La settima catechesi di Papa Leone XIV sulla Sacrosanctum Concilium entra nel sesto capitolo della Costituzione conciliare, dedicato alla musica sacra, e offre un insegnamento che merita di essere letto con attenzione anche alla luce di ciò che è accaduto nelle nostre celebrazioni durante gli ultimi decenni. Il Papa parte dalle parole del Concilio, che definisce la tradizione musicale della Chiesa «un tesoro di inestimabile valore» e considera il canto sacro unito alle parole parte necessaria e integrante della liturgia solenne.

Il principio dal quale prende forma tutta la catechesi è molto preciso: la musica appartiene all’azione liturgica e riceve da essa la propria funzione. Leone XIV parla di una funzione ministeriale, riprendendo una linea già sviluppata da san Pio X e assunta dal Concilio. Il canto e gli strumenti non vengono quindi aggiunti alla celebrazione per renderla più gradevole o per creare un ambiente emotivamente coinvolgente. Essi entrano nella liturgia nella misura in cui servono ciò che la Chiesa sta celebrando.

Questa precisazione permette anche di interrogare un termine entrato stabilmente nel nostro linguaggio pastorale: “animazione liturgica”. L’espressione può essere utilizzata in senso corretto quando indica il servizio offerto alla partecipazione dell’assemblea. Diventa equivoca quando suggerisce che la celebrazione abbia bisogno di ricevere vita da chi canta, suona o organizza. La liturgia possiede già il proprio principio vitale nell’azione di Cristo presente nella sua Chiesa. La musica riceve da questa realtà la propria dignità e la propria misura.

Leone XIV lo spiega affermando che, nella liturgia, cantare e suonare significa pregare. Il canto coinvolge anche la dimensione affettiva della persona e permette alla preghiera di raggiungere una profondità particolare. Il riferimento a sant’Agostino, cantare amantis est, ricorda che il canto appartiene a chi ama e che l’esperienza musicale può disporre il cuore all’azione della grazia.

L’affettività occupa dunque un posto autentico nella liturgia. Proprio per questo ha bisogno di essere formata. La celebrazione non utilizza la musica semplicemente per suscitare emozioni, perché introduce l’affetto umano dentro il mistero di Cristo e gli permette di ricevere da esso una forma nuova. Il credente arriva alla liturgia con la propria sensibilità e con ciò che sta vivendo; nella celebrazione impara progressivamente a sentire secondo la fede della Chiesa.

Anche la dimensione comunitaria del canto nasce da questa stessa logica. Le diverse voci vengono raccolte in un’unica preghiera e rendono sensibile la comunione ecclesiale. Il canto liturgico non esprime semplicemente la somma delle sensibilità presenti nell’assemblea, perché permette a persone diverse di prestare la propria voce alla preghiera della Chiesa. La musica svolge realmente il proprio servizio quando favorisce questa comunione e conduce l’assemblea verso il mistero celebrato.

Da una funzione così alta derivano criteri precisi. Leone XIV ricorda che il canto deve corrispondere al momento rituale e che la forma musicale deve possedere nobiltà e semplicità, mantenendo una qualità adeguata e una reale possibilità di esecuzione quando è destinata a tutta l’assemblea. Anche il testo deve essere sottoposto a un serio discernimento, trovando la propria principale ispirazione nella Sacra Scrittura, nei libri liturgici e nella tradizione spirituale della Chiesa.

Qui entra in gioco il principio della lex orandi, lex credendi. Ciò che il popolo cristiano canta durante la liturgia non rimane ai margini della sua formazione. Le parole ripetute nella celebrazione entrano nella memoria e contribuiscono a formare la comprensione della fede. Un canto teologicamente povero può diventare, con il passare degli anni, una catechesi altrettanto povera, proprio perché la melodia imprime nella memoria formulazioni che spesso vengono ricordate più facilmente di molti insegnamenti ascoltati altrove.

