
Dopo aver proposto una riflessione su due aspetti del nuovo documento CEI, i ministeri battesimali e le strutture, ho voluto rileggere il Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese in Italia, Lievito di pace e di speranza, mettendolo a confronto con le successive Linee di orientamento della CEI, Radicati e costruiti in Cristo.
Il risultato mi è parso assai interessante. Dal confronto tra i due documenti emerge infatti una differenza di tono che, a mio avviso, merita attenzione. Non si tratta di opporre un documento all’altro, né di costruire una lettura sospettosa del cammino compiuto. Sarebbe troppo facile e anche poco utile. Il punto è più serio: il secondo testo sembra avvertire la necessità di ricondurre il linguaggio ampio della stagione sinodale a un centro più esplicitamente cristologico. In questa diversa accentuazione mi pare di cogliere anche l’influsso del primo anno di pontificato di Papa Leone XIV, segnato dal richiamo insistente a Cristo come centro della vita della Chiesa, della missione e del discernimento pastorale.
Il Documento di sintesi restituisce il respiro della stagione sinodale: ascolto, partecipazione, corresponsabilità, dialogo, pace, inclusione, conversione delle prassi, trasformazione delle strutture, presenza profetica nella società. Cristo è presente, e sarebbe scorretto affermare il contrario. Il testo richiama la Chiesa alla testimonianza della risurrezione di Gesù, alla missione, alla relazione personale con Lui, alla necessità dell’annuncio. Nella parte dedicata a “Profezia e cultura” si afferma espressamente che l’invito a porre Gesù Cristo al centro motiva uno slancio rinnovato nell’annuncio e nella trasmissione della fede.
Eppure, nel Documento di sintesi questo riferimento cristologico appare inserito dentro un lessico molto vasto, dove i termini della sensibilità ecclesiale contemporanea occupano grande spazio. Il linguaggio della sinodalità si presenta come linguaggio di ascolto, di accoglienza, di processi, di relazioni, di confronto, di pace e di dialogo con le culture. Sono parole necessarie quando nascono dal Vangelo e conducono al Vangelo. Diventano più fragili quando rischiano di assumere una vita propria, quasi autosufficiente, come se bastasse pronunciarle per garantire la qualità evangelica del cammino.
Le Linee di orientamento Radicati e costruiti in Cristo sembrano introdurre un correttivo decisivo. Il titolo stesso indica il centro: non una Chiesa genericamente in cammino, non una Chiesa semplicemente organizzata in modo più partecipativo, non una Chiesa ansiosa di aggiornare il proprio vocabolario, bensì una Chiesa radicata in Cristo. Il documento afferma che la vitalità dei credenti e della Chiesa si attinge dalla pienezza di Cristo, “e non da altrove”. Ricorda anche che la fede non può più essere data per scontata e che essa si realizza grazie all’incontro vivo con il Signore Risorto, mediato dalla Chiesa attraverso ciò che essa è, dice e fa: annuncio, carità, celebrazione del Mistero.
Questa differenza di accento non va letta come contraddizione. È più corretto leggerla come una necessaria purificazione. Il Documento di sintesi raccoglie molte istanze, molte attese, molte sensibilità emerse dal cammino. Radicati e costruiti in Cristo sembra voler dire che tutto questo deve essere ricondotto a una gerarchia spirituale e pastorale, dove il primo posto non spetta al processo, alla struttura, alla partecipazione o all’inclusione, bensì a Cristo, alla fede, al kerygma, alla vita sacramentale, alla trasmissione della fede.
Qui si apre il tema più delicato: il linguaggio ecclesiale. La crisi della Chiesa non è soltanto numerica, organizzativa o strutturale. È anche una crisi della parola. Molti discorsi ecclesiali si presentano come pastorali, attenti, accoglienti, sensibili, capaci di dialogo con il presente. A uno sguardo più attento, talvolta rivelano una profonda insicurezza identitaria. Si parla come parla il mondo, si giudica come giudica il mondo, si assumono le sue priorità, si teme di non essere riconosciuti come moderni, aperti, credibili, “dalla parte giusta”. Il risultato è una pastorale che sembra linguaggio della missione e rischia di diventare linguaggio della sudditanza.
Il problema non è usare parole nuove. La Chiesa, lungo i secoli, ha sempre saputo assumere linguaggi, categorie e strumenti culturali, purificandoli e ordinandoli alla verità del Vangelo. Il problema nasce quando le parole non vengono più trasfigurate dalla fede, bensì importate così come sono, con il loro carico di presupposti, sensibilità e visione dell’uomo. Allora il linguaggio ecclesiale conserva l’apparenza pastorale, mentre nel profondo inizia a respirare secondo criteri mondani.
