Continuando a leggere il nuovo documento della CEI, Radicati e costruiti in Cristo, mi accorgo che uno dei punti più importanti è anche uno dei meno appariscenti. Non riguarda subito le grandi parole della teologia, né i temi che fanno discutere sui social. Riguarda le strutture. E proprio perché sembra un argomento pratico, rischiamo di non capirne la portata spirituale.

Quando la CEI invita a verificare l’adeguatezza delle strutture ecclesiali, non sta parlando solo di muri, uffici, commissioni o bilanci. Sta ponendo una domanda molto più profonda: ciò che abbiamo ereditato serve ancora alla missione della Chiesa? Aiuta ad annunciare Cristo, a celebrare bene, a formare cristiani, a sostenere la carità, a custodire comunità vive? Oppure consuma forze, tempo, denaro ed energie, lasciando sempre meno spazio alla fede?

Questa domanda non riguarda soltanto vescovi, parroci o addetti ai lavori. Riguarda tutti noi. Chi vive una comunità parrocchiale lo vede: ci sono strutture preziose che custodiscono fede, memoria e vita cristiana; ce ne sono altre che, con il passare del tempo, rischiano di diventare pesi difficili da sostenere. Non perché siano cattive in sé, bensì perché sono nate in un tempo diverso, quando la partecipazione era più ampia, i sacerdoti erano più numerosi e la fede veniva trasmessa quasi naturalmente dentro le famiglie e la società.

Il documento CEI parte proprio da questa constatazione onesta: molte strutture ecclesiali sono nate in un tempo diverso, quando la fede cristiana era ancora sostenuta da un contesto sociale più favorevole, da famiglie più inserite nella vita ecclesiale, da una partecipazione più ampia, da un numero maggiore di sacerdoti e da comunità più stabili. Oggi quel mondo non esiste più nella stessa forma. Continuare a vivere come se esistesse ancora significa rischiare di conservare un apparato più grande della vita che dovrebbe sostenere. Il testo parla chiaramente della possibilità che alcune strutture diventino “zavorra”, togliendo energie all’annuncio del Vangelo.

I dati confermano questa sproporzione. La banca dati CEI delle chiese italiane comprende quasi 68.000 chiese, distribuite in 219 diocesi. È una ricchezza immensa, spirituale, storica e artistica. È anche una responsabilità enorme, fatta di manutenzione, sicurezza, agibilità, restauri, utenze, gestione e presenza pastorale. La pratica religiosa, nello stesso tempo, è fortemente diminuita: nel 2022 solo il 18,8% degli italiani partecipava almeno una volta alla settimana a un rito religioso, mentre il 31% non frequentava mai un luogo di culto se non per eventi particolari. Tra i giovani il dato è ancora più grave: tra i 18 e i 19 anni la pratica regolare è scesa all’8% nel 2022.

Questi numeri non vanno letti con spirito catastrofista. Vanno guardati con realismo cristiano. La Chiesa italiana dispone ancora di una rete territoriale vastissima, di parrocchie, chiese, case canoniche, opere, uffici, centri pastorali, strutture caritative e culturali. La vita cristiana praticata, però, si è assottigliata. Le comunità sono spesso più fragili. I sacerdoti sono meno numerosi e più anziani. Le famiglie trasmettono meno la fede. I giovani si allontanano prima ancora di avere davvero incontrato Cristo. In questo contesto, parlare di strutture non significa fare contabilità. Significa chiedersi se l’apparato ecclesiale sia ancora proporzionato alla missione.

La parrocchia, in sé, non è superata. Sarebbe un errore dirlo. La parrocchia resta una forma preziosa della presenza cattolica, perché dice che la Chiesa non vive soltanto per affinità spirituali, gruppi scelti o ambienti selezionati. La parrocchia custodisce un principio profondamente cristiano: la fede raggiunge un territorio, un popolo concreto, una storia locale, persone che non si sono scelte tra loro e che proprio per questo sono chiamate a diventare comunità nel Signore.