Questo criterio aiuta a comprendere anche alcune esperienze che hanno accompagnato la ricezione della riforma liturgica. Le cosiddette “messe beat” rappresentano uno dei tentativi più evidenti di utilizzare linguaggi musicali contemporanei per avvicinare la celebrazione alla sensibilità delle nuove generazioni. Quel fenomeno va letto dentro il clima culturale nel quale nacque, riconoscendo anche il desiderio pastorale che spesso lo accompagnava. Il problema emerge nel momento in cui la forma musicale sviluppata fuori dalla liturgia viene trasferita nella celebrazione senza lasciarsi realmente trasformare dalla natura del rito.

Da allora il fenomeno ha assunto forme meno vistose e molto più diffuse. È diventato frequente, soprattutto in alcune celebrazioni legate alla vita personale e familiare, introdurre canzoni nate fuori dall’ambito liturgico perché legate alla storia di qualcuno o perché capaci di esprimere un sentimento particolarmente intenso. In questo modo il criterio della scelta può passare lentamente dal mistero celebrato all’esperienza soggettiva di chi partecipa alla celebrazione.

Una canzone può possedere grande valore artistico e custodire un significato umano profondo. Questa qualità non la rende automaticamente adatta alla liturgia. Il rito possiede un proprio linguaggio e ogni suo momento ha una funzione che chiede di essere rispettata. La musica liturgica nasce dal rapporto con quella funzione e non dalla semplice possibilità di accompagnarla sonoramente.

Per questo è necessario distinguere con maggiore chiarezza tra canto liturgico, canto religioso e canzone di contenuto umano o spirituale. Le tre realtà possono avere una loro dignità, senza diventare intercambiabili. Un testo che parla di amore, di speranza o di fraternità può essere molto bello e restare estraneo alla preghiera liturgica, perché il contenuto genericamente positivo non basta a trasformare una composizione in canto della Chiesa.

La perdita di questa distinzione ha prodotto anche un altro fenomeno: l’utilizzo dello stesso repertorio in momenti diversi della celebrazione, scelto soprattutto in base alla familiarità dell’assemblea. Il canto d’ingresso possiede una funzione diversa dal salmo responsoriale; il canto alla comunione accompagna un’azione sacramentale precisa e non può essere pensato semplicemente come musica adatta a creare raccoglimento. Quando ogni momento viene riempito con un brano scelto perché conosciuto o gradito, la musica smette progressivamente di servire il rito e diventa un accompagnamento indistinto.

Lo stesso criterio deve essere applicato ai testi. Non tutto ciò che viene presentato come canto religioso esprime con sufficiente chiarezza la fede cattolica. Esistono composizioni costruite attorno a immagini suggestive che lasciano sullo sfondo il contenuto teologico, mentre altre utilizzano espressioni ambigue o trasformano il rapporto con Dio in un linguaggio quasi esclusivamente sentimentale. Il Papa richiama la necessità di vigilare proprio perché la preghiera della Chiesa forma la fede del popolo e non può essere affidata alla casualità del repertorio disponibile.

Una verifica altrettanto necessaria riguarda il modo in cui la musica viene eseguita. Il canto liturgico può richiedere una competenza elevata e la Chiesa ha sempre conosciuto forme musicali di grande qualità. La capacità tecnica trova il proprio senso quando rimane al servizio della celebrazione. Nel momento in cui il canto assume la forma di una prestazione, l’attenzione si sposta facilmente dall’azione liturgica all’esecutore. La presenza di applausi dopo un brano o la percezione del canto come momento artistico autonomo indicano che il confine fra servizio e spettacolo sta diventando meno chiaro.

Qui appare il valore della schola cantorum, alla quale il Concilio e Leone XIV riconoscono un compito specifico. Il coro custodisce repertori che non sono necessariamente destinati all’intera assemblea e svolge parti che gli appartengono. Il suo servizio comprende anche il sostegno alla preghiera del popolo, evitando di sostituirsi stabilmente ad esso nelle parti che la struttura rituale affida alla comunità.

