova lavoro, non si sente parte di nulla. Questo è il secondo naufragio, più silenzioso e meno fotografato, quindi molto meno utile ai professionisti dell’emozione pubblica.
Leone XIV ha chiarito anche un punto che spesso viene dimenticato. Integrare non significa cancellare la storia di chi arriva. Non significa chiedergli di lasciare dietro di sé memoria, cultura, lingua, affetti. Significa entrare in una relazione reciproca. Chi arriva è chiamato ad aprirsi con fiducia alla comunità che lo accoglie, imparare la lingua, rispettare le leggi, conoscere le consuetudini, partecipare alla vita comune, offrire i propri doni. Chi accoglie è chiamato ad allargare la casa senza perdere la propria identità. L’integrazione vera non produce mondi paralleli. Produce appartenenza.
Qui emerge uno dei passaggi più cattolici del discorso. Il Papa ha ricordato che chi arriva nelle parrocchie ha bisogno di pane, tetto, lingua, lavoro e protezione. Ha anche bisogno di trovare una comunità capace di offrire Cristo, con rispetto e umiltà, senza imposizione e senza vergogna. La Chiesa non è una struttura sociale con qualche canto religioso messo a fine programma per dare atmosfera. La Chiesa serve perché crede. Accoglie perché riconosce Cristo. Integra perché sa che ogni persona è creata a immagine di Dio e chiamata a una vita piena. Evangelizzare, in questo contesto, non significa strumentalizzare la povertà. Significa condividere il tesoro che sostiene la carità.
Il Papa ha avuto parole durissime anche per chi sfrutta la disperazione: trafficanti, reti criminali, sfruttatori, chi trattiene documenti, chi minaccia donne, chi inganna famiglie, chi trasforma la vulnerabilità in affare. Ha chiesto conversione, restituzione, riparazione. Questo linguaggio non è sentimentale. È evangelico. La misericordia non assolve il male mentre continua a produrlo. Chi commercia con il dolore dei poveri deve sapere che le lacrime e il sangue arrivano davanti a Dio.
Alla fine, dopo la benedizione, è arrivato un momento inatteso e commovente. La comunità peruviana di Tenerife ha offerto al Papa un canto della propria terra, presentandolo con affetto come “papa peruano”. Hanno intonato Esta es mi tierra, di Augusto Polo Campos, portando nella piazza il sapore del Perù, la memoria di una patria amata, la gratitudine di un popolo che si riconosce nel Successore di Pietro. È stato un finale bellissimo, perché ha mostrato ciò che l’integrazione cristiana può essere: non cancellazione delle radici, bensì comunione dei doni.
A Tenerife Leone XIV ha mostrato che accogliere è necessario, proteggere è urgente, integrare è decisivo. Il migrante non è una cifra, un’emergenza, una bandiera politica, un corpo da assistere e poi dimenticare. È una persona che porta una storia, una ferita, una speranza, un dono. La Chiesa lo incontra nel nome di Cristo, gli tende la mano, lo aiuta a rialzarsi, gli offre una casa, gli annuncia il Vangelo, riceve da lui nuova vita.
Il primo naufragio avviene nel mare. Il secondo può avvenire sulla terra, quando chi è arrivato resta solo, invisibile, inutilizzato, sospeso. A La Laguna il Papa ha chiesto alla Chiesa e alla società di impedire questo secondo naufragio. Ed è forse qui che la parola integrazione ha ritrovato il suo senso più vero: aiutare una persona non solo a sopravvivere, ma a diventare parte viva di una comunità, capace un giorno di dire, come chi ha testimoniato davanti al Papa: sono stato accolto, ora posso restituire.
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