
Dev’essere il seguito di queste interminabili ondate di caldo. Anche il dibattito ecclesiale sembra aver superato la temperatura di sicurezza, con il consueto risultato: molti perdono il contatto con la realtà e cominciano a descrivere la Chiesa secondo ciò che temono o ciò che desiderano.
È bastata un’intervista del cardinale Arthur Roche perché tornassero le profezie definitive. Il Prefetto del Dicastero per il Culto Divino ha dichiarato che Leone XIV non modificherà Traditionis custodes e non ripristinerà il regime introdotto da Benedetto XVI con Summorum Pontificum. Ha riproposto la propria lettura della riforma liturgica e ha mostrato ancora una volta di considerare la permanenza del rito precedente come una questione destinata a esaurirsi.
Le parole di Roche hanno un peso. Provengono dal responsabile del Dicastero competente e difficilmente possono essere liquidate come una semplice opinione personale. Restano parole pronunciate durante un’intervista. Non costituiscono un atto pontificio e non modificano la legislazione vigente. Soprattutto, non autorizzano a trasformare ogni previsione del Prefetto in una dichiarazione irreformabile del Papa.
Questa distinzione elementare è durata molto poco. In alcuni ambienti tradizionalisti l’intervista è diventata immediatamente la prova che Leone XIV avrebbe tradito tutte le speranze riposte in lui, che nulla sarebbe cambiato rispetto al pontificato precedente e che la persecuzione contro la liturgia antica starebbe entrando in una fase ancora più dura. Non sono mancate le accuse al Papa, i processi alle intenzioni e le consuete dichiarazioni sulla Chiesa ormai occupata da un potere ostile alla Tradizione.
Chi aveva immaginato un rapido ritorno a Summorum Pontificum deve prendere atto che, allo stato attuale, questa prospettiva non trova conferma. Può dispiacere. Può apparire ingiusta. La realtà non cambia perché la si investe con una raffica di commenti indignati.
Neppure il cardinale Roche sembra disposto a lasciar raffreddare gli animi. La sua interpretazione continua a presentare la liturgia riformata come espressione della Chiesa conciliare, partecipativa e missionaria, mentre la forma precedente viene associata alla divisione e alla resistenza. Una lettura simile riduce situazioni molto diverse a un’unica categoria.
Esistono gruppi che hanno trasformato il Messale antico in una bandiera di opposizione ecclesiale. Esistono sacerdoti e fedeli che riconoscono la validità della riforma liturgica, vivono nella piena comunione con i propri vescovi e desiderano soltanto pregare secondo una forma che ha nutrito la loro vita spirituale. Confondere queste realtà non aiuta l’unità. Offre soltanto una giustificazione amministrativa alla cancellazione delle differenze.
Sul fuoco acceso dall’intervista è arrivato puntualmente Andrea Grillo, con un articolo dal titolo eloquente: «Elaborare il lutto di Summorum Pontificum: come uscire teologicamente dallo stallo dopo lo scisma».
Il titolo contiene già la diagnosi e la terapia. Summorum Pontificum viene dichiarato morto. Ai fedeli resta il compito psicologico di accettarne la scomparsa. Una procedura efficiente: si stabilisce il decesso e si invitano i parenti a comportarsi con compostezza.
Grillo sostiene che il motu proprio di Benedetto XVI abbia introdotto nella Chiesa una pretesa giuridica priva di autentico fondamento, sottraendo il governo della liturgia ai vescovi e creando comunità parallele. Descrive questa situazione come una «contaminazione» e parla persino di un «virus» immesso nel corpo ecclesiale. Arriva poi alla tesi decisiva: ogni celebrazione secondo il Messale precedente alla riforma conterrebbe inevitabilmente una componente anticonciliare e una «potenza scismatica».
Qui il ragionamento smette di essere un’analisi critica di Summorum Pontificum e diventa una costruzione ideologica. La Fraternità Sacerdotale San Pio X ha legato il rifiuto della riforma liturgica a una contestazione più ampia del Concilio e dell’autorità romana. Da questo dato Grillo ricava una legge generale: chi continua a usare il Messale antico sarebbe destinato, prima o poi, alla medesima logica. Il recente gesto della Fraternità viene assunto come prova del destino nascosto in ogni celebrazione del rito precedente. È una conclusione che non deriva dalle premesse. È un’associazione polemica.