Il problema nasce quando la parrocchia viene immaginata ancora come realtà autosufficiente, capace di avere tutto, fare tutto, sostenere tutto, ripetere tutto come accadeva in passato. In molti luoghi questo schema non regge più. Ci sono parrocchie con poche presenze reali, strutture pesanti, attività ripetute per abitudine, catechesi tenute in piedi più per calendario sacramentale che per generazione alla fede, Messe moltiplicate con assemblee ridotte, parroci chiamati a seguire più comunità, più edifici, più consigli, più pratiche, più manutenzioni. A quel punto la struttura non serve più la missione. La consuma.

Qui il documento CEI tocca un punto decisivo. Non basta dire: “Abbiamo sempre fatto così”. La Tradizione non coincide con la conservazione infinita di ogni confine parrocchiale, ogni edificio, ogni ufficio, ogni abitudine, ogni schema pastorale. La Tradizione è la fede apostolica viva, trasmessa nella Chiesa. Le strutture sono strumenti. Quando aiutano la fede, vanno custodite. Quando assorbono tutte le energie e non generano più vita cristiana, vanno ripensate.

Questo vale anche per le diocesi. Il documento accenna alla possibilità di riconsiderare, nei prossimi anni, i criteri per l’accorpamento di diocesi e per valutare l’esperienza delle diocesi unite in persona Episcopi. È un passaggio delicato. Una diocesi non è una filiale amministrativa. È una Chiesa particolare, con una storia, una memoria, un popolo, santi, tradizioni, ferite, relazioni, devozioni. Ogni eventuale riorganizzazione deve essere fatta con prudenza, rispetto e sapienza pastorale. Nello stesso tempo non si può fingere che tutte le forme ereditate siano intoccabili. Una struttura ecclesiale esiste per servire la vita della Chiesa, non per sopravvivere a se stessa.

Occorre evitare due errori opposti.

Il primo è il conservatorismo amministrativo: mantenere tutto perché c’è sempre stato. È una forma di nostalgia che scambia la fedeltà con l’immobilità. Si tengono aperte strutture senza domandarsi se generano ancora fede, si mantengono attività senza verificarne il frutto, si difendono confini e abitudini come se fossero dogmi. La Chiesa non è fedele perché conserva tutto. È fedele quando trasmette Cristo.

Il secondo errore è la razionalizzazione senz’anima: chiudere, fondere, accorpare, vendere, centralizzare, tagliare, come se la Chiesa fosse un’azienda in perdita. Questo sarebbe altrettanto grave. Una comunità cristiana non si misura solo con criteri numerici, economici o funzionali. Ci sono luoghi piccoli che custodiscono una fede viva. Ci sono chiese periferiche che restano segni preziosi di presenza cristiana. Ci sono devozioni popolari che mantengono un filo di fede dove altri percorsi pastorali non arrivano. Una riforma delle strutture fatta solo con il criterio dell’efficienza produrrebbe comunità più leggere e spiritualmente più povere. Sarebbe come dimagrire tagliandosi un braccio: il peso scende, la salute anche.

La via giusta è un’altra: alleggerire le strutture per rendere più forte la missione.

Questo significa domandarsi, con coraggio, che cosa serve davvero perché oggi la fede venga annunciata, celebrata, trasmessa e vissuta. Una struttura ecclesiale è buona quando aiuta la comunità a pregare, celebrare, formare, servire, evangelizzare, accompagnare. Diventa zavorra quando obbliga preti e laici a spendere quasi tutte le energie in manutenzione, burocrazia, gestione, pratiche, riunioni e problemi materiali, lasciando poco spazio alla Parola di Dio, alla confessione, alla formazione, alla carità, all’accompagnamento delle persone.

Questo vale in modo particolare per i sacerdoti. Se un prete passa più tempo a occuparsi di tetti, impianti, affitti, bilanci, autorizzazioni, turni, moduli e guasti che a celebrare, confessare, predicare, visitare, formare e guidare spiritualmente, allora qualcosa si è capovolto. La struttura, nata per servire il ministero, ha cominciato a mangiarselo. E lo fa con grande educazione, naturalmente, magari chiedendo prima tre preventivi e un verbale.

