
L’udienza concessa da Papa Leone XIV a Patti Smith continua a tenere banco negli ambienti tradizionalisti, soprattutto in alcuni siti americani che hanno riproposto con forza una polemica già emersa nelle settimane precedenti. Il confronto viene presentato in forma molto semplice: il Papa trova il tempo per ricevere una celebre artista americana e non quello per incontrare il Superiore generale della Fraternità San Pio X. È facile comprendere perché un simile accostamento abbia presa. Due immagini poste una accanto all’altra sembrano raccontare da sole una storia di priorità sbagliate, quasi che l’agenda pontificia possa diventare il criterio attraverso il quale misurare l’attenzione riservata alla Tradizione.
Questa volta, però, credo sia utile resistere alla tentazione di entrare nuovamente nella polemica. Negli ultimi mesi abbiamo dedicato molto spazio alla vicenda della Fraternità, cercando di comprenderne le ragioni e verificando con attenzione gli argomenti utilizzati per giustificare le consacrazioni episcopali. Siamo tornati alle parole di mons. Lefebvre, abbiamo esaminato il significato ecclesiologico della successione episcopale autonoma e abbiamo seguito i tentativi della Santa Sede di evitare una nuova lacerazione. Continuare a ripercorrere lo stesso itinerario ogni volta che compare un nuovo articolo indignato rischia ormai di attribuire a quelle polemiche un’importanza maggiore di quella che realmente possiedono.
La questione decisiva è già emersa con sufficiente chiarezza. Le consacrazioni episcopali sono state compiute senza mandato pontificio dopo una richiesta esplicita del Romano Pontefice di non procedere. La Santa Sede ha espresso il proprio giudizio sulla situazione ecclesiale che ne è derivata. Da quel momento il dibattito non può essere continuamente riportato al punto di partenza come se fossimo ancora in attesa di capire quale direzione avrebbe preso la Fraternità. Una scelta è stata compiuta e quella scelta produce conseguenze che devono essere riconosciute con serenità, senza trasformare ogni discussione successiva in un nuovo processo a Roma.
Qui nasce, a mio avviso, una domanda che riguarda soprattutto noi. Perché continuiamo a lasciare che gli ambienti legati alla Fraternità stabiliscano l’agenda delle nostre discussioni? Se giudicano scandalosa un’udienza del Papa, ci sentiamo immediatamente chiamati a spiegare quell’udienza. Se interpretano una decisione romana come prova dell’abbandono della Tradizione, ricominciamo a dimostrare che la Tradizione appartiene alla Chiesa intera. In questo modo, quasi impercettibilmente, finiamo per guardare la vita della Chiesa attraverso il giudizio di chi ha scelto di collocarsi in una situazione di rottura con l’autorità di Pietro.
Il problema non consiste nell’esistenza della critica. La Chiesa ha sempre conosciuto discussioni severe e periodi nei quali la fedeltà dei suoi uomini è stata sottoposta a verifiche dolorose. Il problema nasce quando una realtà particolare assume progressivamente la funzione di criterio dal quale dipenderebbe il giudizio sulla cattolicità della Chiesa stessa. A quel punto ogni gesto romano viene valutato in base alla sua conformità alla lettura della Tradizione proposta da quella realtà, mentre ogni decisione che non corrisponde alle sue attese può essere interpretata come una nuova conferma della crisi.
È precisamente questo meccanismo che dovremmo smettere di alimentare. La Fraternità San Pio X ha espresso da decenni il proprio giudizio sul Concilio Vaticano II e sulla riforma liturgica, arrivando attraverso il suo fondatore a formulare dubbi molto gravi sulla sicurezza sacramentale dell’episcopato postconciliare. Da quella concezione derivava anche la necessità di assicurarsi una successione episcopale propria. Sono questioni serie, sulle quali è stato necessario discutere e sulle quali resta possibile tornare quando vi sia una ragione dottrinale o pastorale autentica. Diventa meno sensato ricominciare da capo ogni volta che un sito legato a quel mondo decide di trasformare una scelta del Papa nell’ennesima prova della decadenza romana.
