«Non è costui il falegname, il figlio di Maria?». (Mc 6,3)

Cari amici buongiorno. Ieri santa Chiara ci ha insegnato a ricevere le cose senza permettere che diventino la misura della nostra vita. La povertà evangelica restituisce ai beni il loro posto e rende la persona più libera davanti a ciò che possiede. Oggi entriamo nella casa di Nazaret e scopriamo un’altra relazione con il mondo materiale: le cose possono essere lavorate, trasformate e poste al servizio della vita.
Il Vangelo conserva una domanda pronunciata dagli abitanti di Nazaret: «Non è costui il falegname, il figlio di Maria?». Dietro questa frase quasi casuale si apre un lungo tratto della vita di Gesù sul quale gli evangelisti hanno mantenuto un grande silenzio. Il Figlio eterno di Dio è stato conosciuto per anni come un uomo che lavorava.
Gran parte della sua esistenza terrena si è svolta senza miracoli pubblici e senza folle. Gesù ha abitato una casa e ha imparato un mestiere. Possiamo contemplare le sue mani impegnate nel lavoro quotidiano, la fatica del corpo e il tempo necessario per imparare bene ciò che doveva fare. Il Verbo attraverso il quale tutte le cose sono state create ha accettato di entrare nel ritmo ordinario del lavoro umano.
Questo lungo nascondimento contiene già una rivelazione. Dio non considera insignificante ciò che occupa tante ore della nostra giornata. Il lavoro appartiene alla vocazione originaria dell’uomo. Nel racconto della Genesi, la creatura riceve il mondo perché lo custodisca e lo coltivi. Attraverso l’intelligenza e il corpo, l’uomo partecipa in modo creaturale all’opera di Dio, ricevendo una realtà che lo precede e portandola verso una forma capace di servire il bene.
A Nazaret questa vocazione entra nella vita del Figlio. Gesù lavora senza che quel tempo abbia bisogno di essere giustificato da qualcosa di più appariscente. Il lavoro ordinario appartiene alla sua obbedienza al Padre. Questo ci impedisce di misurare il valore di una giornata soltanto attraverso ciò che produce visibilità o riconoscimento.
Molte delle azioni che sostengono realmente la vita rimangono nascoste. Pensiamo alla casa di Nazaret. Anche Maria ha conosciuto un lavoro quotidiano che gli evangelisti non descrivono. Il cibo doveva essere preparato e la casa custodita. La vita concreta del Figlio dipendeva da gesti ripetuti che nessuno avrebbe ricordato nei racconti della sua missione pubblica.
Proprio questo silenzio è eloquente. Maria non serve Dio soltanto nel momento luminoso dell’Annunciazione. Il suo sì continua nel tempo. Diventa cura della casa e attenzione per la crescita del Figlio. La grande disponibilità pronunciata davanti all’angelo prende la forma di occupazioni ordinarie, ripetute giorno dopo giorno.
Anche qui comprendiamo qualcosa del corpo destinato alla gloria. Le mani che un giorno saranno glorificate sono le mani che oggi lavorano. Il corpo non viene preparato alla vita eterna sottraendosi alla concretezza del presente. Entra nella via della santificazione proprio attraverso le responsabilità reali che gli vengono affidate.
Il lavoro porta con sé anche la fatica. Questa esperienza appartiene alla nostra condizione ferita. Il corpo si stanca e può conoscere ritmi che diventano pesanti. Talvolta il lavoro viene organizzato in modo da dimenticare la persona che lo compie, quasi che il lavoratore fosse soltanto una risorsa da utilizzare.
La fede cristiana custodisce una gerarchia precisa: il lavoro è per l’uomo, l’uomo non è per il lavoro. La dignità di chi lavora precede il valore economico di ciò che produce. Un’occupazione socialmente prestigiosa non rende una persona più degna. Un lavoro umile non diminuisce il valore di chi lo svolge. Anche una mansione semplice può custodire un bene necessario alla vita di molti.
