«Ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne». (Sal 63[62],2)

Cari amici, buongiorno. Ieri abbiamo contemplato il corpo quando perde forza e viene raggiunto dalla misericordia di Cristo nel sacramento dell’Unzione. La fragilità ci ha ricordato che la persona non cessa di appartenere al Signore quando diventa più debole e dipendente dagli altri. Oggi guardiamo il corpo da un’altra prospettiva. Esso non conosce soltanto il limite e il bisogno di essere curato. Attraverso il corpo la persona sperimenta anche il desiderio.

Il salmista lo esprime con parole particolarmente intense: «Ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne». Anima e carne sono coinvolte nella stessa ricerca. L’uomo non tende verso Dio lasciandosi alle spalle la propria corporeità. Anche la sete del corpo può diventare immagine di una sete più profonda. Proprio attraverso le esperienze elementari della fame, della stanchezza e della necessità di una presenza, scopriamo di non bastare a noi stessi.

Il desiderio nasce dentro questa apertura. Desideriamo ciò che ancora non possediamo. Tendiamo verso qualcosa che riconosciamo come capace di procurarci un bene. La fame cerca il cibo e la stanchezza cerca riposo. Anche il bisogno di essere riconosciuti e amati attraversa profondamente la nostra esperienza corporea.

Questa apertura appartiene alla bontà della creazione. Essere creature significa anche essere esseri che ricevono. Non siamo l’origine della nostra vita e non siamo capaci di procurarci da soli tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Il desiderio conserva dentro di sé questa memoria della dipendenza.

Il peccato non ha creato il desiderio. Lo ha ferito. Da qui nasce la difficoltà che tutti conosciamo. Un bene particolare può cominciare ad apparire come se fosse il bene assoluto. Un piacere legittimo può essere cercato senza più rispettare la verità della persona. Il bisogno di approvazione può diventare dipendenza dallo sguardo degli altri. Ciò che avrebbe dovuto accompagnare la vita finisce per governarla.

La tradizione cristiana non risponde a questa esperienza dichiarando guerra al desiderio. Se Dio ha creato l’uomo capace di desiderare, la santità non può consistere nel diventare incapaci di desiderare. La grazia compie un’opera più profonda: guarisce e ordina ciò che il peccato ha disperso, perché la persona possa riconoscere il bene e imparare ad amarlo secondo verità.

Sant’Agostino ha compreso molto bene questa dinamica. Nelle Confessioni descrive una vita attraversata da desideri numerosi, alcuni capaci di promettere una felicità che poi non riuscivano a mantenere. La conversione non lo rende un uomo senza desideri. Gli permette di riconoscere verso quale bene il cuore stava realmente tendendo.

Per questo potrà scrivere: «Il mio peso è il mio amore; esso mi porta dovunque io sia portato». Il desiderio imprime una direzione alla vita. Ciò che amiamo modifica lentamente il modo in cui utilizziamo il tempo e il corpo. Ci muoviamo verso ciò che consideriamo prezioso. Organizziamo le giornate attorno a ciò che riteniamo necessario alla nostra felicità.

Da qui nasce una domanda spirituale molto seria: verso che cosa mi sta conducendo ciò che desidero? Non basta chiedersi se una realtà produca piacere oppure soddisfazione immediata. Occorre domandarsi quale persona stia formando in noi.

Un desiderio può iniziare come qualcosa di piccolo e diventare progressivamente dominante. Possiamo accorgerci di controllare continuamente uno schermo o di cercare nel cibo una consolazione che non riguarda più soltanto la fame. Anche il bisogno di essere confermati può portarci a dipendere sempre più dal giudizio degli altri.

Il problema non si risolve semplicemente colpevolizzandoci. Occorre anzitutto riconoscere ciò che sta accadendo. Dare un nome a una fame permette di distinguere il bene reale che essa cerca dalla forma disordinata con cui tentiamo di soddisfarla.

Talvolta dietro una ricerca continua di gratificazione si nasconde una solitudine. Dietro il bisogno di approvazione può esserci una fragilità che domanda di essere accolta. Il discernimento spirituale non si limita a proibire un comportamento. Cerca di comprendere quale bene la persona stia tentando di raggiungere e come quel bene possa essere cercato in una forma più vera.

È qui che le virtù acquistano il loro significato. Il digiuno, per esempio, non dichiara cattivo il cibo. Ci insegna che anche davanti a un bene possiamo attendere. Rinunciando temporaneamente a qualcosa di legittimo, il corpo scopre che la fame non possiede automaticamente il diritto di comandare.