Il problema può manifestarsi anche nella direzione opposta, quando la preoccupazione di far cantare tutti conduce alla scelta di repertori musicalmente poveri o testualmente fragili. La facilità di esecuzione non coincide con la banalità. Il Papa parla di nobiltà e semplicità proprio perché la liturgia chiede forme accessibili senza rinunciare alla qualità. Educare un’assemblea al canto richiede tempo e formazione, mentre la ricerca immediata del ritornello facile rischia di impoverire progressivamente il gusto e la capacità musicale della comunità.

Un’altra prassi da verificare riguarda l’uso della musica come sottofondo continuo. Alcuni momenti rituali vengono accompagnati quasi automaticamente, come se l’assenza del suono producesse una sorta di vuoto. La catechesi di Leone XIV ricorda invece il valore del sacro silenzio e lo colloca dentro la stessa partecipazione attiva dei fedeli. Il silenzio permette alla Parola proclamata e ai gesti celebrati di trovare spazio nella coscienza e diventa esso stesso una modalità della preghiera.

Questa indicazione si collega strettamente alla precedente catechesi sulla partecipazione attiva. Il Concilio chiede che si curino le acclamazioni e i canti che appartengono all’assemblea e ricorda che ciascun ministro e ciascun fedele deve compiere «tutto e soltanto ciò che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, è di sua competenza». La musica partecipa dunque all’ordine della celebrazione e contribuisce alla sua armonia rispettando i diversi ministeri e i momenti nei quali il silenzio deve poter parlare.

Anche la modifica arbitraria dei testi merita attenzione. Cambiare parole per adattarle alla sensibilità della comunità, inserire ritornelli estranei o sostituire parti previste dalla liturgia con composizioni ritenute più efficaci altera il rapporto tra musica e rito. Il testo liturgico non è materiale disponibile alla creatività del gruppo che prepara la celebrazione, perché appartiene alla preghiera della Chiesa.

Leone XIV dedica poi attenzione al canto gregoriano, al quale il Concilio riconosce un valore particolare. Il riferimento non chiude la liturgia dentro un repertorio storico e non esclude altre forme musicali. Ricorda però che la Chiesa possiede una tradizione che continua a offrire un criterio di relazione tra parola e musica, capace di educare anche la produzione contemporanea.

Lo stesso vale per gli strumenti. L’organo conserva un posto eminente nella tradizione liturgica, mentre altri strumenti possono trovare spazio quando risultano realmente adatti all’uso sacro e contribuiscono all’edificazione dell’assemblea. Il discernimento non può essere ridotto alla domanda se uno strumento sia moderno o antico. Occorre considerare il modo in cui viene utilizzato e la sua capacità di inserirsi nella forma del rito.

Questa prospettiva permette di comprendere correttamente anche l’inculturazione. Leone XIV ricorda l’attenzione del Concilio verso le tradizioni musicali dei diversi popoli e invita a riconoscerne il valore religioso e sociale. L’ingresso di tali tradizioni nella liturgia richiede un processo di discernimento e di educazione attraverso il quale una cultura viene assunta dentro la preghiera della Chiesa. L’inculturazione non consiste nel trasferire semplicemente nella Messa ciò che appartiene alla cultura circostante, perché domanda che quel linguaggio diventi capace di servire il mistero cristiano.

Da qui emerge anche il compito del compositore di musica sacra. La creatività contemporanea trova il proprio spazio quando nasce dalla conoscenza del patrimonio musicale della Chiesa e dalla comprensione della liturgia. Una composizione nuova può rispondere pienamente alla sensibilità del presente quando conserva un legame vivo con la tradizione ricevuta e permette alla celebrazione di mantenere la propria dignità.