In questa prospettiva acquistano un significato particolare le parole pronunciate da Leone XIV quando gli venne chiesto delle consacrazioni annunciate dalla Fraternità. Il Papa manifestò il proprio dolore per la divisione e concluse osservando che, se avessero compiuto quella scelta, la Chiesa avrebbe dovuto andare avanti. Quel «noi dobbiamo andare avanti» merita forse di essere preso più sul serio di quanto abbiamo fatto finora, perché esprime una consapevolezza ecclesiale prima ancora che una valutazione disciplinare.
La Chiesa non può vivere permanentemente in attesa del giudizio della Fraternità San Pio X sulla propria fedeltà. La sua identità non dipende dal riconoscimento di Écône e la continuità della Tradizione non viene garantita dalla sopravvivenza di una società sacerdotale sorta nel XX secolo. La promessa di Cristo riguarda la Chiesa edificata su Pietro, alla quale è stata affidata la trasmissione della fede attraverso il tempo. Quando si perde questo punto di riferimento, si finisce inevitabilmente per attribuire a una realtà particolare una funzione che appartiene alla Chiesa nel suo insieme.
Proprio per questa ragione può essere utile recuperare una forma di sana indifferenza verso il circuito polemico che si è creato attorno alla Fraternità. La parola “indifferenza” potrebbe sembrare dura, se venisse riferita alle persone. Verso di loro rimane la carità ecclesiale e rimane il desiderio di una piena riconciliazione. Qui parliamo dell’indifferenza verso un meccanismo comunicativo nel quale ogni gesto del Papa viene trasformato in un capo d’accusa e ogni difficoltà della Chiesa viene utilizzata come conferma di una diagnosi formulata decenni fa.
La polemica su Patti Smith offre un esempio quasi perfetto. Possiamo interrogarci liberamente sull’opportunità di quell’incontro e possiamo valutarlo secondo criteri pastorali, culturali o ecclesiali. Non abbiamo alcuna necessità di giudicarlo attraverso il confronto con l’udienza non concessa al Superiore della Fraternità, perché le due vicende appartengono a piani diversi e acquistano un rapporto soltanto quando qualcuno decide di metterle artificialmente una accanto all’altra.
Seguire continuamente questa logica produce anche un effetto più sottile. Una parte del mondo cattolico finisce per sentirsi obbligata a dimostrare senza sosta la propria fedeltà alla Tradizione davanti al tribunale di chi si è attribuito il diritto di stabilire dove la Tradizione sia rimasta integra. Ogni abuso liturgico diventa così una conferma delle accuse lefebvriane, ogni parola infelice pronunciata da un uomo di Chiesa viene presentata come prova di una crisi irreversibile. La vita della Chiesa viene compressa dentro uno schema che possiede sempre la stessa conclusione, indipendentemente dai fatti che vi vengono inseriti.
La realtà ecclesiale è più grande di questo schema. Esistono problemi autentici che richiedono correzione e vi sono deviazioni che devono essere affrontate con chiarezza. Tutto questo può essere fatto restando pienamente dentro la Chiesa e riconoscendo nell’autorità di Pietro un principio reale di comunione, anche quando determinate decisioni possono essere discusse secondo le modalità proprie della vita ecclesiale.
Forse è proprio questo il punto al quale siamo arrivati. Per mesi abbiamo cercato di comprendere, abbiamo risposto alle obiezioni e abbiamo esaminato la questione fino alle sue radici ecclesiologiche. Ora sarebbe incoerente continuare a comportarci come se ogni nuova provocazione richiedesse un’ulteriore risposta.
La porta della comunione resta aperta e la speranza di una riconciliazione appartiene alla carità della Chiesa. Nel frattempo la Chiesa vive, evangelizza e continua la propria missione sotto la guida di Pietro.
Forse Leone XIV intendeva anzitutto questo quando disse: «noi dobbiamo andare avanti». E forse è arrivato il momento di farlo davvero.
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