La riforma delle strutture ha senso solo se nasce da una domanda spirituale che il Santo Padre ha fatto ai vescovi nell’ultima Assemblea: come possiamo tornare a generare cristiani? Non basta ridurre. Non basta accorpare. Non basta cambiare nomi. Unità pastorale, zona, vicariato, comunità di comunità: tutte espressioni utili, a condizione che non diventino etichette nuove per la stessa stanchezza. Se una riorganizzazione produce solo più riunioni, più coordinamenti e meno vita cristiana, allora non è riforma. È complicazione.

La parrocchia del futuro non potrà essere semplicemente la parrocchia di ieri con meno preti e più incarichi distribuiti ai laici, come se bastasse coprire le funzioni rimaste scoperte per generare vita cristiana. Dovrà essere una comunità realmente generativa: meno centrata sulla ripetizione automatica di attività, più capace di accompagnare alla fede; meno preoccupata di coprire tutti i servizi, più attenta a formare adulti cristiani; meno chiusa nel proprio recinto, più inserita in una rete di comunità vive; meno schiacciata dalla manutenzione, più libera per l’annuncio.

Questa priorità del documento CEI, quindi, a mio avviso, non è una semplice questione tecnica. È una vera domanda di conversione. I vescovi che l’hanno indicata come priorità rispondono, in fondo, alla coscienza della loro realtà locale e fanno emergere criticità ormai comuni. Le strutture dicono che cosa una comunità considera importante. Se tutto il nostro tempo è occupato dal mantenere ciò che abbiamo, significa che la conservazione ha preso il posto della missione. Se invece abbiamo il coraggio di verificare, scegliere, alleggerire e ordinare, allora le strutture possono tornare a essere strumenti.

La Chiesa italiana non può e non deve smantellare la propria presenza territoriale. Deve purificarla, renderla più evangelica, più sobria, più missionaria. Il passato non va cancellato: va custodito in ciò che ancora serve alla trasmissione della fede. Non si deve inseguire la moda dell’efficienza. Occorre liberarsi da ciò che impedisce alla grazia di raggiungere le persone attraverso comunità vive.

A questo punto occorre porsi domande diverse da quelle abituali, spesso nobili nelle intenzioni e inconsistenti nelle conseguenze. Non dovremmo chiederci: “Questa struttura è antica?”. La domanda vera è: “Questa struttura aiuta ancora qualcuno a incontrare Cristo?”. Non dovremmo chiederci: “Questa attività è sempre stata fatta?”. Dovremmo chiederci: “Questa attività genera fede o consuma forze?”.

Riguardo alla parrocchia, la domanda giusta non mi sembra: “Questa parrocchia ha ancora un nome sulla carta?”. Dovrebbe essere: “Qui esiste una comunità che prega, celebra, educa, serve e annuncia?”.

Anche per la diocesi c’è una domanda insufficiente: “Questa diocesi ha una storia gloriosa?”. La storia religiosa, per quanto nobile, non può sostenere da sola la realtà presente. Occorre domandarsi: “Questa Chiesa particolare ha ancora le condizioni reali per vivere pienamente la missione che le è affidata?”.

Sono domande difficili. Proprio per questo vanno poste. Le domande facili, di solito, producono verbali lunghi e conversioni corte.

Il quarto asse del documento CEI, se preso sul serio, può diventare un’occasione. Non per demolire. Non per conservare tutto. Per discernere. Per capire che cosa serve davvero al Vangelo in questo tempo. Per impedire che la Chiesa diventi custode stanca di strutture nate per una cristianità che non c’è più. Per evitare che il prete sia trasformato in amministratore di sopravvivenze. Per aiutare i laici a diventare corresponsabili della missione, non semplicemente manutentori del sistema.

Una struttura ecclesiale è buona quando serve la fede. Quando consuma tutte le energie della comunità e non genera più vita cristiana, non è più tradizione: è zavorra. E la zavorra, nel Vangelo, non va incensata. Va semplicemente lasciata.

Posted in

Lascia un commento