Il cammino di una Chiesa che vuole annunciare il Vangelo oggi

Cari amici, oggi, a Cannaiola, si è conclusa l’Assemblea del Clero della nostra Arcidiocesi di Spoleto-Norcia, vissuta in continuità con il cammino delle Pievanie.

Sono stati due giorni intensi, di ascolto, confronto, preghiera e discernimento. La prima serata ha visto la presenza dei sacerdoti, delle equipe pastorali e dei rappresentanti delle Pievanie. Abbiamo ascoltato ciò che sta accadendo nei diversi territori della diocesi: fatiche, resistenze, primi frutti, desideri, passi avanti, domande ancora aperte.

Il dato più importante è questo: le Pievanie non sono più soltanto un progetto scritto nei documenti. In molte realtà stanno diventando occasione di conoscenza reciproca, collaborazione tra comunità, superamento graduale dei campanili chiusi, crescita della corresponsabilità tra sacerdoti e laici. Il cammino procede con ritmi diversi, perché la diocesi non è fatta di luoghi tutti uguali. Ci sono città, paesi, frazioni, zone montane, comunità piccole, distanze reali, abitudini antiche, appartenenze locali molto forti. Pensare che tutto cambi in fretta sarebbe ingenuo. Pensare che nulla possa cambiare sarebbe altrettanto sbagliato.

La questione decisiva, però, non è semplicemente organizzativa. Le Pievanie non nascono per gestire meglio la diminuzione dei sacerdoti, né soltanto per distribuire diversamente Messe, calendari e servizi. Queste esigenze esistono e vanno affrontate con realismo. Il cuore del cammino è più profondo: aiutare le persone affidate alla cura della Chiesa a incontrare il Signore Gesù e a vivere di Lui.

Se perdiamo questo centro, potremo anche avere strutture più ordinate, comunicazioni più rapide, programmi più coordinati. Avremo forse un apparato migliore. Non necessariamente una Chiesa più evangelica.

Per questo mi ha colpito un elemento emerso più volte: le esperienze più promettenti sono quelle radicate nella preghiera. Dove le equipe pregano, adorano, ascoltano la Parola, vivono la Messa feriale, visitano gli ammalati, custodiscono il Rosario, curano la Confessione, lì il cammino assume un altro respiro. La comunione non nasce soltanto dal coordinamento. Nasce dal rimanere insieme davanti al Signore.

Una Chiesa che organizza molto e prega poco rischia di diventare efficiente e sterile. Una Chiesa che prega, anche con mezzi poveri, può generare frutti che non dipendono solo dalle nostre capacità.

La seconda giornata, riservata al clero, ha posto una domanda forte: come annunciare oggi il Vangelo in un mondo profondamente cambiato? Non basta essere presenti sul territorio. Occorre chiedersi se il nostro annuncio raggiunge ancora il cuore degli uomini e delle donne di oggi. La Chiesa non può parlare a un uomo immaginario, costruito sulla memoria di un mondo che non esiste più. Deve conoscere le persone reali, le loro ferite, le loro solitudini, il loro desiderio di libertà, il loro smarrimento dentro l’abbondanza.

Questa conoscenza, però, deve restare illuminata dalla fede. Non è il mondo a dare la misura del Vangelo. È Cristo che rivela l’uomo all’uomo e gli mostra la sua altissima vocazione.

La Chiesa non annuncia anzitutto una vita più serena, un benessere più equilibrato o una felicità più ordinata. Annuncia Gesù Cristo, morto e risorto, Redentore dell’uomo, che libera dal peccato, dona la grazia, introduce nella comunione con Dio e apre alla vita eterna. Proprio perché salva, Cristo rende anche la vita più vera, più libera, più umana.

Un altro punto decisivo riguarda il ministero dei sacerdoti. Il cammino delle Pievanie potrà maturare solo se il presbiterio lo abiterà con convinzione, comunione e libertà interiore. Il popolo comprende il senso del cammino quando vede sacerdoti che collaborano, si parlano, condividono le scelte e camminano insieme. La comunione presbiterale non è un accessorio organizzativo. È già un annuncio.

Accanto ai sacerdoti, le equipe pastorali sono chiamate a crescere come luoghi di ascolto, preghiera, discernimento e corresponsabilità. I laici non sono semplicemente collaboratori pratici chiamati a coprire ciò che i sacerdoti non riescono più a fare. In forza del Battesimo partecipano alla missione della Chiesa, secondo la propria vocazione e in comunione con il ministero ordinato. Questo richiede formazione, fiducia e chiarezza.

L’Assemblea si è conclusa con la celebrazione eucaristica in suffragio dei sacerdoti defunti. È stato un momento forte. Ricordare chi ci ha preceduto nel ministero ci ha aiutato a capire che il cammino della Chiesa non comincia da noi. Abbiamo ricevuto un’eredità di fede, servizio, sacrificio e dedizione. Ora siamo chiamati a custodirla e a consegnarla, non ripetendo semplicemente forme del passato, ma servendo con fedeltà il Vangelo nel tempo presente.

Il compito che ci attende non è inventare un’altra Chiesa. Non è amministrare con ordine una crisi. Non è rifugiarsi nella nostalgia. È servire la Chiesa di Cristo qui e ora, con fede, realismo, comunione e coraggio.

Le Pievanie saranno feconde se ci aiuteranno a tornare all’essenziale: Cristo al centro, l’Eucaristia come sorgente, la preghiera come respiro, la Riconciliazione come guarigione, la carità come testimonianza, la comunione come forma concreta della Chiesa.

Tutto ciò che conduce a Cristo va custodito e fatto crescere. Tutto ciò che oscura Cristo va purificato. Tutto ciò che non serve più l’annuncio va lasciato cadere con libertà interiore.

L’Assemblea non si chiude come un atto concluso. È un mandato. Ora il cammino continua nei paesi, nelle frazioni, nelle comunità piccole e grandi, là dove il Signore continua ad affidare alla sua Chiesa uomini e donne da amare, ascoltare, accompagnare e condurre a Lui.

Perché alla fine tutto sta qui: non salvare strutture, non difendere abitudini, non moltiplicare iniziative, ma annunciare Gesù Cristo, unico Signore e Salvatore, perché il suo Vangelo torni a parlare alla vita reale delle persone e renda la Chiesa più umile, più fedele e più missionaria.

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