La carità cristiana non assiste soltanto: rialza, integra e restituisce futuro

Dopo una giornata intensissima alle Canarie, segnata dall’incontro con le realtà di accoglienza dei migranti al porto di Arguineguín e dall’incontro con il clero, i diaconi, i seminaristi, i religiosi e le religiose nella Cattedrale di Santa Ana, Papa Leone XIV ha celebrato la Santa Messa allo stadio Gran Canaria, gremito di fedeli.

È stata la conclusione liturgica e spirituale di un percorso molto denso. Al porto, il Papa aveva sostato davanti al mare, alle vite salvate e a quelle perdute, benedicendo una Croce costruita con il legno di un cayuco. In cattedrale aveva indicato alla Chiesa canaria la rotta della Croce e dell’Eucaristia. Allo stadio, nella vigilia della solennità del Sacro Cuore di Gesù, ha portato tutto dentro il mistero del Cuore del Salvatore.

Fin dall’inizio dell’omelia, Leone XIV ha collocato sull’altare l’intera giornata: il bene compiuto ogni giorno in questa terra, l’impegno di tanti, le sofferenze di cui le Canarie sono testimoni, e in modo particolare i fratelli e le sorelle che hanno perso la vita in mare. “Tutto lo portiamo all’altare insieme con il pane e il vino”, ha detto il Papa, introducendo la celebrazione nella luce del Sacro Cuore di Gesù, al quale tutta la Spagna è consacrata.

Il dolore non resta fuori dalla Messa. Le vittime del mare non restano fuori dall’altare. Le fatiche dei soccorritori, dei volontari, delle comunità cristiane, dei migranti e delle famiglie ferite vengono portate dentro il sacrificio eucaristico. La Chiesa non trasforma la sofferenza in spettacolo emotivo. La consegna a Cristo.

Il Papa ha chiesto che siano vivi nei fedeli “gli stessi sentimenti di umanità, misericordia e compassione del Cuore del Salvatore”. Qui sta il centro dell’omelia. Dopo aver parlato di migranti, di accoglienza, di frontiere, di clero, di missione e di Eucaristia, Leone XIV riconduce tutto alla sorgente: il Cuore di Cristo.

La prima lettura ha offerto al Papa il punto di partenza. Dio ricorda a Israele la gratuità del suo amore. Non lo ha scelto per privilegi, meriti o grandezza. Lo ha amato per puro amore. È questa gratuità divina a fondare la vocazione cristiana alla carità. Il Papa ha detto con chiarezza che l’amore cristiano non nasce dal calcolo, non si riduce al sentimento, non coincide con una semplice filantropia. È una forza che invade tutta la persona: “fuoco per l’anima, luce per la mente, impulso irresistibile per la libertà, pace e al tempo stesso tormento per il cuore”.

Qui Leone XIV evita ogni riduzione del cristianesimo a generosità civile. La carità cristiana nasce da Dio, passa attraverso il Cuore di Cristo e coinvolge tutto l’uomo. È luce per pensare, forza per scegliere, pace per abitare la storia, inquietudine santa davanti al dolore degli altri.

Per questo il Papa ha richiamato il magistero di Papa Francesco sul Cuore di Cristo, ricordando che la risposta migliore all’amore del Signore è l’amore ai fratelli. “Non c’è gesto maggiore che possiamo offrirgli per restituire amore per amore.” È il grande scambio della vita cristiana: ricevere l’amore di Cristo e restituirlo nei fratelli, specialmente in coloro che non possono ricambiare.

Qui il legame con le Canarie è immediato. In questa terra, segnata dall’arrivo dei migranti e dalle ferite di chi cerca vita attraversando il mare, l’amore cristiano non può rimanere una bella parola da omelia. Deve diventare accoglienza, condivisione, servizio disinteressato. La carità del Cuore di Cristo spinge verso chi è più fragile, verso chi arriva senza nulla, verso chi non ha forza, voce, protezione o possibilità di restituire.

Il Papa, però, ha compiuto un passaggio decisivo. Ha detto che la gratuità del Cuore di Cristo non si ferma al primo aiuto. Va oltre. Aiuta ciascuno “non solo a sopravvivere, ma anche a recuperare la fiducia e riprendere il cammino per crescere e fiorire pienamente nella propria unicità per il bene di tutti”.

La carità cristiana non si limita a soccorrere. Rialza. Non si accontenta di assistere. Integra. Non tratta la persona come destinataria passiva di aiuto. La accompagna a ritrovare fiducia, libertà, dignità e responsabilità. È una visione molto cattolica, molto completa, molto lontana sia dall’indifferenza sia dall’assistenzialismo.

Leone XIV lo ha detto in modo esplicito: “La nostra carità non deve essere mero assistenzialismo, ma integrare le persone per la loro piena realizzazione spirituale, intellettuale e fisica e il loro inserimento degno e costruttivo nella comunità.”

Qui il Papa consegna una correzione importante al modo con cui spesso si parla di accoglienza. Aiutare una persona non significa soltanto proteggerla nell’emergenza. Significa accompagnarla perché possa alzarsi, camminare, inserirsi, contribuire, ritrovare il proprio posto nella comunità. L’accoglienza cristiana non crea dipendenza. Genera vita. Non si ferma al bisogno immediato. Apre un futuro.

Anche questo passaggio illumina tutta la giornata. Al porto, Leone XIV aveva parlato dei migranti come persone, non come numeri o fascicoli. Aveva denunciato le mafie e le false promesse dei trafficanti. Aveva parlato del diritto a cercare rifugio e del diritto a non dover migrare. Ora, allo stadio, completa la visione: la carità cristiana accoglie, protegge, accompagna e integra. L’uomo non deve solo sopravvivere. Deve poter vivere in pienezza.