Non è casuale che Radicati e costruiti in Cristo inviti a vigilare perché alcuni “dinamismi mondani” non si insinuino nelle comunità cristiane, persino in nome di una visione distorta della sinodalità. È un passaggio forte. Riconosce che perfino una parola ecclesiale buona può essere abitata da criteri non evangelici. Non basta parlare di sinodalità per pensare ecclesialmente. Non basta parlare di ascolto per ascoltare nello Spirito. Non basta parlare di partecipazione per vivere la comunione. Non basta parlare di inclusione per annunciare la salvezza.
Da qui nasce una forma di complesso di inferiorità verso la cultura dominante. Da decenni una parte del mondo ecclesiastico sembra vivere nell’imbarazzo della propria identità. Si ha talvolta l’impressione di incontrare uomini di Chiesa capaci di muoversi con disinvoltura tra sociologia, psicologia, comunicazione, linguaggi inclusivi, categorie politiche e culturali, e insieme stranamente impacciati quando devono parlare di Gesù Cristo, della conversione, del peccato, della grazia, della croce, della vita eterna. Conoscono molte parole del mondo, e sembrano aver smarrito la parola che salva il mondo.
Questo complesso non resta sul piano del linguaggio. Prima o poi diventa scelta pastorale. Le parole generano priorità, le priorità generano scelte, le scelte generano forme ecclesiali. Se una diocesi assume soprattutto il lessico dell’inclusione, svilupperà alcuni percorsi. Se assume soprattutto il lessico della pace politica e sociale, svilupperà altri tavoli. Se assume soprattutto il lessico delle strutture, investirà su accorpamenti, organismi, amministrazione e riorganizzazione. Se assume il lessico del kerygma, metterà mano a catechesi, liturgia, formazione e vita sacramentale. Il lessico non è mai innocente. Le parole, nella Chiesa, costruiscono il volto della Chiesa.
Qui si inserisce un rischio che non tarderà a manifestarsi. Radicati e costruiti in Cristo non cancella il Documento di sintesi, né si sovrappone al discernimento delle Chiese locali. Indica alcune priorità comuni per il cammino delle Chiese in Italia. Questo è ecclesialmente corretto, perché la recezione deve avvenire nella concretezza dei territori. Nello stesso tempo, proprio qui si apre una questione delicata: se le priorità comuni non resteranno realmente normative nel discernimento pastorale, ogni diocesi potrà selezionare dal Documento di sintesi gli accenti che riterrà più urgenti, aggiungendo priorità proprie.
A distanza di qualche anno potremmo trovarci davanti a cammini diocesani molto diversi, tutti formalmente sinodali, tutti presentati come attuazione del medesimo processo, eppure orientati da sensibilità differenti. Una Chiesa locale potrà apparire più centrata sulle questioni sociali, un’altra sulle strutture, un’altra sui ministeri, un’altra sull’inclusione, un’altra sulla pace, un’altra ancora sulla formazione e sul kerygma. La pluralità è una ricchezza quando nasce da un unico centro. Diventa frammentazione quando il centro comune si indebolisce.
Qui diventa decisiva la figura del vescovo. Non nel senso riduttivo del carattere individuale, né della semplice inclinazione personale. Il vescovo, nella Chiesa particolare, è chiamato a discernere, custodire e comporre in unità. Il Documento di sintesi riconosce al vescovo il compito di riconoscere, discernere e comporre in unità i doni che lo Spirito effonde sui singoli e sulle comunità. Questa espressione va presa sul serio. Se il vescovo non compone in unità, le sensibilità diventano correnti. Se le correnti diventano agenda, la diocesi cambia volto.
Ogni vescovo sarà sottoposto a pressioni diverse: gruppi ecclesiali, associazioni, media locali, sensibilità interne al presbiterio, richieste dei laici più organizzati, urgenze sociali, attese culturali. Dove il criterio cristologico sarà chiaro, le priorità locali verranno ricondotte al centro comune della fede. Dove prevarrà il bisogno di apparire aggiornati, la paura di sembrare arretrati o il desiderio di essere riconosciuti come profetici secondo i codici del presente, il cammino sinodale rischierà di diventare una somma di agende locali. Naturalmente tutte accompagnate da riunioni, tavoli, verifiche e parole molto adulte, perché l’umanità ecclesiastica non sa complicarsi la vita senza produrre verbali.