Questa verità diventa particolarmente importante davanti ai lavori poco riconosciuti. Molte attività domestiche e molti servizi di cura non ricevono una considerazione proporzionata alla loro importanza. Eppure una famiglia può vivere proprio perché qualcuno prepara ciò che serve e si occupa di chi non è autonomo. Nazaret restituisce dignità a questa fedeltà nascosta.
Il lavoro cristiano non consiste neppure nel sopportare passivamente qualsiasi condizione. La dignità del corpo chiede che siano rispettati il riposo e la salute. Una situazione ingiusta può richiedere che si cerchi un cambiamento. L’offerta spirituale della fatica non rende buona un’organizzazione che umilia la persona.
Gesù stesso insegna ai discepoli a fermarsi e riposare. Il corpo appartiene a Dio anche quando interrompe il lavoro. Riposare nel tempo opportuno significa riconoscere che il mondo continua a essere sostenuto dalla Provvidenza e che nessuno di noi ne è il padrone indispensabile.
Possiamo allora tornare alle nostre mani. Portano una parte importante della nostra storia. Alcune sono segnate da anni di lavoro. Altre hanno imparato compiti che all’inizio sembravano difficili. Le mani possono costruire e preparare ciò che serve. Possono anche esprimere vicinanza e diventare strumenti attraverso i quali una persona percepisce di essere custodita.
Nella vita sacerdotale queste stesse mani acquistano un significato particolare. Sono consacrate per il servizio dei misteri e nello stesso tempo continuano a essere mani chiamate al lavoro concreto. Preparano e scrivono. Accolgono chi domanda aiuto. La sacralità del ministero non le sottrae alla vita quotidiana. Le rende ancora più responsabili di ciò che compiono.
Alla scuola di Nazaret possiamo imparare a non aspettare sempre un’opera straordinaria per consegnarci a Dio. La santità cresce spesso dentro una fedeltà che nessuno nota. Un compito eseguito bene può diventare un atto di carità quando viene ordinato al bene di qualcuno.
Ieri abbiamo imparato a non essere posseduti dalle cose. Oggi impariamo a prendere nelle mani ciò che Dio ci affida e a servircene secondo il bene. La povertà evangelica e il lavoro si incontrano proprio qui: le cose cessano di definirci e diventano strumenti attraverso i quali possiamo servire.
Domani le mani di Nazaret lasceranno spazio ai piedi di Maria. La Parola accolta non rimane chiusa nella casa: mette il corpo in cammino verso Elisabetta. Il lavoro fedele prepara così la sollecitudine della carità.
Un gesto per oggi
Svolgiamo con cura un lavoro abituale che tendiamo a compiere distrattamente. Offriamolo per chi vive la precarietà.
Alla scuola di san Giovanni Paolo II
San Giovanni Paolo II insegna che il lavoro è un bene dell’uomo: attraverso di esso la persona trasforma il mondo e, nello stesso tempo, realizza la propria umanità. La fatica non esaurisce il significato del lavoro. Anche il corpo impegnato in un compito quotidiano partecipa alla vocazione ricevuta da Dio. (Laborem exercens, 9)
Uno degli insegnamenti che l’enciclica di S. Giovanni Paolo II ci ha dato è l’aver distinto il valore oggettivo del lavoro dalla sua dimensione soggettiva. La persona rimane il soggetto e non può mai essere ridotta a mezzo produttivo. Questa verità custodisce il corpo del lavoratore e, soprattutto, salva il senso della sua nobile fatica.
Preghiera
Signore Gesù, hai santificato il lavoro con le tue mani. Ricevi la fatica di questa giornata e purifica il modo in cui la vivo. Maria e Giuseppe, insegnatemi la fedeltà di Nazaret e rendete il mio lavoro un servizio al bene.
Giaculatoria
Gesù di Nazaret, santifica il lavoro delle mie mani.
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