La seconda lettura, tratta da san Giovanni, ha permesso al Papa di richiamare la vita che Dio dona nel Figlio. Cristo è venuto perché abbiamo la vita, e la vita in abbondanza. Leone XIV ha collegato questo annuncio evangelico all’ordine dato da Gesù al paralitico guarito: “Alzati, prendi la tua barella e cammina”. In questa parola il Papa ha visto la dinamica della carità cristiana: abbracciare maternamente chi soffre e, nello stesso tempo, prepararlo e incoraggiarlo perché si rialzi e torni a camminare verso una vita libera e dignitosa.

È un equilibrio prezioso. La Chiesa non lascia a terra chi soffre. Non lo rimprovera da lontano, come fanno certi moralisti da balcone, categoria umana sempre abbondante e mai richiesta. La Chiesa si china, abbraccia, consola, porta. Nello stesso tempo non imprigiona l’altro nella sua ferita. Lo aiuta a rialzarsi. Lo accompagna a una libertà più piena.

Poi il Papa si è fermato sull’umiltà del Cuore di Cristo. Ha detto che il Cuore di Gesù è umile e proprio per questo non ne sentono i battiti i dotti e i sapienti che presumono di bastare a se stessi, di sapere tutto, di non aver bisogno né di Dio né degli altri. Leone XIV ha parlato di un io “ampolloso, onnipresente e agitato”, incapace del silenzio necessario per ascoltare in sé e nei fratelli il battito nascosto dell’amore.

Questa è una parola molto attuale. Una società ricca e rumorosa rischia di diventare cieca. La ricchezza può far credere che la felicità consista nel poter prescindere dagli altri. Gesù insegna il contrario. Per gustare la vera gioia della vita, che risiede nell’amore, occorre scendere dai piedistalli dell’arroganza e incontrarsi nell’umiltà.

Il Papa ha citato sant’Agostino: “Dove c’è la carità c’è la pace e dove c’è l’umiltà lì c’è la carità.” Poi ha aggiunto che solo nell’umiltà conosciamo realmente chi siamo, e quindi possiamo amarci, incontrarci, donarci e perdonarci nella verità.

Anche qui la riflessione non resta spirituale in senso vago. Tocca la vita concreta: le relazioni, le comunità, la Chiesa, la società, l’Europa, le Canarie, il rapporto con i poveri, con i migranti, con chi soffre. L’arroganza divide. L’umiltà rende possibile la pace. La carità senza umiltà diventa paternalismo. L’accoglienza senza umiltà diventa esibizione morale. La dottrina senza umiltà diventa durezza. L’umiltà del Cuore di Cristo salva anche il nostro modo di fare il bene.

Nella conclusione, Leone XIV ha invitato i fedeli a contemplare il Sacro Cuore di Gesù, spesso rappresentato coronato di spine e acceso da una fiamma, secondo le visioni di santa Margherita Maria Alacoque. Ha ricordato che noi siamo la presenza viva del Signore nel mondo e ha chiesto di guardarsi sempre “con rispetto e fiducia”, rinnovando l’impegno a realizzare nella carità ciò che manca ai patimenti di Cristo a favore della Chiesa.

La conclusione è stata un invito alla missione della pace: “Accesi dalla carità del suo Cuore, siamo portatori della sua misericordia e della sua pace, perché nel mondo cessino le guerre e cresca attorno a noi una nuova umanità riconciliata nell’amore.”

Il vescovo, nel saluto finale, ha ringraziato il Papa per una giornata definita storica. Ha ricordato la presenza del Cristo di Telde e di Nostra Signora del Pino, segni amatissimi della fede canaria, e ha detto che questa Eucaristia resterà impressa nella memoria spirituale del popolo. Ha ringraziato Leone XIV per la sua vicinanza, per la parola illuminante, per l’invito a camminare come Chiesa sinodale, aperta, missionaria e misericordiosa. Poi, con una nota affettuosa e molto spagnola, ha concluso dicendo: “Papà Leon, ti vogliamo molto bene.” E tutto lo stadio è esploso di giubilo, unendosi alla dichiarazione di amore del loro vescovo gridando ad una sola voce il nome “Leone”.

Ancora una volta la numerosissima partecipazione di fedeli ha reso palese che il viaggio apostolico in Spagna non è stato un semplice evento istituzionale. Ha fatto emergere un popolo. Una fede viva. Un desiderio di Dio forse nascosto sotto la stanchezza, la secolarizzazione, le ferite sociali e le contraddizioni del nostro tempo.

Alle Canarie, la giornata si è chiusa nel segno del Sacro Cuore. Ed è giusto che sia così. Il mare aveva mostrato le ferite dell’umanità. La cattedrale aveva indicato alla Chiesa la rotta della Croce e dell’Eucaristia. Lo stadio ha rivelato la sorgente di tutto: il Cuore di Cristo, umile, fedele, ardente, trafitto e vivo.

Senza questo Cuore, l’accoglienza diventa politica. La carità diventa assistenza. La pace diventa slogan. La missione diventa organizzazione.

Con questo Cuore, l’uomo ferito viene rialzato. Il povero viene riconosciuto. Il migrante viene accompagnato. La Chiesa ritrova la sua anima. Il mondo intravede una possibilità di riconciliazione.

Alle Canarie, Leone XIV ha chiuso la giornata ricordando che la vera carità non nasce da un’emozione passeggera. Nasce dal Cuore trafitto di Cristo. E solo ciò che nasce da quel Cuore può davvero guarire il cuore del mondo.

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