Seguendo in questi mesi le catechesi con cui Leone XIV sta rileggendo Sacrosanctum Concilium, mi era sembrato che la 76ª Settimana Liturgica Nazionale di Catania potesse rappresentare un passaggio interessante. Il tema scelto, «Una Chiesa che genera. Liturgia e Iniziazione cristiana», pone infatti una domanda che riguarda molto da vicino la vita delle nostre comunità: quale rapporto esiste tra ciò che celebriamo e il cristiano che progressivamente diventiamo?

Il messaggio fatto giungere dal Papa ai partecipanti permette ora di comprendere meglio la direzione di questo percorso.

Leone XIV parte dall’iniziazione cristiana, riprendendo quanto aveva già detto ai vescovi italiani il 28 maggio scorso. In quell’occasione l’aveva definita il «grembo» nel quale una comunità genera alla fede e introduce nella vita pasquale. Aveva anche invitato a considerare il Battesimo dentro l’intero cammino di una Chiesa che «crede, celebra, accompagna, genera».

È una prospettiva che sposta l’attenzione dalla sola preparazione alla celebrazione dei sacramenti alla vita che da essi nasce.

Il messaggio destinato alla Settimana Liturgica colloca precisamente qui il ruolo della liturgia: essa è uno dei luoghi nei quali il credente viene progressivamente introdotto nel mistero di Cristo e la sua esistenza viene trasformata.

A mio avviso, questo è uno dei punti più fecondi dell’intero percorso che stiamo seguendo.

Siamo abituati a parlare della formazione liturgica pensando anzitutto a ciò che occorre spiegare ai fedeli: conoscere la Messa, comprenderne le parti, imparare il significato dei simboli, preparare adeguatamente chi riceverà un sacramento. Tutto questo conserva il proprio valore. Leone XIV sta richiamando una dimensione ancora più profonda: esiste una formazione alla liturgia ed esiste una formazione che avviene attraverso la liturgia.

Il cristiano viene formato anche celebrando. Il Papa lo aveva detto con particolare chiarezza nella catechesi del 3 giugno: «Il rito dà forma all’azione liturgica e, attraverso di essa, alla nostra vita». Attraverso il rito, spiegava, veniamo formati all’ascolto della Parola di Dio, all’adorazione e alla comunione ecclesiale.

La liturgia possiede dunque una capacità formativa propria. Ci insegna a stare davanti a Dio, ad ascoltare una Parola che non abbiamo scelto, a pregare con parole ricevute dalla Chiesa e ad assumere gesti che appartengono a un corpo più grande di noi. Poco alla volta impariamo che al centro dell’azione liturgica non ci siamo noi.

È precisamente qui che ritorna il tema del rito sul quale Leone XIV aveva insistito nella stessa catechesi.

I riti, ha affermato, «non sono un rivestimento esteriore del mistero sacramentale», perché costituiscono «la mediazione ecclesiale attraverso cui il dono divino ci raggiunge».

Se il rito fosse soltanto il contenitore esterno di qualcosa di più importante, potremmo continuamente modellarlo secondo la sensibilità del celebrante o dell’assemblea. Se appartiene invece alla modalità ecclesiale attraverso cui riceviamo il dono, la sua forma acquista un significato differente. Il rito ci precede e ci introduce in qualcosa che non abbiamo prodotto noi.

Leone XIV ha osservato anche che la sequenza dei gesti e delle preghiere liturgiche può «contrastare con la nostra tendenza individuale alla spontaneità». Non considera questa caratteristica un limite. Proprio la «sobria solennità» del rito interrompe la frenesia delle nostre attività e ci riconduce all’essenziale.

Questa osservazione aiuta a comprendere anche il richiamo alla fedeltà ai riti che attraversa il magistero liturgico del Papa di questi mesi e ritorna nella riflessione consegnata alla Settimana di Catania.

La fedeltà liturgica non nasce dalla paura di sbagliare una rubrica. Nasce dalla consapevolezza che la celebrazione appartiene alla Chiesa prima di appartenere a chi la presiede.

Anche la actuosa participatio desiderata dal Concilio acquista così una profondità che non può essere misurata dal numero delle persone che svolgono qualcosa durante la celebrazione. Partecipare significa entrare realmente nell’azione liturgica, lasciarsi coinvolgere dal mistero celebrato e permettere che esso raggiunga l’esistenza.

Il corpo stesso viene educato. Una processione, un inchino, il silenzio dopo la Parola, il modo di accostarsi all’altare e di ricevere l’Eucaristia non sono elementi decorativi aggiunti alla fede. Appartengono a quella pedagogia rituale attraverso la quale impariamo progressivamente chi siamo davanti a Dio e dentro la Chiesa.

A Catania tutto questo viene collocato nel contesto dell’iniziazione cristiana. Ed è qui che la questione diventa concretamente pastorale.

Se prepariamo un bambino alla Prima Comunione spiegandogli l’Eucaristia e poi lo introduciamo in una comunità nella quale la celebrazione appare continuamente improvvisata o modellata sulle preferenze di chi la presiede, l’esperienza celebrativa finirà inevitabilmente per comunicargli qualcosa. Se viene invece introdotto progressivamente nel linguaggio liturgico della Chiesa, ciò che ha appreso nella catechesi può diventare esperienza vissuta.

La mistagogia nasce da questo intreccio. Non aggiunge semplicemente altre spiegazioni dopo il sacramento. Aiuta a riconoscere ciò che Dio ha operato attraverso ciò che la Chiesa ha celebrato.

Si comprende allora perché il Rito dell’Iniziazione Cristiana degli Adulti costituisca uno dei riferimenti della Settimana di Catania. La sua logica conosce tempi, passaggi rituali, ascolto della Parola e una progressiva introduzione nella vita ecclesiale. Dopo la celebrazione sacramentale continua il cammino mistagogico. La Chiesa genera accompagnando una persona dentro il mistero ricevuto.

Mi sembra che proprio qui il percorso di Leone XIV aiuti anche a correggere una tentazione che ha attraversato talvolta la nostra prassi pastorale. Per rendere la liturgia comprensibile abbiamo spesso sentito il bisogno di renderla continuamente esplicita, moltiplicando parole attorno alle parole e spiegazioni durante i gesti.

Il Papa propone una strada più esigente: «abbiamo bisogno di lasciarci educare dai riti della liturgia».

Il simbolo deve poter parlare. Il rito deve poter compiere la propria azione. La partecipazione cresce quando il credente viene iniziato a riconoscere ciò che accade nella celebrazione.

Per questo la Settimana Liturgica di Catania può diventare qualcosa di più di un appuntamento per specialisti. La domanda che porta con sé raggiunge ogni parrocchia e ogni comunità cristiana.

Forse per molti anni ci siamo domandati soprattutto come rendere la liturgia capace di parlare all’uomo contemporaneo. Vale la pena affiancare a questa domanda quella che emerge con sempre maggiore chiarezza dalle catechesi di Leone XIV: siamo ancora disposti a lasciarci educare dalla liturgia della Chiesa?

È una domanda esigente perché ci ricorda che non siamo padroni della celebrazione. Nei sacramenti non celebriamo semplicemente ciò che siamo già. Cristo ci introduce nella sua Pasqua e, attraverso l’azione della Chiesa, continua a formare il suo popolo.

La liturgia può davvero generare il cristiano perché il rito che celebriamo ci precede, ci accoglie e progressivamente dà forma alla nostra vita.

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