Un popolo chiamato e mandato

Cari amici, dopo la Santissima Trinità e il Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, riprendiamo il cammino del Tempo Ordinario. La liturgia non ci riconduce semplicemente alla normalità dei giorni. Ci ha fatto contemplare Dio come comunione d’amore, ci ha mostrato che questa comunione ci raggiunge e ci nutre nel Corpo e nel Sangue di Cristo, ora ci fa comprendere quale popolo nasce da questo dono. Non una comunità spettatrice, raccolta solo per conservarsi, bensì un popolo chiamato dal Signore e mandato dentro la storia.
La prima lettura ci porta al Sinai. Israele arriva nel deserto e si accampa davanti al monte. È un popolo liberato, fragile, ancora bisognoso di imparare la propria identità. Il Signore non comincia chiedendo prestazioni religiose. Ricorda prima ciò che ha fatto: ha liberato Israele dall’Egitto, lo ha sollevato su ali di aquile, lo ha condotto fino a sé. Prima dell’alleanza c’è il dono. Prima della risposta dell’uomo c’è l’iniziativa di Dio. Quando questo ordine viene dimenticato, la fede diventa peso, dovere senza gratitudine, morale senza respiro. La vita cristiana, al contrario, nasce dalla memoria grata di una salvezza ricevuta.
Il Signore dice poi a Israele: «Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa». È una parola grande, da comprendere con cura. Essere popolo sacerdotale significa appartenere a Dio, offrire a Lui la propria vita e diventare segno della sua presenza nel mondo. Nel cristianesimo questa dignità trova compimento nel Battesimo, che inserisce in Cristo e rende partecipi della missione della Chiesa.
Proprio qui occorre chiarezza. La dignità battesimale non si misura dalla vicinanza materiale all’altare, né dal numero di servizi svolti nello spazio liturgico. I servizi liturgici hanno valore quando sono ordinati, necessari e vissuti con fede; non esauriscono la vocazione del battezzato. Sarebbe una nuova forma di clericalismo pensare che il laico venga davvero valorizzato solo quando assume funzioni visibili accanto al presbiterio. Il laico non diventa più cristiano perché svolge compiti nella liturgia; vive pienamente la sua vocazione quando porta Cristo nel mondo, nella famiglia, nel lavoro, nella cultura, nella carità concreta, nella testimonianza pubblica della fede.
L’altare resta il cuore, perché lì Cristo si offre e nutre il suo popolo. Dal cuore dell’altare, la vita battesimale si distende poi nel quotidiano. Il sacerdote agisce sacramentalmente in persona di Cristo Capo; il popolo battezzato offre la propria vita in Cristo come sacrificio spirituale. Questa distinzione non impoverisce nessuno. Mette ordine. E l’ordine nella Chiesa non è un dettaglio burocratico: è il modo in cui la grazia può risplendere senza essere confusa con le nostre manie organizzative.
Il salmo ci fa pregare: «Noi siamo suo popolo, gregge che egli guida». Essere popolo di Dio significa lasciarsi guidare. Oggi questa parola può sembrare poco attraente, perché l’uomo contemporaneo ama sentirsi autonomo, anche quando ha bisogno di un’applicazione per ricordarsi quanti passi ha fatto e quanta acqua deve bere. La Scrittura è più realista: senza il Signore ci disperdiamo. La libertà cristiana non consiste nel rifiutare ogni guida, consiste nel seguire il Pastore vero. Il popolo sacerdotale è anzitutto un popolo che ascolta e si lascia condurre.
San Paolo, nella seconda lettura, porta tutto al centro della fede: Cristo è morto per noi quando eravamo ancora peccatori. Non siamo stati amati perché degni; siamo stati salvati mentre eravamo deboli. Paolo dice che siamo stati giustificati nel Sangue di Cristo e riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio. Dopo la festa del Corpus Domini, questa parola risuona con particolare forza. Il Sangue di Cristo non è un’immagine devota ai margini della fede: è il prezzo della redenzione e il fondamento della nostra speranza. La Chiesa non annuncia un Dio genericamente benevolo. Annuncia il Dio che ci ha salvati nel Sangue del Figlio.
