
Islam, immigrazione e identità cristiana dell’Europa
Questa mattina ho letto l’articolo di Antonio Socci sul rischio dell’islamizzazione dell’Europa. Diversi amici me lo hanno inviato anche in privato, accompagnandolo con osservazioni e giudizi molto netti. Socci pone una questione reale, presentandola dentro una cornice fortemente polemica: a suo giudizio, il dilagare dell’immigrazione islamica e la progressiva islamizzazione dell’Europa non sembrerebbero preoccupare il Papa, soprattutto alla luce delle parole pronunciate durante il viaggio in Spagna. Proprio per questo l’articolo merita attenzione, senza trasformarsi subito in slogan da tifoseria, disciplina nella quale il dibattito cattolico contemporaneo eccelle con risultati deprimenti.
Già nelle ore precedenti, sotto la riflessione che avevo condiviso riguardo alle parole del Papa sui migranti, erano comparsi commenti che meritano di essere presi sul serio, anche quando il tono si fa duro, esasperato o ferito. C’è chi ha insistito sull’impossibilità di integrare realmente chi vive la propria appartenenza islamica come una separazione radicale tra fedeli e infedeli, tra uomo e donna, tra legge religiosa e legge civile.
Altri hanno visto nelle parole del Pontefice una visione dell’accoglienza debole, quasi incapace di riconoscere il pericolo di una progressiva sottomissione culturale del nostro continente. Altri ancora hanno richiamato esperienze concrete di difficoltà linguistiche, visioni familiari incompatibili con la dignità della donna, casi di imposizione domestica e, in questo contesto, hanno evocato le voci del cardinale Giacomo Biffi e di Benedetto XVI come tra le poche capaci di affrontare la questione senza reticenze.
Non ha senso liquidare queste osservazioni come paure irrazionali. Sarebbe ingiusto e pastoralmente superficiale. Dietro certi commenti, pur aspri, si nasconde una domanda reale sulla capacità dell’Europa di integrare chi arriva da mondi culturali diversi senza rinunciare a se stessa, senza consegnare il proprio patrimonio spirituale e giuridico a una vaga idea di convivenza nella quale tutto si equivale.
La questione è seria, anche perché l’Islam porta storicamente con sé una visione comunitaria e giuridica dello spazio pubblico che non si riduce alla sola interiorità privata. Sarebbe ingenuo ignorarlo. Sarebbe altrettanto scorretto trasformare ogni musulmano in un progetto vivente di conquista religiosa. La realtà chiede discernimento e la fede esige verità, mentre il dibattito pubblico, specialmente sui social, spesso semplifica e infiamma i problemi per consegnarli alle tifoserie. Il risultato, prevedibile e desolante, è che tutti parlano e pochi capiscono.
L’interrogativo posto da Socci sulla sottovalutazione del rischio di una progressiva islamizzazione non va censurato. Chiede di essere collocato nel suo luogo proprio. Possiamo davvero pretendere che il Successore di Pietro assuma il ruolo che spetta alla politica, diventando una sorta di ministro dell’Interno simbolico dell’Occidente? È singolare accusarlo di mancanza di coraggio perché richiama la dignità dei migranti, mentre gli Stati europei non riescono più a governare i processi migratori, a pretendere un’integrazione reale, a custodire l’identità storica dei propri popoli.
Il punto decisivo è imparare a distinguere. Riconoscere il rischio culturale che attraversa l’Europa è necessario. Trasformare il Papa nel capro espiatorio della debolezza politica, spirituale e demografica del continente è un errore di prospettiva. Se l’Europa non genera più figli, non trasmette la fede, si vergogna delle proprie radici e riduce il cristianesimo a memoria ornamentale, il problema comincia dal vuoto che noi stessi abbiamo lasciato, non dall’Islam.
La storia dell’Europa cristiana non è stata una passeggiata sentimentale. La Spagna conobbe l’invasione islamica del 711, visse secoli di dominio musulmano e maturò lentamente quel lungo processo storico che chiamiamo Reconquista. Parlare di dialogo senza memoria sarebbe ingenuo. Parlare di storia senza discernimento cristiano sarebbe pericoloso.
Il cardinale Giacomo, in un suo intervento del 2000, vide con lucidità ciò che molti preferivano ignorare. Nel suo intervento sull’immigrazione richiamò la necessità di un approccio “sapiente e realistico”, capace di valutare attentamente i singoli e i gruppi, così da assumere atteggiamenti pertinenti e opportuni. Biffi arrivò a dire che, in una prospettiva realistica e a parità di condizioni, per l’Italia sarebbe stato più ragionevole preferire popolazioni cattoliche o almeno cristiane, perché l’inserimento sarebbe risultato enormemente agevolato. Non parlava da agitatore politico. Parlava da pastore capace di guardare lontano.
La sua riflessione va letta per intero. Biffi richiamava la politica alle sue responsabilità e non chiedeva al Papa di trasformarsi nel capo di una resistenza civile. Chiedeva agli Stati di fare il loro mestiere, valutando i processi migratori con prudenza. Da decenni, invece, l’Europa delega alla retorica ciò che dovrebbe affrontare con la ragione e con il diritto.