È precisamente in questo contesto che il Papa richiama la necessità di purificare il culto da sbavature di stile, forme trasandate di espressione e musiche o testi poco consoni alla grandezza dell’atto che viene celebrato. L’affermazione non consegna il giudizio al gusto personale di qualcuno, perché la misura deriva dall’azione liturgica stessa.

Queste parole chiedono una verifica concreta dei nostri repertori. Molte comunità utilizzano da anni gli stessi canti e la familiarità può farli apparire quasi intoccabili. La durata nel tempo non costituisce però una garanzia di qualità liturgica. Occorre tornare a esaminare i testi e la relazione con il momento rituale, chiedendosi se ciò che cantiamo continui realmente a servire la fede della Chiesa.

Una revisione di questo genere non dovrebbe assumere il carattere di una campagna contro qualche strumento o contro una determinata epoca musicale. Il problema che Leone XIV pone davanti alla Chiesa riguarda la formazione. I Padri conciliari chiedevano che la musica sacra trovasse spazio nei seminari e nelle case di formazione e che musicisti e cantori ricevessero una preparazione liturgica adeguata. La competenza musicale da sola non basta quando manca la conoscenza dell’azione nella quale quella musica deve entrare.

È forse proprio qui che possiamo riconoscere una delle carenze più diffuse. La scelta dei canti viene spesso affidata alla buona volontà di persone generose che possiedono una certa capacità musicale e che hanno imparato un repertorio attraverso la pratica. Quando manca una vera formazione liturgica, i criteri diventano inevitabilmente la familiarità con il brano e la risposta emotiva dell’assemblea. Con il passare del tempo la distinzione fra ciò che è liturgicamente appropriato e ciò che semplicemente funziona diventa sempre meno percepibile.

La catechesi di Leone XIV offre la possibilità di ripartire da un ordine più chiaro. La musica non deve essere giudicata secondo la sua capacità di rendere la Messa più piacevole, né secondo la forza emotiva che riesce a produrre. Deve essere valutata alla luce del mistero che serve e della preghiera ecclesiale che è chiamata a sostenere.

Questo criterio permette finalmente di uscire dalla sterile contrapposizione fra tradizione e modernità. Una composizione contemporanea può diventare autentica musica liturgica quando nasce da una profonda comprensione del rito e della fede. Una composizione molto amata può restare fuori dalla celebrazione senza perdere nulla del proprio valore umano o artistico, semplicemente perché esiste un luogo più appropriato nel quale ascoltarla.

La questione riguarda quindi qualcosa di più profondo della scelta dei canti. Riguarda il rapporto che abbiamo con la liturgia. Se pensiamo che debba adattarsi continuamente ai nostri gusti e alle nostre emozioni, anche la musica verrà scelta secondo questa logica. Quando riconosciamo invece che è la liturgia a formare la comunità, anche il gusto musicale può essere educato e lentamente aperto a una bellezza che non coincide con ciò che già conosciamo.

La settima catechesi di Leone XIV ci invita proprio a questa conversione dello sguardo. Cantare nella liturgia significa pregare e, proprio per questo, la musica riceve dalla preghiera della Chiesa la propria forma.

Forse è arrivato il momento di rivedere seriamente ciò che cantiamo nelle nostre celebrazioni, lasciando da parte la domanda su ciò che piace maggiormente e recuperando quella più esigente che il Concilio ci consegna: quale musica è realmente capace di servire l’azione liturgica e di aiutare la Chiesa a pregare ciò che crede?

Da questa domanda può iniziare un lavoro paziente di formazione e discernimento, nel quale il patrimonio ricevuto e la creatività contemporanea possano incontrarsi dentro l’unico criterio che conta davvero: la dignità del mistero che la Chiesa celebra.