La stessa Traditionis custodes distingue tra i gruppi che negano la validità e la legittimità della riforma e quanti possono essere autorizzati dal vescovo a celebrare secondo il Messale del 1962. Una distinzione del genere non avrebbe alcun senso qualora ogni uso del rito antico fosse intrinsecamente scismatico. La legge invocata da Grillo smentisce la sua tesi più estrema.
Si può ritenere che Summorum Pontificum abbia prodotto problemi pastorali. In alcuni luoghi ha favorito una convivenza serena. Altrove ha generato contrapposizioni e identità liturgiche chiuse. Alcune comunità hanno utilizzato la forma straordinaria come segno di comunione con la tradizione cattolica. Altre hanno costruito attorno a essa un giudizio complessivamente negativo sulla Chiesa postconciliare.
Questi problemi meritavano un esame serio. Chiamare «virus» una decisione pontificia rimasta in vigore per quattordici anni significa compiere qualcosa di diverso. Significa delegittimare non soltanto certe applicazioni, anche l’atto stesso di Benedetto XVI e l’intenzione ecclesiale che lo aveva ispirato.
Benedetto XVI riteneva che la possibilità di celebrare secondo il Messale precedente potesse favorire la riconciliazione. Chiedeva ai fedeli legati alla forma antica di riconoscere il valore e la santità della liturgia riformata. Chiedeva agli altri di accogliere una ricchezza che aveva formato generazioni di cristiani.
Si può giudicare quella soluzione insufficiente. La storia della Chiesa è piena di provvedimenti prudenti che non hanno prodotto tutti i risultati sperati. Presentarla come un’iniezione di anarchia e di scisma significa riscriverla alla luce di una conclusione già decisa.
Il linguaggio scelto da Grillo rivela il problema più profondo. «Virus», «contaminazione», «lutto», «pretesa», «potenza scismatica». Non sono parole rivolte a persone che si desidera ricondurre a una comunione più piena. Sono categorie con le quali si dichiara patologica un’intera sensibilità ecclesiale.
Dopo aver spiegato a qualcuno che la sua vita liturgica è il sintomo di una malattia, ci si meraviglia che egli si senta perseguitato. È una delle più raffinate assurdità del dibattito contemporaneo: si produce la ferita, poi si considera la reazione alla ferita come prova della diagnosi iniziale.
Roche e Grillo non dicono esattamente la stessa cosa. Il primo parla da responsabile di un Dicastero e difende una linea disciplinare. Il secondo cerca di fornire a quella linea una giustificazione teologica radicale. Il risultato converge: il fedele legato alla liturgia antica viene trattato come il residuo di una stagione superata, incapace di comprendere il cammino della Chiesa e destinato a scomparire.
Gli ambienti tradizionalisti estremi reagiscono nel modo peggiore. Gridano alla persecuzione, insultano l’autorità e trasformano ogni limitazione liturgica nella prova di un’apostasia generale. Così facendo offrono a Roche e a Grillo esattamente ciò che serve loro: un tradizionalismo aggressivo, separato e incapace di pensare la comunione ecclesiale.
Il circuito diventa perfetto. L’intransigenza progressista provoca l’irrigidimento tradizionalista. L’irrigidimento tradizionalista viene esibito come prova della necessità dell’intransigenza progressista. Ogni campo produce nell’altro il comportamento che gli consente di sentirsi dalla parte della ragione.
Le responsabilità non sono identiche. Un gruppo estremista può fare molto rumore e avvelenare il dibattito. Chi possiede responsabilità di governo o esercita un’influenza teologica pubblica dispone di un potere maggiore. Può trasformare una lettura particolare in una disciplina applicata a tutta la Chiesa. Proprio per questo gli si dovrebbe chiedere più equilibrio, non la stessa aggressività di chi combatte una guerra quotidiana sui social. La realtà, ancora una volta, è meno comoda delle rispettive ideologie.
Non tutti i fedeli legati al Messale antico rifiutano il Concilio. Non tutti coloro che celebrano secondo il Messale riformato accettano davvero ciò che il Concilio ha insegnato sulla liturgia. Esistono celebrazioni antiche vissute con autentico spirito ecclesiale. Esistono celebrazioni nuove trasformate in spettacoli autoreferenziali, dove il celebrante diventa il protagonista e l’assemblea il pubblico chiamato a dimostrare entusiasmo.