La rinuncia cristiana non è una prova di forza. Un digiuno vissuto per dimostrare a se stessi di essere capaci di resistere può alimentare una forma più sottile di orgoglio. La tradizione lo lega invece alla preghiera e alla carità. Ciò a cui rinunciamo apre spazio per Dio e può diventare condivisione verso chi manca del necessario.

Lo stesso principio illumina la castità. L’attrazione non viene negata. Viene inserita nella verità della persona e della vocazione. L’altro non è un oggetto posto davanti al nostro desiderio. È qualcuno che possiede una dignità e una storia, e che appartiene anzitutto a Dio.

 La libertà cresce precisamente quando il desiderio smette di trasformare immediatamente ciò che attrae in qualcosa da possedere. Anche la pazienza appartiene a questa educazione. Molti beni autentici chiedono tempo. Una vocazione matura lentamente. Una relazione cresce attraverso la fedeltà. La stessa conversione conosce passaggi che non possono essere forzati.

La cultura dell’immediatezza ci abitua invece a considerare l’attesa quasi come una privazione ingiusta.

Il corpo destinato alla gloria impara una sapienza diversa. Può attendere perché il bene più grande non dipende dall’esaudimento immediato di ogni desiderio. Maria ci accompagna anche in questa dimensione della vita.

Il Magnificat nasce da una donna che vive dentro l’attesa delle promesse fatte a Israele. La sua fede è abitata dal desiderio del compimento dell’opera di Dio. Maria conosce il desiderio e lo vive dentro un cuore unificato dalla Parola ricevuta.

Quando canta che Dio «ha ricolmato di beni gli affamati», riconosce che la fame più profonda della creatura trova la propria risposta nella fedeltà del Signore.

La sua vita non è quindi priva di attese. Proprio perché appartiene a Dio, i suoi desideri vengono progressivamente raccolti dentro il disegno del Figlio. L’Assunzione, che continua a illuminare il nostro mese, mostra il compimento ultimo di questa tensione.

Maria non desidera più da una condizione di mancanza. Vive nella pienezza della comunione con Dio. In lei contempliamo ciò verso cui tende ogni desiderio umano quando viene purificato: non semplicemente il possesso di qualcosa, bensì la comunione piena con Colui per il quale siamo stati creati.

Questo getta una luce nuova anche sulle nostre piccole fami quotidiane. Nessun bene creato può portare da solo il peso dell’infinito. Possiamo riceverlo con gratitudine proprio quando smettiamo di chiedergli di darci ciò che soltanto Dio può compiere.

Il salmista aveva compreso questa verità molto prima di noi: «Ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne». La sete non viene cancellata. Trova finalmente il proprio orientamento.

Oggi possiamo allora osservare con sincerità ciò che muove più frequentemente le nostre scelte. Non per accusarci e neppure per giustificarci, bensì per portare il desiderio davanti al Signore e chiedergli di mostrarci quale bene stiamo realmente cercando. La grazia non entra nella nostra vita per renderci meno umani. Raggiunge anche il desiderio e lo conduce verso la libertà.

Ieri abbiamo contemplato il corpo fragile che riceve misericordia. Oggi abbiamo riconosciuto il corpo attraversato dal desiderio e chiamato a lasciarsi educare dalla grazia. Domani Gesù porrà davanti a noi il corpo di un bambino, totalmente affidato alla cura altrui. Scopriremo che il desiderio non può essere ordinato soltanto in funzione della nostra libertà personale: deve diventare anche capacità di custodire la vulnerabilità di chi dipende da noi.

Un gesto per oggi

Riconosciamo il desiderio che oggi ci muove con maggiore forza. Domandiamo al Signore di orientarlo verso il bene reale.

Alla scuola di sant’Agostino

Sant’Agostino scrive: «Il mio peso è il mio amore; esso mi porta dovunque io sia portato». Il desiderio orienta la vita come un peso che imprime direzione. La conversione non spegne questa forza: la educa perché trovi in Dio il bene capace di compierla. (Confessioni, XIII, 9, 10)

La formula di Agostino sul peso dell’amore descrive la forza che orienta ogni vita. La conversione modifica la direzione del desiderio. Il cuore e il corpo vengono condotti verso il bene che può realmente sostenerli.

Preghiera

Signore, tu conosci i desideri che mi abitano. Purificali e conducili verso il bene vero. Donami una libertà paziente, capace di attendere e di scegliere. Maria, Vergine dal cuore indiviso, orienta tutto il mio essere verso Cristo.

Giaculatoria

Maria, orienta i miei desideri verso Cristo.

Posted in

Lascia un commento