
Scorrevo sul cellulare le notizie della giornata. È un gesto ormai quasi automatico: il dito si muove sullo schermo, un titolo appare per pochi istanti e viene subito sostituito da un altro. Tutto passa in fretta, fino a rendere simili anche le notizie più diverse.
A un certo punto il dito si è fermato: «Scoperti due sermoni sconosciuti di sant’Agostino».
Ho riletto il titolo. Per chi ama Agostino, una frase simile non annuncia soltanto un ritrovamento filologico. Fa pensare a una voce familiare che, dopo essere rimasta nascosta per secoli, torna improvvisamente a farsi ascoltare.
Le informazioni disponibili erano ancora poche. Ho cominciato a cercare, spinto dal desiderio di capire se ci si trovasse davanti alla consueta amplificazione giornalistica o a una scoperta capace di illuminare davvero un tratto ancora ignoto del vescovo di Ippona.
I due sermoni sono stati individuati in un manoscritto del XII secolo custodito nella Biblioteca diocesana di Pelplin, in Polonia. Il codice ne contiene sei attribuiti ad Agostino: quattro erano già conosciuti, due risultavano assenti dalle raccolte moderne. L’esame della lingua, dello stile e del metodo esegetico ha condotto gli specialisti a riconoscerne l’autenticità. L’edizione critica completa è ancora in preparazione.
Ci troviamo dunque davanti a una scoperta confermata, della quale conosciamo soltanto alcune anticipazioni. Quanto basta per suscitare una domanda: che cosa aggiungono questi testi all’immagine di Agostino che già possediamo?
L’argomento dei sermoni è uno degli episodi più oscuri dell’Antico Testamento: l’incontro tra Saul e la negromante di Endor, narrato nel capitolo ventottesimo del Primo libro di Samuele. Saul è giunto alla fine del suo regno. I Filistei si preparano alla battaglia e il re, assalito dalla paura, cerca una risposta da Dio. Non la riceve né attraverso i profeti né mediante i sogni. Decide allora di rivolgersi a una donna capace di evocare i morti e le chiede di richiamare Samuele.
La scena è tragica. L’uomo che era stato scelto da Dio si presenta di notte, travestito, nella casa di una negromante. Ha smarrito la via dell’obbedienza e tenta di ottenere con una pratica proibita la parola che il cielo ormai gli nega. La donna vede apparire Samuele. Il profeta annuncia a Saul la sconfitta e la morte imminente: il giorno seguente il re e i suoi figli cadranno in battaglia.
L’episodio ha sempre posto una seria difficoltà agli interpreti cristiani. Una negromante poteva realmente richiamare un profeta di Dio? La figura apparsa era Samuele oppure un’immagine ingannevole? Nel caso si trattasse davvero di lui, occorreva riconoscere che la sua apparizione fosse avvenuta per permissione divina e non per il potere autonomo della donna.
Agostino prende in esame le diverse interpretazioni e sembra inclinare verso l’apparizione reale di Samuele. Il centro della scoperta si trova altrove. Secondo le informazioni rese note dagli studiosi, egli considera la possibilità che l’annuncio della morte abbia condotto Saul al pentimento.
È questa l’ipotesi che mi ha sorpreso. Saul non viene riabilitato. La sua disobbedienza rimane reale, la consultazione della negromante conserva tutta la propria gravità e il giudizio pronunciato da Samuele si compie. Il re morirà in battaglia, portando fino alla fine le conseguenze delle proprie scelte. Nelle ore che separano la profezia dalla morte, la parola ricevuta potrebbe avere spezzato la sua resistenza. Posto finalmente davanti alla verità, Saul potrebbe aver riconosciuto la propria colpa e essersi rivolto a Dio.
Agostino non afferma che questo sia accaduto. Riconosce che non si può escluderlo. La novità non consiste dunque in una diversa valutazione morale della vita di Saul. Riguarda il limite del giudizio umano. Le sue azioni sono conosciute e possono essere giudicate. Ciò che avvenne nel segreto della coscienza durante l’ultima notte rimane nascosto.
Qui emerge un tratto profondamente coerente con il dottore della grazia. Agostino sa che Dio può raggiungere l’uomo quando la sua storia sembra ormai chiusa. La grazia non cancella il passato e non sottrae necessariamente il peccatore alle conseguenze temporali delle proprie azioni. Può ricondurre a Dio una libertà che, fino a quel momento, gli aveva resistito. La morte di Saul resterebbe così il compimento di un giudizio storico senza diventare, per questo solo fatto, la prova della sua dannazione eterna.
La teologia successiva esprimerà con maggiore precisione la distinzione tra la remissione della colpa e la permanenza di una pena temporale. Un uomo può essere riconciliato con Dio e continuare a portare gli effetti del male commesso. Il pentimento non riscrive la storia. Trasforma il rapporto dell’uomo con Dio.