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3 risposte a “LA MUSICA NON DEVE ANIMARE LA MESSA: DEVE SERVIRE LA LITURGIA”

  1. Avatar don Antonio Parisi
    don Antonio Parisi

    Interessante e utile questa catechesi del Papa sulla musica liturgica. Ed ora? Cosa propone la chiesa italiana per intraprendere un vero cammino di conversione? Che fine hanno fatto gli uffici diocesani di musica sacra, i convegni nazionali, le scuole diocesane di musica sacra? E la formazione del clero alla musica liturgica come si realizza? Dove è finito il Repertorio Nazionale di canti della CEI? Chi approva la pertinenza rituale di un canto? E i testi chi li compone? E le pubblicazioni chi li cura? Chi prepara gli organisti e i direttori di coro? Mi fermo qui. Gli interrogativi andrebbero avanti per pagine intere.

    Un cordiale saluto. don Antonio Parisi

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    1. Avatar Don Mario Proietti, cpps

      Don Antonio, la ringrazio molto perché il suo intervento porta la riflessione esattamente dove, dopo la catechesi del Papa, dovrebbe arrivare: dalla definizione dei criteri alla capacità concreta della Chiesa italiana di renderli praticabili. So bene che qualcosa continua ad essere fatto a livello nazionale. L’Ufficio Liturgico Nazionale mantiene una Sezione dedicata alla musica, prosegue il corso di Musica Liturgica Online e continua l’esperienza del Co.Per.Li.M. Sarebbe quindi ingiusto parlare di un vuoto assoluto. La sua domanda, però, mi sembra riguardare soprattutto ciò che accade dopo: quale ricaduta reale hanno questi percorsi nella vita delle diocesi e delle parrocchie? Ed è proprio qui che i suoi interrogativi diventano difficili da eludere. Se la musica è davvero parte integrante dell’azione liturgica, come oggi ha ricordato Leone XIV, occorrono strutture capaci di assumersi stabilmente la responsabilità della formazione e del discernimento. Non possiamo affidare la scelta dei canti alla buona volontà di chi casualmente sa suonare uno strumento e poi meravigliarci se il criterio diventa ciò che piace maggiormente alla comunità. Mi colpisce particolarmente la questione del Repertorio Nazionale. Quello pubblicato dalla CEI nel 2009 continua ancora oggi ad apparire come riferimento e viene utilizzato anche nei percorsi formativi nazionali. È legittimo domandarsi se, dopo quasi vent’anni e davanti a una produzione musicale enormemente cresciuta, non sia necessario un lavoro stabile di valutazione e aggiornamento che offra alle comunità nuovi materiali già vagliati sotto il profilo liturgico e musicale. Lo stesso vale per la formazione del clero. Se il sacerdote è chiamato a presiedere la liturgia e spesso si trova concretamente a dover approvare repertori, musicisti e scelte celebrative, una preparazione liturgico-musicale insufficiente lascia inevitabilmente spazio al gusto personale. A quel punto anche un ottimo documento rimane senza strumenti reali per incidere sulla prassi. Per questo le sue domande non mi sembrano affatto marginali rispetto alla catechesi del Papa. Ne sono, anzi, la conseguenza più concreta. Leone XIV ha ricordato quale debba essere la musica della Chiesa; ora occorre domandarsi chi forma coloro che devono realizzarla, chi verifica ciò che viene cantato e quali strutture ecclesiali assumono questa responsabilità nel tempo. Forse il vero passaggio da compiere è proprio questo: smettere di considerare la musica liturgica un settore affidato alla disponibilità occasionale e ricominciare a trattarla con la serietà che riconosciamo teoricamente quando la definiamo parte integrante della liturgia. Un cordiale saluto e grazie davvero per aver portato il confronto su questo piano di concretezza.

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  2. Avatar angelo mazzola
    angelo mazzola

    Non ho le competenze di don Antonio, ma nel mio servizio di organista e direttore di coro queste domande risuonano da tanto tempo. E’ forse giunto il tempo di una “rinascita” o sarà il consueto “sussulto”?

    Un cordiale saluto.

    Angelo Mazzola

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