Cari amici, ho letto la lettera di Mons. Carlo Maria Viganò a Leone XIV e ne sono rimasto profondamente colpito e preoccupato. Prima di entrare nel merito del testo, occorre partire da un dato oggettivo: la Santa Sede ha dichiarato Mons. Viganò colpevole del delitto di scisma. Questo punto non può essere aggirato, perché altrimenti si rischia di confondere ulteriormente una situazione già grave.

Tornando alla lettera, a mio avviso essa non va letta partendo dalle denunce che contiene. Quelle denunce, vere o discutibili che siano, rischiano di distogliere l’attenzione dal punto centrale. Non è la gravità altrui a rendere meno grave la propria posizione. Denunciare il male presente nella Chiesa non basta a collocarsi automaticamente nella verità cattolica.

Il nodo decisivo è un altro. Nella lettera emerge una posizione tragica: la tendenza a separare la Chiesa visibile attuale dalla Chiesa cattolica di sempre. Da una parte viene collocata la Tradizione, dall’altra la Chiesa concreta, conciliare, sinodale, governata oggi dal Papa e dai vescovi. Questa separazione è ecclesiologicamente devastante. La Tradizione non è un luogo alternativo alla Chiesa visibile; è la vita stessa della Chiesa che attraversa il tempo.

Per questo non basta chiedere al Papa: “mi dica dove sbaglio rispetto al Depositum Fidei”. La domanda sembra limpida, quasi definitiva. In realtà il problema non è soltanto una proposizione dottrinale da correggere. Il problema riguarda il modo stesso di intendere la Chiesa, il Papato, il Magistero, il Concilio, la comunione visibile. Si può professare verbalmente il Primato romano e nello stesso tempo svuotarlo nella pratica, quando l’autorità concreta del Papa viene accettata solo nella misura in cui conferma il proprio giudizio.

Qui sta il pericolo spirituale per molti fedeli fragili. Lo schema è seducente: la Chiesa visibile sarebbe occupata, corrotta, infedele; il piccolo resto perseguitato custodirebbe da solo la vera fede. È uno schema che consola chi è scandalizzato, offre una spiegazione semplice a una crisi complessa e trasforma la sofferenza in prova automatica di verità. La sofferenza merita rispetto, non canonizza da sola una posizione teologica.

Lo stesso meccanismo rischia di ripresentarsi tra pochi giorni con la Fraternità Sacerdotale San Pio X. Già si sente dire che “Roma li scomunicherà”, come se l’eventuale sanzione fosse un atto arbitrario contro la Tradizione. In realtà, se si procede a consacrazioni episcopali senza mandato pontificio, non è Roma a creare la frattura: Roma prende atto di una scelta che tocca il cuore stesso della comunione gerarchica.

Anche qui lo schema è simile: si invoca lo stato di necessità, si denuncia la crisi della Chiesa, si presenta la propria disobbedienza come fedeltà superiore, poi si attribuisce all’autorità ecclesiale la responsabilità della rottura. È una dinamica spiritualmente pericolosa, perché trasforma la conseguenza canonica di una scelta oggettiva nella prova di una persecuzione. La Tradizione cattolica non si difende costruendo una linea episcopale autonoma; si custodisce dentro la comunione visibile della Chiesa, anche quando questa comunione chiede pazienza, sofferenza e obbedienza.

La fedeltà cattolica non è selettiva. Non si può amare un Papato ideale, custodito nella memoria dei secoli passati, e vivere in sospetto permanente verso il Papato concreto che oggi guida la Chiesa. Non si può difendere la Tradizione separandola dal soggetto vivo che la custodisce. Una Tradizione staccata dalla Chiesa visibile diventa facilmente criterio privato, tribunale personale, identità contrapposta.

Il vero dramma della lettera non è dunque la severità delle accuse. È la sostituzione della comunione cattolica con una fedeltà privata alla Tradizione. Questa è la tentazione più grave, perché appare nobile, devota, coraggiosa. Proprio per questo può diventare spiritualmente devastante.

La Chiesa va amata nella sua verità, non idealizzata. Le ferite presenti nella sua vita storica vanno riconosciute, le ambiguità vanno chiarite, gli abusi vanno denunciati con franchezza ecclesiale, senza abbandonare interiormente la comunione. La Chiesa va servita dall’interno, non giudicata da fuori come se la vera Chiesa fosse altrove. Chi vuole difendere la Tradizione deve restare dentro la comunione, perché fuori dalla comunione la Tradizione non diventa più pura: diventa solitaria. E una verità solitaria, nella fede cattolica, rischia sempre di diventare una verità senza Chiesa.

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