Un esempio di questa diversificazione si è già visto nelle diverse sensibilità con cui alcune diocesi hanno promosso o ospitato veglie legate al tema del superamento dell’omobitransfobia, mentre altre Chiese locali hanno mantenuto un profilo più prudente o non hanno assunto iniziative analoghe. Nel 2026 risultano iniziative ufficiali o pubblicate su siti diocesani, per esempio a Bergamo, Como, Bologna e Verona, con formulazioni e contesti non identici tra loro. Questo non va letto in modo superficiale, come se ogni iniziativa fosse automaticamente identica alle altre o come se bastasse una locandina per giudicare un’intera diocesi. Il dato mostra piuttosto che, attorno ad alcuni temi sensibili, le Chiese locali stanno già sviluppando accenti pastorali differenti.
La questione decisiva non è il singolo evento. È il criterio. Se il criterio è Cristo, ogni accompagnamento pastorale dovrà custodire insieme verità e carità, accoglienza e conversione, dignità della persona e chiarezza dell’antropologia cristiana. Se il criterio diventa il linguaggio dominante, allora la pastorale rischia di assumere categorie esterne, limitandosi a rivestirle di parole ecclesiali. In quel caso la Chiesa non accompagna più il mondo verso Cristo, accompagna se stessa verso l’approvazione del mondo.
L’uomo di Chiesa, quando vuole dimostrare di non essere clericale, rischia di umiliare il clero. Quando vuole dimostrare di non essere indifferente, rischia di schierarsi secondo una grammatica puramente politica. Quando vuole dimostrare di non essere arretrato, adotta i codici dell’attualità. Alla fine, invece di annunciare Cristo con libertà, finisce per recitare il ruolo che il mondo considera accettabile: il pastore trasparente, il pastore inclusivo, il pastore indignato, il pastore controcorrente. Ruoli diversi, stesso palcoscenico.
La profezia cristiana non coincide con l’anticonformismo. Oggi, anzi, l’anticonformismo è spesso una delle forme più prevedibili del conformismo. Basta scegliere il bersaglio approvato dalla cultura dominante, usare il vocabolario richiesto, mostrare indignazione nel formato giusto, e si viene subito percepiti come liberi e coraggiosi. Il profeta biblico non agisce così. Non parla per sembrare moderno. Non cerca l’applauso dei progressisti, né quello dei conservatori. Sta davanti a Dio, e proprio per questo può parlare agli uomini.
Il rischio non è che le diocesi diventino formalmente Chiese diverse. La comunione cattolica non si misura solo sulle scelte pastorali locali. Il rischio è che, agli occhi dei fedeli, esse appaiano progressivamente diverse nel linguaggio, nelle priorità, nelle sensibilità, nei gesti pubblici e nei criteri di discernimento. Quando i fedeli percepiscono criteri diversi, non vedono più soltanto una legittima pluralità pastorale; iniziano a percepire una frattura di visione.
Per questo Radicati e costruiti in Cristo non dovrebbe essere letto come un semplice documento successivo al Documento di sintesi. Dovrebbe essere assunto come criterio di discernimento del Documento di sintesi. Non lo annulla, lo orienta. Non ne spegne le istanze, le sottopone al centro vivo della fede. Non ne rifiuta il linguaggio, lo purifica chiedendo che tutto sia radicato in Cristo.
La Chiesa italiana avrà davanti a sé una sfida delicata. Dovrà evitare due riduzioni opposte. Da una parte, trasformare il cammino sinodale in un apparato procedurale, dove tutto viene organizzato, verificato e accompagnato, senza generare realmente fede. Dall’altra, lasciare che ogni diocesi scelga il proprio frammento preferito del cammino, fino a produrre una sinodalità a geometria variabile. La prima riduzione produce burocrazia pastorale. La seconda produce frammentazione. Entrambe nascono quando il centro non è più Cristo, bensì il processo, la sensibilità, la pressione culturale o l’agenda locale.
La Chiesa non deve parlare contro il mondo per sentirsi pura. Non deve parlare come il mondo per essere accettata. Deve parlare da Cristo. Solo così potrà ascoltare senza imitare, accogliere senza dissolvere, dialogare senza dipendere, denunciare senza ideologizzare, riformare senza perdere la propria anima.
Il futuro della Chiesa italiana non dipenderà anzitutto dalla qualità delle strutture, dalla distribuzione dei ministeri o dall’efficienza dei processi. Tutto questo avrà valore solo se nascerà da una fede viva. Una Chiesa che rincorre il mondo potrà sembrare moderna, inclusiva, coraggiosa, aggiornata. Potrà usare le parole giuste e assumere le posture giuste. Rischierà, però, di non avere più una parola che salva.
Una Chiesa radicata in Cristo può parlare a tutti senza complessi, senza arroganza, senza sudditanza. Può ascoltare il presente senza inginocchiarsi davanti al presente. Può servire l’uomo senza smarrire Dio. Può essere davvero pastorale, perché la sua parola nasce dal Pastore.
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