Il Vangelo ci mostra il passo successivo. Gesù vede le folle e ne sente compassione, perché sono stanche e sfinite come pecore senza pastore. La missione nasce dallo sguardo di Cristo. Non nasce dall’attivismo, dalla necessità di occupare spazi, dal bisogno di moltiplicare iniziative. Gesù vede la stanchezza dell’uomo e se ne lascia toccare. La sua compassione è amore che prende sul serio la miseria dell’altro. Per questo dice: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!».
Quando Gesù dice che la messe è abbondante e gli operai sono pochi, ci invita certamente a pregare per le vocazioni sacerdotali, perché senza pastori secondo il cuore di Cristo il popolo si disperde. La sua parola, però, apre anche alla responsabilità di tutto il popolo battezzato. Ogni cristiano, secondo la propria vocazione e senza confondere i ministeri, è chiamato a partecipare alla missione della Chiesa. Non tutti sono mandati nello stesso modo, non tutti ricevono lo stesso compito, ma nessuno può restare spettatore davanti alle folle stanche che Cristo guarda con compassione.
Prima di mandare, Gesù chiede di pregare. Gli operai non si inventano da soli. Vengono mandati dal Signore della messe. La Chiesa è missionaria quando prega, ascolta, riceve e poi parte. Chi salta la preghiera trasforma la missione in agitazione religiosa. E di agitazione ne abbiamo già parecchia, spesso scambiata per zelo, con risultati che il buon senso cristiano osserva da lontano e sospira.
Gesù chiama a sé i Dodici e li invia. Li chiama prima di mandarli. La missione cristiana non è distribuire opinioni religiose; è portare una vita ricevuta. I Dodici non sono una compagnia di perfetti. Tra loro c’è Pietro, che rinnegherà, c’è Matteo, il pubblicano, c’è Giuda, colui che poi lo tradì. Il Signore chiama uomini reali e li inserisce nella sua opera. Questo consola e ridimensiona. Consola, perché nessuno è escluso a motivo della propria fragilità. Ridimensiona, perché nessuno può possedere la missione come una proprietà personale.
Il mandato è chiaro: annunciare che il Regno dei cieli è vicino. Non si tratta di ripetere una formula religiosa, bensì di testimoniare che in Cristo Dio si è fatto prossimo all’uomo e ha aperto una via di salvezza. I segni di guarigione e liberazione mostrano che il Regno raggiunge la vita reale, là dove l’uomo è ferito dal peccato, oppresso dal male, spento nella speranza. Non ogni discepolo è chiamato a compiere segni straordinari; ogni discepolo, però, è chiamato a lasciar passare qualcosa della compassione di Cristo. La missione della Chiesa nasce qui: annunciare il Signore e rendere visibile, nella concretezza della vita, che la sua misericordia ricrea l’uomo dall’interno.
Questa settimana possiamo cominciare facendo memoria della grazia ricevuta, riconoscendo un passaggio in cui il Signore ci ha custoditi o un dono che abbiamo dato per scontato. Da questa memoria nasce uno sguardo più evangelico sulle persone stanche che incontriamo, perché a volte la folla sfinita ha il volto di una sola persona accanto a noi. Il passo concreto sarà collaborare a una guarigione possibile: una parola che rialza, una presenza che consola, una verità detta con carità, un perdono che riapre una relazione, un servizio che restituisce dignità. Così l’annuncio del Regno non resta sospeso nelle parole, ma prende carne in un gesto gratuito, compiuto senza attendere riconoscimento, perché chi sa di aver ricevuto tutto impara a donare senza trasformare il bene in moneta di scambio.
Così riprende il Tempo Ordinario: Cristo ci mette davanti alle folle stanche e ci chiede di partecipare alla sua compassione. Non da spettatori, non da supplenti del sacro, bensì da battezzati che offrono la vita e rendono visibile, nel mondo, la misericordia del Pastore.
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