La firma della nuova legge sull’aborto in Massachusetts, 10 agosto 2026.

Il Massachusetts ha compiuto in questi giorni un ulteriore passo nella legislazione sull’aborto. La governatrice Maura Healey ha firmato una legge che elimina le precedenti limitazioni previste dopo la ventiquattresima settimana di gravidanza e affida al giudizio professionale del medico la possibilità di procedere all’interruzione della gravidanza anche nelle sue fasi più avanzate.

La notizia impressiona per ciò che rivela della concezione dell’uomo che sta progressivamente entrando nel diritto. Da molti anni una parte consistente della cultura occidentale interpreta la libertà attraverso il principio dell’autodeterminazione individuale. Il diritto viene così costruito sempre più intorno alla volontà del soggetto e alla possibilità di decidere ciò che riguarda la propria esistenza, fino a considerare con crescente sospetto qualsiasi limite che non provenga dalla volontà stessa dell’individuo.

Questo modo di intendere la libertà incontra inevitabilmente una difficoltà quando la decisione di una persona raggiunge l’esistenza di un’altra.

Il bambino concepito vive la condizione più radicale di dipendenza. Non possiede alcuna possibilità di rivendicare personalmente il proprio diritto alla vita e dipende interamente dalla protezione che gli altri sono disposti a riconoscergli. Una civiltà fondata sui diritti dovrebbe trovare proprio qui la ragione più alta della propria esistenza, perché il diritto acquista il suo significato più autentico quando protegge chi non possiede la forza necessaria per difendersi da solo.

Nella legislazione sull’aborto avviene qualcosa di diverso. Il diritto di chi è già capace di manifestare la propria volontà assume una forza tale da poter prevalere sulla vita di colui che non può ancora esprimerla. Per rendere possibile questa prevalenza occorre stabilire che il bambino concepito non possieda ancora pienamente quello statuto personale che gli consentirebbe di opporre il proprio diritto fondamentale alla decisione altrui.

È precisamente a questo livello che il giudizio cattolico diventa radicale, perché riguarda il principio e precede ogni discussione sul limite temporale dell’aborto. La Chiesa insegna che la vita umana deve essere rispettata e protetta fin dal concepimento. La dignità non cresce con il trascorrere delle settimane e non dipende dal grado di autonomia raggiunto. L’essere umano che ha cominciato la propria esistenza possiede già una dignità che nessuna volontà successiva può concedergli, proprio perché nessuna volontà umana gliel’ha data.

Le ultime settimane della gravidanza hanno la forza quasi drammatica di rendere visibile ciò che vale fin dall’inizio. A nove mesi quel bambino potrebbe nascere in qualsiasi momento. Lo stesso essere umano che si trova ancora nel grembo materno potrebbe, poco dopo, trovarsi tra le braccia della madre e ricevere la protezione riconosciuta a ogni neonato. Il parto modifica profondamente la sua condizione di vita e inaugura il rapporto diretto con il mondo esterno, lasciando intatta l’identità di colui che attraversa quella soglia.

Da qui nasce l’immagine che questa legge mi ha suggerito: la paura del primo respiro. Quel respiro non rende umano il bambino e non inaugura la sua dignità. Rende semplicemente visibile agli occhi di tutti una presenza che esisteva già. La distanza temporale tra il bambino non ancora nato e il neonato può ridursi a pochissimi istanti, mentre la differenza della tutela riconosciuta alla sua vita può diventare immensa. Diventa allora difficile indicare quale trasformazione sostanziale possa giustificare una simile differenza, poiché colui che respira per la prima volta è lo stesso essere umano che pochi istanti prima attendeva di nascere.

Questa contraddizione diventa ancora più interessante se la collochiamo dentro una tendenza politica del nostro tempo che potremmo chiamare, usando il termine in senso analogico, una forma di sovranismo individuale.

Conosciamo bene il sovranismo politico associato soprattutto alla destra. In esso una comunità nazionale rivendica la propria capacità di decidere autonomamente, custodisce i propri confini e reclama uno spazio nel quale nessuna autorità esterna possa sostituirsi alla volontà del popolo. La cultura progressista ha sviluppato una diversa forma di sovranità, trasferendone il centro dalla comunità all’individuo. La frontiera da custodire diventa allora il proprio corpo e l’autorità alla quale viene attribuita l’ultima parola è la volontà personale.

Non avrebbe senso equiparare moralmente fenomeni politici tanto differenti. Il parallelismo riguarda la struttura del ragionamento. In entrambi compare la possibilità che il soggetto sovrano consideri la propria volontà come il criterio decisivo e guardi ogni realtà esterna anzitutto sotto il profilo del limite che essa pone alla propria capacità di decidere.

La concezione cristiana della libertà nasce da un presupposto differente. L’uomo è realmente libero proprio perché vive dentro una realtà che non ha creato. Riceve la propria esistenza e incontra altri esseri umani la cui dignità non dipende dalla sua decisione. La libertà non produce il bene attraverso l’atto stesso di sceglierlo. Essa si compie quando riconosce il bene e liberamente vi aderisce. San Tommaso colloca qui la grandezza della volontà umana, che non è sovrana rispetto alla verità e proprio nella sua capacità di orientarsi verso il bene trova la propria perfezione.

