L’Eurovision di quest’anno lascia sul tavolo un dato interessante, forse più culturale che musicale. Israele, dato da molti come presenza inadatta, contestata, respinta, accompagnata da proteste e boicottaggi, è arrivato secondo. L’Italia di Sal Da Vinci, con una canzone semplice, popolare, costruita attorno a immagini di amore, promessa, sposa, casa e fedeltà, è arrivata quinta. La Bulgaria ha vinto, naturalmente, e questo resta il dato ufficiale della gara. Eppure, dietro la classifica, sembra affacciarsi qualcosa che merita attenzione.

Da anni una certa cultura progressista si comporta come se avesse ricevuto il mandato di rieducare i popoli. Non propone soltanto idee. Pretende di stabilire quali emozioni siano lecite, quali simboli siano accettabili, quali parole siano presentabili, quali cause vadano applaudite, quali presenze vadano isolate. Tutto viene accompagnato da un tono moralmente superiore, quasi sacerdotale, con la differenza che almeno i sacerdoti veri sanno di dover rendere conto a Dio, mentre certi nuovi catechisti dell’opinione pubblica sembrano dover rendere conto solo al comitato editoriale del giorno.

Questa è la presunzione pedagogica del nostro tempo: credere che il popolo debba essere guidato, corretto, accompagnato, istruito, fino a desiderare spontaneamente ciò che altri hanno deciso essere il bene culturale del momento. Si chiama libertà, naturalmente. Una libertà molto curiosa, nella quale si può pensare tutto, purché si pensi nel modo giusto; si può votare liberamente, purché il voto confermi la sensibilità dominante; si può amare la diversità, purché non si osi divergere dal pensiero che si autoproclama inclusivo.

Il caso di Israele è emblematico. Non si tratta qui di trasformare una canzone in un giudizio complessivo sulla situazione internazionale, né di ridurre una tragedia storica e politica a una classifica musicale. Sarebbe scorretto e anche abbastanza infantile, il che spiega perché qualcuno potrebbe farlo con entusiasmo. Il punto è un altro. In un clima nel quale la partecipazione israeliana era stata presentata da molti come insopportabile, il pubblico europeo non ha seguito in modo compatto quella pressione. Ha votato. E quel voto ha mostrato che tra l’Europa delle redazioni, dei manifesti, degli appelli, delle campagne e l’Europa reale può esserci una distanza.

Anche il quinto posto di Sal Da Vinci ha un suo significato. Una canzone che molti potevano liquidare come tradizionale, melodica, perfino nostalgica, è arrivata molto in alto. Non ha vinto, e non occorre farne un vessillo. Resta il fatto che un linguaggio semplice, popolare, riconoscibile, fondato su immagini elementari dell’umano, non è stato respinto. In un contesto abituato a premiare l’ambiguità, la rottura, la decostruzione e la provocazione, una proposta così lineare è stata accolta da molti con favore. Anche questo dice qualcosa. Dice che la normalità, quando viene oscurata abbastanza a lungo, può tornare a sorprendere.

La presunzione pedagogica si incrina proprio qui. Chi pretende di educare il gusto collettivo dall’alto scopre che il popolo conserva una memoria propria. Magari confusa, intermittente, incapace di esprimersi in categorie dottrinali o filosofiche. Eppure reale. Il popolo può essere influenzato, certo. Può essere sedotto, manipolato, stordito da anni di narrazioni martellanti. Eppure non sempre obbedisce. A volte reagisce, vota diversamente, riconosce ciò che gli è stato detto di considerare superato. A volte mostra simpatia per chi doveva essere isolato.

Questo non significa che l’Europa sia guarita. Magari bastasse una serata televisiva per sanare decenni di confusione culturale. Sarebbe comodo: tre minuti di canzone, luci accese, civiltà ricostruita. Purtroppo la realtà, perfida creatura, è più seria. Significa però che la cultura dominante non possiede totalmente l’anima dei popoli. Può occupare il linguaggio pubblico, può orientare i media, può costruire cornici interpretative, può decidere chi debba essere applaudito e chi debba essere guardato con sospetto. Non può impedire del tutto che, prima o poi, qualcosa sfugga.

Forse questo Eurovision ci lascia proprio questa lezione: i popoli non sono sempre dove l’intellighenzia progressista pretende di collocarli. Non coincidono automaticamente con gli editoriali, con le campagne, con gli slogan, con le indignazioni selettive. A volte sono più semplici, più contraddittori, più liberi. A volte, perfino, più sani di chi vorrebbe curarli senza aver mai capito davvero di che cosa soffrono.

La presunzione pedagogica vorrebbe un popolo educato a rispondere correttamente. La realtà mostra un popolo che, almeno qualche volta, risponde in modo imprevisto. E in tempi di conformismo travestito da liberazione, anche questo piccolo imprevisto può diventare un segno.

Posted in

Lascia un commento