Ho letto con interesse l’articolo di Enzo Bianchi dedicato allo scisma della Fraternità San Pio X e pubblicato su: Vita Pastorale agosto-settembre 2026. Tra le molte osservazioni contenute nel testo, una mi ha particolarmente colpito. Bianchi riconosce con molta franchezza la sciatteria di tante celebrazioni, critica le Messe trasformate in spettacolo e, parlando dei canti che oggi risuonano nelle nostre chiese, arriva a scrivere: «allora decisamente meglio il gregoriano».

È un’ammissione significativa, soprattutto perché proviene da una voce che appartiene pienamente alla stagione ecclesiale sviluppatasi dopo il Concilio.

Leggendola mi è sorta una domanda che va oltre il problema della Fraternità San Pio X e riguarda il modo in cui la Chiesa ha attraversato gli ultimi sessant’anni. Quando una cultura ecclesiale riconosce oggi gli effetti di alcune scelte compiute nel passato, occorre domandarsi se sia sufficiente correggerne gli eccessi oppure se sia necessario tornare più indietro e interrogare i criteri che le avevano rese possibili.

Chi appartiene alla storia di un problema può certamente contribuire a comprenderlo. Per farlo deve riuscire a riconoscere anche le premesse culturali che per lungo tempo sono sembrate evidenti e che proprio per questo non sono state discusse.

Il latino liturgico costituisce un caso esemplare. Ogni volta che se ne parla, la questione viene immediatamente collegata al Vetus Ordo, quasi che il latino appartenga a una determinata forma rituale oppure a una precisa sensibilità ecclesiale. In realtà la lingua latina appartiene alla storia della Chiesa occidentale molto prima delle nostre attuali controversie liturgiche. Il Concilio Vaticano II non ne dispose la scomparsa. Sacrosanctum Concilium chiese che il suo uso fosse conservato nei riti latini e stabilì che i fedeli fossero messi in condizione di recitare o cantare insieme in latino le parti dell’Ordinario della Messa che spettavano loro.

La vicenda successiva prese una direzione molto diversa. Nel giro di pochi anni il latino scomparve quasi completamente dalla vita liturgica ordinaria di molte comunità. Insieme alla lingua si diffuse anche un giudizio: il latino era difficile, poco comprensibile, inadatto a una Chiesa che desiderava avvicinarsi all’uomo contemporaneo.

La motivazione appariva talmente ovvia da non richiedere quasi alcuna discussione: la gente non capiva. È proprio qui che oggi vale la pena fermarsi. Dal fatto che una persona non comprenda qualcosa non deriva necessariamente che quella realtà debba essere eliminata. Tutta la nostra esperienza educativa procede nella direzione opposta. Ciò che non conosciamo può essere imparato. Ciò che inizialmente appare difficile può diventare familiare attraverso lo studio e l’abitudine.

Proprio negli anni in cui l’accesso all’istruzione diventava progressivamente universale, dentro la Chiesa si affermò una singolare sfiducia nella possibilità che il popolo imparasse una parte del proprio patrimonio liturgico.

Nessuno avrebbe dovuto trasformarsi in un latinista. Le parti ordinarie della Messa costituiscono un insieme relativamente limitato di testi che accompagnano il fedele per tutta la vita. Il Gloria, il Credo, il Sanctus, l’Agnus Dei, il Pater noster avrebbero potuto continuare a essere conosciuti e compresi attraverso una normale educazione liturgica. Era precisamente ciò che il Concilio aveva previsto.

La questione diventa allora molto più interessante del semplice confronto tra latino e le altre lingue parlate, perché tocca il modo in cui abbiamo concepito la formazione cristiana.

Per secoli l’educazione alla fede aveva accompagnato l’uomo dentro una realtà ricevuta. Si imparava progressivamente un linguaggio e si veniva introdotti nel significato di gesti che non erano stati inventati dalla generazione presente. La tradizione funzionava precisamente così: qualcosa veniva ricevuto, assimilato e poi consegnato.

Nel clima culturale del postconcilio si è progressivamente affermato un criterio diverso. Ciò che richiedeva un percorso di apprendimento veniva facilmente percepito come una distanza da ridurre. La liturgia doveva diventare immediatamente accessibile, la lingua doveva coincidere con quella parlata e ogni elemento ereditato era chiamato a giustificare la propria utilità davanti alle esigenze dell’uomo contemporaneo.