La dottrina cattolica non si limita a un indistinto invito ad accogliere tutti. Il Catechismo della Chiesa Cattolica, al n. 2241, afferma che le nazioni più ricche sono tenute ad accogliere, “nella misura del possibile”, lo straniero alla ricerca della sicurezza e delle risorse necessarie alla vita. Nello stesso numero riconosce alle autorità politiche il diritto di subordinare l’esercizio del diritto di immigrazione a diverse condizioni giuridiche, in vista del bene comune, e ricorda che l’immigrato è tenuto a rispettare il patrimonio materiale e spirituale del Paese che lo ospita, a obbedire alle sue leggi e a contribuire ai suoi oneri. Questo è equilibrio cattolico, non slogan da salotto.
Benedetto XVI, nel Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato del 27 settembre 2011, sviluppò questa prospettiva in modo coerente, parlando dell’integrazione come processo che comporta diritti e doveri e richiamando la necessità che chi arriva contribuisca al bene comune del Paese che lo accoglie. La tradizione cattolica, dunque, non oppone accoglienza e responsabilità, carità e ordine, dignità della persona e bene comune. Li tiene insieme, con quell’equilibrio che oggi pare quasi rivoluzionario, visto il livello medio della discussione pubblica.
Per questo non convince l’accusa rivolta al Papa di essere complice di una resa culturale. Una critica al linguaggio ecclesiale contemporaneo è possibile, specialmente quando certe parole sul dialogo sembrano quasi sostituire la missione anziché servirla, rischiando di diventare deboli se separate dall’annuncio di Cristo. Eppure pretendere che il Papa salga sulle mura a difendere una civiltà che gli stessi europei hanno abbandonato da decenni sarebbe una forma rovesciata di clericalismo. Una civiltà non si salva con un discorso pontificio. Si salva con famiglie che generano, parrocchie che evangelizzano e cattolici che credono davvero.
Il nodo più profondo è che l’Europa rischia l’islamizzazione perché ha smesso di sapere chi è. Una civiltà stanca, secolarizzata e spiritualmente vuota diventa permeabile a ogni presenza più forte e più convinta. Il problema attuale è un’Europa che non crede più, che difende le cattedrali come patrimonio artistico dimenticando la fede che ha generato quelle pietre, che parla di libertà senza saperla più distinguere dall’arbitrio.
Gli Stati devono governare l’immigrazione esigendo la conoscenza della lingua, il rispetto delle leggi, la tutela della donna e il rifiuto di codici tribali o religiosi paralleli che limitano la sovranità dello Stato. Devono affrontare il tema della reciprocità, perché non si può tacere sulla condizione dei cristiani nei Paesi in cui la libertà religiosa viene negata. La Chiesa, da parte sua, non può rinunciare alla propria missione: accogliere non significa tacere Cristo, e un dialogo senza annuncio si riduce a diplomazia spirituale.
Anche i cattolici sono chiamati a interrogarsi, poiché non basta invocare la civiltà cristiana se poi la fede scompare dalle case, la liturgia perde il senso del sacro e la morale viene considerata un residuo imbarazzante. Una civiltà si custodisce vivendo da cristiani. Questo non assolve la politica, la impegna a verificare l’integrazione anziché proclamarla, superando quel multiculturalismo ingenuo che spesso si mostra severissimo con il cristianesimo e stranamente timido davanti all’Islam.
Quando il Papa richiama la dignità dei migranti o denuncia la morte di chi si trova sulle rotte migratorie, compie semplicemente il suo dovere di pastore, ricordando che nessuna scelta politica può dimenticare il volto umano di chi soffre. A noi spetta evitare l’ingenuità di chi riduce tutto a un’accoglienza indistinta e la durezza di chi vede in ogni musulmano un nemico. La prudenza cristiana è capacità di vedere il bene da compiere e l’ordine da custodire. L’immigrazione richiede realismo e una carità ordinata, perché la politica senza identità diventa soltanto amministrazione del declino.
La domanda decisiva non riguarda soltanto ciò che farà l’Islam. Riguarda ciò che l’Europa vuole ancora essere. Vuole ancora generare una cultura fondata sulla distinzione tra Dio e Cesare, sulla dignità della persona, sulla libertà religiosa, sulla famiglia, sulla verità dell’uomo creato a immagine di Dio e redento da Cristo?
Senza una risposta a questo interrogativo, ogni allarme resterà incompleto. Potremo moltiplicare polemiche, statistiche, accuse al Papa, richiami alla storia, citazioni di Biffi e Benedetto XVI. Tutto questo servirà a poco se non torneremo al cuore del problema: una casa vuota, prima o poi, viene abitata da altri.
L’Europa non sarà salvata dalla paura. Sarà salvata, se lo vorrà, dal ritorno a Cristo. Non basta difendere le radici cristiane come si difende un museo. Occorre tornare a vivere della linfa che da quelle radici viene. Altrimenti continueremo a discutere dell’islamizzazione dell’Europa quando, molto prima, avremo già scelto di non essere più cristiani.
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