Quando la critica diventa disprezzo e il giudizio si fa ideologia

Dopo aver pubblicato una riflessione sulla morte del cardinale Camillo Ruini, ho letto con attenzione molte reazioni. Non mi riferisco soltanto ai commenti apparsi sotto il mio articolo. Girando sui social, osservando post, interventi, battute, giudizi sommari e vere esplosioni di rancore, ho avuto conferma di un fenomeno che merita una riflessione più ampia.

Non parlo di meraviglia. Sarebbe ingenuo meravigliarsi ancora. La nostra società è ormai abituata a trasformare ogni evento in un campo di battaglia, anche la morte di un uomo. Parlo piuttosto di sconcerto. Uno sconcerto non emotivo, bensì spirituale e culturale. Davanti alla morte di un sacerdote, di un vescovo, di un cardinale che ha avuto un ruolo importante nella storia della Chiesa italiana e del Paese, ci si sarebbe potuti attendere almeno una sospensione del riflesso ideologico. Non un elogio obbligatorio, non una commemorazione unanime, non una canonizzazione improvvisata, perché di santini inutili ne abbiamo già abbastanza e spesso sono anche stampati male. Almeno, però, un minimo di rispetto davanti al mistero della vita che si conclude.

Ciò che invece emerge da tante reazioni è diverso. Non si tratta semplicemente di critica. La critica è legittima, necessaria, talvolta doverosa. Una figura come Ruini può essere valutata storicamente, ecclesialmente, culturalmente. Si possono discutere le sue scelte, il suo modo di intendere la presenza pubblica della Chiesa, il rapporto con la politica, il progetto culturale, la stagione della CEI che egli ha segnato profondamente. Questo appartiene alla serietà del giudizio storico. Il problema nasce quando la critica si trasforma in disprezzo, quando il giudizio viene sostituito dall’etichetta, quando una vita intera viene compressa dentro una caricatura.

È qui che appare quello che chiamerei odio moralmente autorizzato.

È un fenomeno sottile, e proprio per questo pericoloso. L’odio moralmente autorizzato è l’odio che non riconosce se stesso come odio, perché si considera dalla parte giusta della storia. È il rancore di chi si sente così sicuro della propria superiorità morale da ritenere legittimo usare parole dure, sprezzanti, sarcastiche, perfino crudeli, verso chi viene collocato nella categoria del nemico culturale. Non importa che quella persona sia morta. Non importa che sia stata un pastore della Chiesa. Non importa che abbia servito per decenni una comunità ecclesiale. Se appartiene alla parte sbagliata, allora tutto diventa permesso.

Ed ecco la contraddizione più evidente. Molti di coloro che parlano continuamente di inclusione, dialogo, accoglienza, lotta all’odio, linguaggio non violento e rispetto delle differenze, quando si trovano davanti a una figura che non rientra nel loro schema, abbandonano improvvisamente il vocabolario della mitezza e indossano quello della condanna. L’odio è riprovevole quando proviene dagli altri. Quando nasce dal proprio ambiente culturale, cambia nome. Diventa lucidità, denuncia, memoria critica, resistenza. La vecchia umanità riesce sempre a battezzare i propri vizi con nomi decorosi. È una forma di creatività, anche se non esattamente evangelica.

Questo non riguarda solo il cardinale Ruini. Riguarda il modo in cui oggi giudichiamo tutto. Prima ci schieriamo, poi interpretiamo. Prima decidiamo chi è dei nostri e chi non lo è, poi costruiamo le ragioni. La realtà non viene più guardata, viene arruolata. Le persone non vengono più comprese, vengono classificate. Gli eventi non vengono più letti nella loro complessità, vengono usati come munizioni. Anche la morte diventa un’occasione per regolare conti ideologici. A quel punto il pensiero muore prima delle persone, e la cosa, stranamente, non sembra turbare quasi nessuno.

Il cardinale Ruini è stato una figura forte, incisiva, non neutra. Proprio per questo può e deve essere discusso. Ha rappresentato una stagione della Chiesa italiana nella quale si riteneva che la fede avesse qualcosa da dire anche nello spazio pubblico. Una stagione nella quale la Chiesa non accettava di essere confinata alla sfera privata, come se il cristianesimo fosse soltanto consolazione interiore, solidarietà generica o sentimento religioso da esercitare senza disturbare le grandi liturgie secolari del tempo. Ruini era convinto che la fede cristiana portasse con sé una visione dell’uomo, della vita, della famiglia, della società, dell’educazione, del bene comune.