Qui nasce una domanda che raramente viene posta: utile rispetto a quale fine? Una realtà può essere giudicata inutile soltanto dopo aver stabilito l’obiettivo che si desidera raggiungere. Se lo scopo della lingua liturgica consiste esclusivamente nella comprensione immediata delle parole, il latino perde gran parte della propria funzione. Se la liturgia introduce anche dentro una memoria ecclesiale che attraversa i secoli e rende percepibile l’appartenenza a una Chiesa più grande della singola comunità locale, il giudizio cambia profondamente.

Il problema non riguarda quindi soltanto una lingua abbandonata, ma l’orizzonte nel quale quell’abbandono venne considerato un progresso. Ed è precisamente qui che la riflessione di Bianchi mi sembra involontariamente istruttiva. Quando oggi riconosciamo che molte celebrazioni sono diventate sciatte, che alcuni canti hanno impoverito la preghiera e che il gregoriano possiede una qualità liturgica che merita di essere custodita, stiamo già ammettendo che il criterio dell’immediatezza non ha prodotto necessariamente una liturgia più capace di introdurre al mistero.

La stessa verifica può essere fatta sul piano della comprensione. Abbiamo tradotto la liturgia nella lingua corrente e ci siamo accorti che la lingua corrente non garantisce affatto la comprensione della fede. Parole come incarnazione, redenzione, grazia e consustanziale sono perfettamente italiane. Restano incomprensibili quando nessuno le insegna.

Il problema che pensavamo di risolvere attraverso la traduzione ritorna dunque nel punto esatto dal quale eravamo partiti: occorre formare. A questo punto diventa legittimo chiedersi se non abbiamo sacrificato una parte del nostro patrimonio per evitare un lavoro educativo che avremmo dovuto compiere comunque.

Qui la vicenda del latino incontra una questione culturale ancora più vasta. Joseph Ratzinger ha spesso descritto la difficoltà dell’Occidente contemporaneo nel riconoscere positivamente la propria eredità. Una cultura può certamente sottoporre a giudizio ciò che ha ricevuto. Quando perde il senso della continuità, finisce per considerare il passato soprattutto come qualcosa da superare.

Il latino sembra aver subito proprio questa trasformazione. Da lingua della memoria ecclesiale è diventato progressivamente il simbolo di una Chiesa dalla quale ci si voleva emancipare. Quando cambia il giudizio sull’eredità, anche la perdita può essere presentata come liberazione.

Forse è questo il punto sul quale occorrerebbe oggi interrogarsi con maggiore libertà, senza consegnare il latino ai gruppi tradizionalisti e senza trasformarne il recupero in una battaglia contro la riforma liturgica.

Il latino non appartiene ai tradizionalisti e non possiamo permettere che ne diventi la loro bandiera. Il latino appartiene alla Chiesa latina. Recuperarne una presenza normale nella liturgia non significherebbe rinnegare il Concilio, quanto prendere sul serio ciò che il Concilio stesso aveva previsto e riconoscere che la trasmissione della fede richiede anche la disponibilità a insegnare ciò che non viene compreso immediatamente. Auspico che questa dimensione possa trovare spazio anche nelle catechesi che papa Leone sta dedicando alla Sacrosanctum Concilium.

L’articolo di Enzo Bianchi invita la Chiesa, dopo lo scisma, a fare un esame di coscienza e poi ad andare avanti. È un’indicazione che condivido e sulla quale mi sono già soffermato in una delle mie ultime riflessioni. Un vero esame di coscienza non può fermarsi agli abusi più evidenti. Deve risalire alle idee che li hanno resi possibili.

Per questo, mentre discutiamo del futuro della liturgia, argomento assai scottante in questa calda estate, una domanda continua a sembrarmi necessaria: quando abbiamo smesso di pensare che ciò che avevamo ricevuto meritasse lo sforzo necessario per essere imparato?

Forse andare avanti significa anche avere il coraggio di recuperare ciò che abbiamo abbandonato troppo in fretta, senza immaginare impossibili restaurazioni del passato. Significa piuttosto impedire che la Chiesa, nel desiderio di rendersi comprensibile al presente, finisca per diventare sempre meno capace di trasmettere al futuro ciò che essa stessa ha ricevuto.

Per approfondire

Per chi desiderasse leggere integralmente l’articolo di Enzo Bianchi, Dopo lo scisma, «bisogna andare avanti», pubblicato su Vita Pastorale (agosto-settembre 2026) e ripreso sul suo blog, è possibile consultarlo qui:

Enzo Bianchi, Dopo lo scisma, «bisogna andare avanti»

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