Non possediamo ancora il testo completo dei sermoni e sarebbe imprudente costruire conclusioni troppo ampie sulle anticipazioni disponibili. L’intuizione che emerge appare già teologicamente importante: il giudizio visibile su una vita non coincide necessariamente con l’ultima parola pronunciata da Dio sull’anima. È una distinzione di cui abbiamo particolare bisogno.
Nel nostro tempo si incontra spesso la difficoltà di chiamare il peccato con il suo nome. Per salvaguardare la persona si finisce talvolta per attenuare la gravità degli atti, riducendo la misericordia a una comprensione che non domanda conversione.
Esiste anche la tendenza opposta: la colpa viene trasformata nella definizione definitiva dell’uomo. Un atto reale e grave diventa la misura dell’intera persona, come se ciò che è visibile autorizzasse a leggere il destino eterno di una coscienza.
Agostino segue una strada più esigente. Riconosce senza esitazioni la responsabilità di Saul e si arresta davanti a ciò che soltanto Dio può conoscere. Questa cautela non nasce da incertezza morale. Deriva dalla consapevolezza che il giudizio eterno appartiene al Signore. La Chiesa può indicare la gravità degli atti, chiamare alla conversione e amministrare la riconciliazione. Non può occupare il posto di Dio nell’ultima ora di una persona.
La scoperta dei sermoni offre anche uno scorcio particolarmente vivo sul ministero pastorale di Agostino. Secondo la ricostruzione degli studiosi, il lettore avrebbe proclamato il brano della negromante di Endor senza averlo concordato con lui. Agostino si trovò quindi a commentare una pagina complessa senza avere preparato una spiegazione compiuta. Nella predica domenicale pose il problema davanti alla comunità. Tornò sull’argomento il mercoledì seguente, dopo aver avuto il tempo di riflettere.
La scena è facile da immaginare. Agostino ascolta la lettura e comprende subito la difficoltà del testo. Davanti a lui il popolo attende. Egli non aggira la domanda e non nasconde l’incertezza sotto una risposta frettolosa. Condivide ciò che in quel momento riesce a vedere e continua la ricerca nei giorni successivi.
In questo comportamento si riconosce il pastore autentico. La sua autorità non dipende dalla capacità di produrre risposte istantanee. Nasce dalla fedeltà con cui rimane davanti alla Scrittura e conduce il popolo dentro la ricerca della verità.
Chi frequenta da tempo le opere di Agostino conosce questa mente in movimento. Egli interroga il testo, misura le parole, torna sulle proprie formulazioni. La domanda non è per lui un espediente retorico. È il luogo nel quale l’intelligenza si lascia guidare verso una comprensione più profonda.
I due sermoni non ci consegnano dunque un Agostino diverso. Permettono di osservarlo in un punto che finora non conoscevamo: davanti al destino di Saul, fermo nel giudicare la colpa e rispettoso del mistero custodito nell’anima.
Quando sarà pubblicata l’edizione critica, potremo valutare le parole esatte di Agostino e comprendere meglio lo sviluppo della sua argomentazione. Per ora rimane l’emozione di una scoperta che ha già aperto una prospettiva inattesa.
Da quei sermoni riemerge una voce ferma davanti al peccato e rispettosa davanti al mistero dell’anima. Agostino non confonde la misericordia con la negazione della colpa e non trasforma la verità in una condanna temeraria.
Saul rimane l’uomo che ha disobbedito. Potrebbe essere anche l’uomo raggiunto dalla grazia nell’ultima notte. Agostino non afferma di saperlo. Si arresta davanti a ciò che soltanto Dio vede.
Forse è proprio questa la zona nuova che i due sermoni cominciano a illuminare. Il grande dottore della grazia conosce la gravità del peccato. Conosce altrettanto bene il limite del giudizio umano. L’ultima parola sull’uomo non appartiene alla sua colpa. Appartiene a Dio.
Ed è questo uno degli annunci più consolanti del Vangelo, soprattutto per chi è precipitato nelle tenebre e nell’ombra della morte. Cristo è venuto proprio per raggiungere l’uomo in quel luogo estremo, quando ogni strada sembra chiusa e nessuno osa più attendere un ritorno. La luce della sua misericordia può entrare anche nell’ultima notte.
Saul diventa allora una figura drammatica dell’uomo che ha consumato le proprie possibilità e si trova davanti alla verità quando il tempo sembra ormai finito. Non sappiamo se abbia accolto quella luce. Agostino ci ricorda che non abbiamo il diritto di dichiarare che essa non possa averlo raggiunto.
Per chi desidera approfondire
La notizia è stata pubblicata sul sito ufficiale dell’Università di Würzburg: https://www.uni-wuerzburg.de/en/news-and-events/einblick/single/news/two-new-sermons-augustine-discovered/
Una presentazione più dettagliata del manoscritto e del contenuto dei due sermoni si trova nella pagina dell’Istituto di Filologia classica della stessa Università: https://www.klassphil.uni-wuerzburg.de/institut/professur-fuer-klassische-philologie/laufende-forschungsprojekte/zwei-neue-predigten-augustins/
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