Si può discutere il modo in cui questa convinzione fu tradotta nelle scelte concrete. Si può discutere il rapporto tra Chiesa e politica in quegli anni. Si può osservare che alcune strategie abbiano avuto limiti, che non tutto abbia prodotto i frutti sperati, che una stagione storica non possa essere semplicemente ripetuta. Questo è giudizio critico. Questo è pensiero adulto. Altra cosa è liquidare Ruini come se fosse il simbolo di ogni male ecclesiastico, come se la sua presenza pubblica fosse stata solo potere, ingerenza, clericalismo, chiusura. Una lettura del genere non interpreta la storia, la mutila.

La polarizzazione funziona proprio così: riduce la complessità a schema. Da una parte i buoni, dall’altra i cattivi. Da una parte gli aperti, dall’altra i chiusi. Da una parte i dialoganti, dall’altra gli identitari. Da una parte quelli che amano, dall’altra quelli che odiano. Poi accade che quelli che si definiscono “dialoganti” non dialogano affatto, quelli che si proclamano “inclusivi” escludono con notevole precisione chirurgica, quelli che denunciano il linguaggio d’odio lo praticano appena incontrano un bersaglio approvato dal proprio ambiente. Il mondo contemporaneo ha questa strana abilità: combatte i peccati degli avversari e assolve i propri con indulgenza plenaria digitale.

Un cristiano dovrebbe sottrarsi a questo meccanismo. Non perché debba rinunciare al giudizio, anzi. Il giudizio è necessario. La fede cattolica non chiede di sospendere l’intelligenza, neppure per quieto vivere. Chiede di purificarla. Chiede di giudicare secondo verità, secondo giustizia, secondo carità. La carità non elimina la verità. La verità senza carità diventa pietra. La carità senza verità diventa sentimento molle, e di sentimenti molli è già pieno il mercato religioso.

Davanti a una figura come Ruini, il cattolico dovrebbe saper dire: riconosco il bene che ha fatto, valuto criticamente ciò che può essere discusso, evito di trasformarlo in bandiera, rifiuto di ridurlo a bersaglio. Questa è maturità ecclesiale. Non è tiepidezza. Non è equilibrismo. È giustizia. Ed è proprio ciò che oggi sembra mancare: la capacità di distinguere tra memoria e nostalgia, tra critica e rancore, tra giudizio e disprezzo.

Le reazioni alla morte del cardinale Ruini rivelano dunque qualcosa di più profondo della valutazione su un uomo. Rivelano una società che fatica a pensare senza appartenere prima a una fazione. Rivelano un cristianesimo spesso impoverito, che usa parole evangeliche dentro schemi ideologici. Rivelano una cultura pubblica nella quale il rispetto non è più riconosciuto come dovere verso la persona, bensì concesso come premio a chi conferma le nostre idee.

Eppure la morte dovrebbe almeno ricordarci che ogni uomo è più grande della parte che gli assegniamo. Un uomo non coincide con il ruolo che ha avuto, con le battaglie che ha combattuto, con le letture che altri hanno fatto di lui. La morte consegna ogni vita al giudizio di Dio. A noi resta il dovere di parlare con serietà, con misura, con verità. Anche quando dissentiamo. Soprattutto quando dissentiamo.

Per questo, dopo il primo articolo dedicato alla memoria del cardinale Ruini, sento il bisogno di aggiungere questa riflessione. Non per difendere Ruini da ogni critica. Sarebbe inutile e anche poco serio. Per difendere qualcosa di più importante: la possibilità stessa di un giudizio umano e cristiano che non sia immediatamente divorato dall’ideologia.

Quando l’odio si presenta come odio, almeno è riconoscibile. Quando invece si veste da coscienza critica, da progresso, da liberazione, da sensibilità evangelica, diventa molto più insidioso. Perché permette all’uomo di disprezzare continuando a sentirsi buono. E questa è forse una delle forme più raffinate di menzogna spirituale.

Il cardinale Ruini ora è davanti a Dio. Noi restiamo davanti alla responsabilità delle nostre parole. E forse proprio qui si misura la qualità della nostra fede: non nel commentare bene chi ci piace, bensì nel parlare con giustizia di chi ci mette in difficoltà. Una società che non sa più distinguere la critica dal disprezzo è una società che ha smesso di pensare. Una Chiesa che non educa più a questa distinzione rischia di diventare anch’essa parte del rumore, mentre avrebbe il compito di custodire una parola più alta, più vera, più libera.

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