«La vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?». (Mt 6,25-33)

Cari amici buongiorno. La testimonianza di san Lorenzo ci ha condotti fino alla libertà estrema del martire: la vita può essere consegnata perché appartiene già a Cristo. Questa appartenenza non si manifesta soltanto nell’ora della prova. Essa trasforma lentamente il rapporto con tutto ciò su cui l’uomo cerca di appoggiare la propria sicurezza. Santa Chiara ci introduce oggi in questa libertà quotidiana. La sua povertà non nasce dal disprezzo delle cose create, ma dalla scoperta di un bene più grande, davanti al quale ogni possesso ritrova la propria misura. Chi ha trovato in Cristo il proprio tesoro può ricevere i beni senza farne il fondamento della propria vita e può lasciarli quando diventano ostacolo alla sequela.
Il Vangelo ci conduce direttamente dentro questa esperienza. Gesù parla del cibo e del vestito, cioè di ciò che il corpo realmente necessita. Non invita a ignorare questi bisogni. Chiede di non permettere che diventino il centro attorno al quale viene organizzata l’intera esistenza.
Il corpo ha bisogno di essere nutrito e protetto. La vita umana richiede una casa e strumenti necessari al lavoro. Quando questi beni occupano uno spazio eccessivo, ciò che dovrebbe servire la persona finisce per determinarne il valore. Si comincia allora a misurarsi attraverso ciò che si possiede, l’immagine che si riesce a presentare e il riconoscimento che ne deriva.
Gesù riporta tutto alla giusta misura: «La vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?».
È una domanda decisiva per il cammino che stiamo facendo. Se il corpo è destinato alla gloria, il suo valore non può dipendere da ciò con cui viene rivestito. La dignità viene da Dio. Nessun oggetto può aumentarla e nessuna povertà può cancellarla.
Santa Chiara comprese questa libertà in modo radicale. La povertà che scelse non nasceva dal disprezzo della materia. Nasceva dal desiderio di seguire Cristo povero senza permettere che il possesso introducesse una distanza tra lei e il Vangelo.
Per questo la sua austerità va compresa dentro una relazione. Chiara rinuncia perché ha trovato. Ha incontrato un bene capace di ordinare gli altri beni e di restituire loro la misura. Il cibo rimane necessario. Il vestito continua a proteggere il corpo. La casa offre riparo. Nessuna di queste realtà riceve il compito impossibile di dare alla persona la propria identità.
Qui la povertà cristiana mostra il proprio significato più profondo. Essa non consiste semplicemente nel possedere poco. Si può avere poco e rimanere interiormente dominati dal desiderio delle cose. Si può vivere con una certa disponibilità materiale e conservare un cuore sobrio, capace di utilizzare ciò che possiede secondo la propria vocazione e di condividerlo.
La questione evangelica riguarda dunque il rapporto con i beni. Il possesso promette facilmente sicurezza. Una volta ottenuto qualcosa, nasce il timore di perderlo oppure il desiderio di possedere ancora. Il cuore rischia così di entrare in una dipendenza silenziosa. Le cose continuano ad accumularsi e la persona resta inquieta.
La sobrietà interrompe questo movimento. Insegna a chiedersi di che cosa abbiamo realmente bisogno e quale posto occupano le cose nella nostra vita. Permette di utilizzare più a lungo ciò che già possediamo e rende più semplice la condivisione. Attraverso queste scelte il corpo impara che può vivere bene senza essere continuamente soddisfatto in ogni desiderio.
Anche Maria ci accompagna in questa scuola. La vita di Nazaret non conosce l’abbondanza. Quando Maria e Giuseppe presentano Gesù al tempio, offrono il sacrificio previsto per chi dispone di mezzi modesti. Poco tempo dopo conoscono la precarietà della fuga in Egitto. La Madre del Signore attraversa queste situazioni continuando a custodire ciò che le è stato affidato.
La sua fiducia nella provvidenza non equivale alla convinzione che nulla mancherà. Significa sapere che la vita rimane nelle mani di Dio anche quando vengono meno molte sicurezze.
Questo è un passaggio importante anche per noi. Spesso identifichiamo la provvidenza con la soluzione immediata dei problemi. La Scrittura mostra una fedeltà di Dio che accompagna il cammino e sostiene la persona dentro condizioni che possono rimanere povere.
La povertà cristiana assume forme differenti secondo la vocazione. Il consacrato può essere chiamato a una disciplina specifica dei beni. Una famiglia deve provvedere con responsabilità alle necessità dei figli e prepararsi prudentemente al futuro. Il criterio comune rimane la libertà: usare le cose senza permettere che esse diventino il criterio attraverso il quale valutiamo noi stessi e gli altri.
Anche la cura di ciò che già possediamo appartiene a questa libertà. Conservare un oggetto e ripararlo quando è possibile significa sottrarsi alla logica secondo cui tutto deve essere continuamente sostituito. In questo modo cresce una gratitudine più concreta verso il lavoro umano che si nasconde dietro ciò che utilizziamo ogni giorno.
Santa Chiara ci insegna così che la povertà evangelica non impoverisce la persona. La rende disponibile. Quando le cose tornano al loro posto, il cuore acquista spazio per Dio e per gli altri.
Il corpo che ieri, con san Lorenzo, abbiamo contemplato nella libertà dell’offerta oggi impara una libertà più quotidiana: non dipendere da ciò che possiede. È la stessa appartenenza a Cristo che assume una forma diversa.
Domani entreremo nella casa di Nazaret. Il corpo liberato dalla necessità di possedere scoprirà nelle mani che lavorano un’altra dimensione della propria vocazione: ricevere il mondo, trasformarlo e servirlo attraverso la fatica quotidiana.
Un gesto per oggi
Rinunciamo a un acquisto non necessario. Conserviamo quella somma, anche piccola, per un gesto di carità.
Alla scuola di santa Chiara
Nel Testamento santa Chiara riconosce il Figlio di Dio come la via che Francesco le ha mostrato. La povertà nasce dalla sequela e rende il corpo disponibile. Alleggerendo la volontà di possedere, apre alla fiducia nella provvidenza. (Testamento, 5)
Il Testamento di Chiara conserva la memoria di una chiamata ricevuta. La povertà è risposta a Cristo e non semplice rinuncia. Essa libera il corpo dalla dipendenza dal possesso e lo rende disponibile alla fraternità.
Preghiera
Dio provvidente, liberami dalla paura che accumula e dalla pretesa di possedere. Donami un corpo sobrio e un cuore disponibile. Maria povera di Nazaret e santa Chiara, insegnatemi a trovare in Cristo la ricchezza che non viene meno.
Giaculatoria
Maria povera, insegnami la libertà del Vangelo.
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