Il problema non si risolve dichiarando che un libro liturgico produce necessariamente la comunione e un altro conduce inevitabilmente allo scisma. La comunione nasce dalla fede cattolica, dal riconoscimento dell’autorità legittima e da una celebrazione ordinata all’adorazione di Dio.
Grillo coglie un elemento reale quando ricorda che il Messale riformato consente celebrazioni molto diverse. Il latino, il canto gregoriano e il Canone Romano vi trovano piena cittadinanza. La liturgia nuova può essere celebrata con sobrietà e senso del sacro. Molti sacerdoti lo dimostrano ogni giorno, spesso senza ricevere l’attenzione riservata agli esperimenti più rumorosi.
Questa possibilità non autorizza a trattare il Messale precedente come un cadavere di cui elaborare il lutto. La vita spirituale di fedeli e sacerdoti non può essere trasferita da un rito all’altro con una circolare amministrativa, come si sposta il personale da un ufficio ormai chiuso.
Come si esce da questo stallo?
Parlando quando è necessario. Le affermazioni di Roche e di Grillo devono essere esaminate con serietà. Occorre mostrare le semplificazioni storiche e le forzature teologiche. Occorre difendere i fedeli che vivono nella comunione ecclesiale e rifiutare l’idea che la loro sensibilità liturgica costituisca una malattia.
Parlare non equivale a gridare. Richiede precisione e misura. Un’intervista non è un atto pontificio. Una scelta disciplinare non è una definizione dogmatica. Una critica alla politica liturgica della Santa Sede non autorizza il disprezzo verso il Papa o verso i vescovi.
Occorre poi costruire dove è possibile.
Una liturgia celebrata con dignità possiede più forza di cento polemiche. Una formazione dottrinale seria mostra che la Tradizione non è una nostalgia estetica. Una comunità capace di vivere nella comunione, custodendo il silenzio e il senso del sacro, confuta con i fatti la caricatura elaborata dai suoi avversari.
Costruire significa anche lavorare perché la liturgia riformata venga sottratta alla sciatteria e alla creatività arbitraria. Il Messale non è il canovaccio sul quale il sacerdote deve improvvisare il proprio spettacolo domenicale. L’assemblea non ha bisogno di un animatore. Ha bisogno di essere condotta dentro il mistero di Cristo.
Infine, resta l’attesa.
Chi sperava che Leone XIV cancellasse rapidamente Traditionis custodes deve accettare che la realtà attuale non corrisponde a quella previsione. Il Papa non è tenuto a incarnare le proiezioni costruite attorno alla sua persona. La fedeltà ecclesiale non dipende dal fatto che egli realizzi ciò che ciascuno desidera.
Attendere non significa dichiarare giusto ciò che appare ingiusto. Significa impedire che la sofferenza diventi amarezza. E questo perché l’amarezza altera lentamente lo sguardo. Ogni decisione viene interpretata come un’aggressione. Ogni pastore diventa sospetto. Si continua a difendere la Chiesa e si perde la capacità di amarla. A quel punto l’ideologia avversaria ha già ottenuto una vittoria: ha trasformato la fedeltà in risentimento.
La Chiesa non appartiene al cardinale Roche e non appartiene ad Andrea Grillo. Non appartiene neppure ai gruppi che si ritengono gli ultimi custodi della vera fede. Appartiene a Cristo.
Ovviamente, questo non elimina la responsabilità degli uomini. Le restituisce la sua misura. Le stagioni ecclesiastiche passano. I paradigmi che sembravano irreversibili mostrano le loro crepe. Gli uomini che si ritenevano interpreti definitivi della storia diventano pagine di quella stessa storia, qualche volta note a piè di pagina.
La Tradizione possiede un respiro più lungo delle nostre dispute. Non vive grazie alla protezione di un Dicastero e non muore per la pubblicazione di un articolo. Continua nella fede della Chiesa, nella sua preghiera e nella santità di chi resta fedele senza trasformare la verità in un’arma di fazione.
Parlare quando è necessario, costruire dove è possibile e attendere senza diventare amari è la disciplina di chi vuole restare cattolico in mezzo alle febbri ecclesiali. Anche quando il caldo, reale e ideologico, sembra aver dato alla testa quasi a tutti.
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