L’aborto fa emergere con particolare chiarezza il conflitto tra queste due concezioni. Se il corpo viene considerato come territorio sul quale la volontà individuale esercita una sovranità pressoché esclusiva, il bambino concepito introduce una presenza che rompe inevitabilmente quella pretesa. Dentro il corpo della madre esiste un altro corpo. La sua dipendenza è assoluta e la sua esistenza non coincide con quella della madre. Egli non è stato creato dalla volontà di chi lo porta in grembo e non deve la propria dignità al riconoscimento dello Stato. La sua sola presenza ricorda che anche la libertà più intima incontra un altro essere umano e, incontrandolo, trova un limite morale.

A questo punto mi viene in mente un’immagine che potrebbe sembrare provocatoria e che, se presa come analogia, può aiutarci a vedere il problema da un’angolatura sorprendente. Proviamo per un momento a guardare quel bambino come guarderemmo un migrante.

Non perché le due condizioni siano identiche. Il bambino non abbandona volontariamente una patria e non attraversa una frontiera geografica. Eppure, nella nascita, lascia realmente l’unico mondo che abbia mai conosciuto. Abbandona l’ambiente nel quale si è formato e attraversa una soglia verso una realtà interamente nuova. Arriva senza possedere nulla, totalmente dipendente dall’accoglienza che gli verrà riservata, incapace perfino di chiedere che gli venga aperta la porta. È forse il più inerme tra coloro che attraversano un confine.

La cultura progressista ha maturato, soprattutto nel dibattito sull’immigrazione, una grande sensibilità verso l’idea che la dignità dell’essere umano preceda la sua condizione giuridica. Il migrante non diventa persona quando gli viene concesso un documento e la frontiera non possiede il potere di cancellare la sua umanità. La sua vulnerabilità viene indicata come ragione per accrescerne la protezione e l’accoglienza viene presentata come il riconoscimento di una dignità che esiste prima della decisione dello Stato.

È difficile non domandarsi che cosa accadrebbe se applicassimo la stessa capacità di vedere al bambino che sta per nascere.

Anche lui si avvicina a una frontiera. Anche lui è totalmente dipendente da coloro che possiedono il potere di accoglierlo. La differenza decisiva è che quel confine non separa due Stati, passa attraverso il momento della nascita. Prima di attraversarlo la sua vita può essere sottoposta a un regime giuridico radicalmente diverso da quello che incontrerà immediatamente dopo.

Il paradosso diventa ancora più singolare se pensiamo ai due sovranismi dei quali parlavamo. Il sovranismo nazionale può temere chi arriva dall’altra parte del confine perché lo percepisce come qualcuno che entra nel proprio spazio. Il sovranismo individuale rischia di applicare una logica simile alla presenza del bambino, percependolo anzitutto in relazione allo spazio sul quale la volontà personale rivendica il proprio potere. Cambia il confine e cambia il soggetto che esercita la sovranità. Ritorna la medesima domanda su chi abbia il potere di decidere dell’accoglienza di colui che dipende interamente dalla decisione altrui.

La fede cristiana costringe a capovolgere la prospettiva, perché la persona viene prima del confine. La dignità dell’uomo non nasce dall’essere ammesso da chi controlla la frontiera e non viene attribuita dalla volontà di chi possiede maggiore forza. Questo vale per chi attraversa un mare cercando una terra nella quale vivere e vale in maniera ancora più originaria per il bambino che attraversa la nascita entrando nel mondo che già gli appartiene in quanto uomo.

Il Partito Democratico americano ha assunto in maniera particolarmente esplicita la categoria della reproductive freedom, collocando l’aborto nel quadro della libertà individuale. Per un cattolico la questione non si risolve trasformando questa constatazione in una semplice appartenenza di schieramento. Se la stessa concezione fosse sostenuta dalla destra, il giudizio morale resterebbe identico. Il punto decisivo riguarda l’idea di libertà che viene proposta e la possibilità che la volontà individuale diventi talmente sovrana da poter raggiungere il diritto alla vita di un altro essere umano.

È qui che la nostra cultura dei diritti mostra una contraddizione che meriterebbe molta più attenzione. Siamo diventati sensibilissimi alla necessità di riconoscere nuovi diritti e continuiamo nello stesso tempo a dipendere dalla decisione di qualcuno per stabilire chi possa esserne titolare. Il rischio è evidente: il più debole viene protetto soltanto quando il più forte accetta di riconoscerlo.

Il bambino nel grembo materno non può rivendicare nulla. Il primo respiro arriva allora come il momento nel quale quella costruzione non riesce più a nascondere la sua fragilità. Quando il bambino nasce, nessuno può più ricondurre la sua presenza al corpo di un’altra persona e la sua individualità appare immediatamente evidente anche al diritto. Quella individualità non è comparsa durante il parto. Era già presente e chiedeva già di essere riconosciuta.

Forse la nostra cultura ha davvero paura del primo respiro, perché quel respiro rende visibile ciò che era già presente. Il bambino che nasce non comincia in quel momento ad appartenere alla famiglia umana. Quando apre gli occhi sul mondo e riempie per la prima volta i polmoni d’aria, porta con sé una vita che era già sua. E quella vita chiedeva di essere custodita anche prima che noi potessimo sentirne il respiro.

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