
La morte del cardinale Camillo Ruini segna la fine di una stagione importante della Chiesa italiana. Non muore soltanto un uomo di governo, un cardinale, un presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Muore una figura che, nel bene e nei limiti propri di ogni uomo, ha incarnato un modo di intendere la presenza della Chiesa nella storia: una presenza non timida, non subalterna, non ridotta a eco morale delle mode dominanti.
Ruini non fu un uomo neutro. Nessun vero pastore lo è. La neutralità, quando si tratta della verità sull’uomo, sulla vita, sulla famiglia, sulla società, è spesso solo una forma elegante di resa. Egli comprese che la Chiesa italiana non poteva limitarsi a conservare strutture, amministrare parrocchie, produrre documenti pastorali destinati alla nobile arte dell’archiviazione immediata. La Chiesa doveva pensare, formare, giudicare, proporre. Da qui nacque il cosiddetto progetto culturale, che oggi molti liquidano con sufficienza, forse perché richiedeva una cosa diventata sospetta: l’intelligenza cattolica applicata alla storia.
Il punto decisivo è qui. Ruini ha cercato di impedire che la fede fosse confinata nella sfera privata, come se il cristianesimo dovesse limitarsi a consolare le coscienze lasciando alla cultura dominante il diritto di definire l’uomo, la libertà, il corpo, la vita nascente, la morte, la famiglia. Egli sapeva che la fede cristiana non è un sentimento da custodire in sacrestia. È una luce sull’intera realtà. Quando la Chiesa rinuncia a questo compito, altri pensano al suo posto. E di solito non pensano meglio, semplicemente pensano più forte.
Per questo la figura di Ruini risulta oggi scomoda. Egli appartiene a una stagione in cui l’episcopato italiano aveva una fisionomia pubblica riconoscibile. Si poteva discutere, si poteva dissentire da alcune scelte, si potevano cogliere limiti di metodo o di linguaggio. Resta il fatto che la Chiesa italiana non appariva come una realtà esitante, quasi desiderosa di chiedere permesso prima di pronunciare una parola cattolica nello spazio pubblico. Parlava. E parlava non per nostalgia di potere, secondo la caricatura pigra di chi riduce tutto a clericalismo, bensì per responsabilità verso il bene comune.
Qui occorre evitare una lettura superficiale. Ruini non va ricordato come il cardinale della “politica cattolica” nel senso mondano del termine. Sarebbe una riduzione. La sua questione vera era antropologica. La domanda di fondo era: quale uomo vogliamo costruire? Un uomo creato, redento, chiamato alla verità e alla comunione, oppure un individuo isolato, tecnicamente manipolabile, affettivamente fragile, culturalmente sradicato, convinto di essere libero proprio mentre diventa sempre più dipendente dai poteri che lo formano senza dichiararlo?
Questa domanda oggi è ancora più urgente. L’Italia del tempo di Ruini stava entrando nella secolarizzazione avanzata. L’Italia di oggi ci sta abitando dentro, spesso con l’aria di chi ha perso le chiavi di casa e chiama “apertura” il fatto di dormire sul pianerottolo. La fede è ancora presente, i santuari sono ancora vivi, la pietà popolare resiste, tanti sacerdoti continuano a consumarsi nel silenzio. Eppure la cultura pubblica è spesso plasmata da categorie lontane dal Vangelo. La Chiesa corre il rischio di reagire con due tentazioni opposte: chiudersi in un’identità risentita, oppure dissolversi in un linguaggio talmente accogliente da non dire più nulla. Ruini, con tutti i limiti del suo tempo e del suo stile, cercò una terza via: una Chiesa consapevole della propria identità e proprio per questo capace di parlare alla società.
Il cardinale Reina ha ricordato in Ruini la capacità di discernere le svolte politiche e sociali del Paese e di guidare le transizioni culturali con “fierezza cattolica”. Forse oggi appare persino strana. Fierezza cattolica. Non arroganza. Non nostalgia. Non dominio. Fierezza. Cioè la coscienza pacata che la fede ricevuta non è un ingombro da giustificare dinanzi al tribunale del mondo, bensì un dono da offrire con libertà.
Questa è forse l’eredità più attuale di Ruini. Una Chiesa senza fierezza diventa afona. Una Chiesa che non sa più dire “Cristo” con chiarezza finisce per dire molte parole rispettabili e nessuna decisiva. Una Chiesa che smarrisce la propria intelligenza culturale diventa emotiva, reattiva, amministrativa, talvolta persino burocraticamente spirituale, prodigio moderno che meriterebbe un museo.
Ricordare Ruini significa allora interrogarsi sul presente della Chiesa italiana. Abbiamo ancora un pensiero cattolico capace di formare coscienze? Abbiamo ancora luoghi in cui sacerdoti, laici, giovani, famiglie, educatori, politici, intellettuali possano imparare a giudicare la realtà alla luce della fede? Abbiamo ancora il coraggio di dire che la dottrina sociale della Chiesa non è un ornamento per convegni, bensì una visione dell’uomo e della società? Abbiamo ancora il desiderio di generare cattolici adulti, capaci di stare nel mondo senza farsi ingoiare dal mondo?
La morte di Ruini non chiede rimpianto. Il rimpianto è spesso una forma elegante di pigrizia. Chiede memoria, gratitudine, discernimento. La memoria custodisce ciò che è stato vero. La gratitudine riconosce il bene ricevuto. Il discernimento impedisce di trasformare il passato in rifugio o il presente in assoluto.
Il Signore accolga il cardinale Camillo Ruini nella sua pace. E conceda alla Chiesa italiana non di copiare una stagione ormai conclusa, bensì di ritrovare ciò che in quella stagione vi era di essenziale: il coraggio di pensare cattolicamente, di parlare chiaramente, di servire l’uomo senza tradire Cristo.
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