Il sabato, per me, è spesso un giorno diverso. Mi allontano dalla scrivania e dal computer, sto vicino a mia madre, e in quel silenzio ritrovo il tempo per leggere, pensare, pregare. Ogni tanto alzo gli occhi dal testo e incontro il suo volto. A volte si rasserena. Altre volte mi guarda intensamente, pensierosa, come se dentro di sé cercasse di riportare alla memoria chi io sia. È una delle ferite più delicate della demenza senile: la persona amata resta lì, presente, vicina, e insieme qualcosa della memoria sembra velarsi.

In quei momenti mi accorgo che anche certi testi ecclesiali producono in me un’impressione simile. Alcune pagine sono limpide, riconoscibili, capaci di restituire pace, perché fanno intravedere subito il volto di Cristo, la fede della Chiesa, la grazia dei sacramenti, la missione del Vangelo. Altre pagine chiedono uno sforzo faticoso. Si leggono, si rileggono, si cerca il senso, si prova a richiamare alla memoria il centro, ci si domanda dove sia finito ciò che dovrebbe essere immediatamente riconoscibile: Cristo, la Chiesa, la fede ricevuta, la verità che salva.

È con questo sguardo che sto continuando a rileggere il nuovo documento della CEI, Radicati e costruiti in Cristo. Vi trovo passaggi belli e necessari, soprattutto quando il testo riconduce tutto alla fede che oggi non può più essere data per scontata, al Battesimo, alla vita comunitaria, alla necessità di generare cristiani. Vi trovo anche parole importanti che chiedono discernimento, perché possono essere comprese bene oppure trascinate dentro una lettura ecclesiologica confusa. Tra queste, una mi sembra particolarmente delicata: ministeri battesimali.

È una parola bella, impegnativa, pienamente ecclesiale. Il Battesimo è il fondamento della vita cristiana. Con il Battesimo siamo incorporati a Cristo, inseriti nella Chiesa, resi partecipi della sua missione sacerdotale, profetica e regale. Ogni fedele battezzato ha una dignità reale, una responsabilità reale, una missione reale. Il laico cristiano non è un utente della parrocchia, non è un aiutante del prete, non è una presenza decorativa da convocare quando servono mani per far funzionare qualche attività. È un membro vivo del Corpo di Cristo, chiamato a portare il Vangelo dentro la vita concreta degli uomini.

Il punto decisivo è capire dove questa vocazione battesimale trovi il suo campo proprio. La missione del laico si compie anzitutto nel mondo: nella famiglia, nel lavoro, nella cultura, nell’educazione, nella responsabilità civile, nella carità concreta, nella testimonianza pubblica della fede. Lì il laico esercita davvero il suo sacerdozio battesimale, offrendo la propria vita a Dio e ordinando le realtà temporali secondo il Vangelo. Ridurre tutto alla partecipazione a funzioni interne alla comunità significa impoverire la vocazione laicale proprio mentre si pretende di valorizzarla.

Qui nasce il rischio più serio. Si parla di ministeri battesimali in modo ampio, poi nella pratica li si riduce a ruoli liturgici o para-liturgici. Letture, distribuzione della Comunione, animazione, coordinamento, presenze attorno all’altare. Tutto questo può avere un valore reale, quando è ordinato, formato, necessario e rispettoso della natura della liturgia. Resta il fatto che il laico non diventa più laico perché fa qualcosa dentro la liturgia. Diventa pienamente laico quando vive da cristiano nel mondo.

La mentalità che misura la dignità ecclesiale sulla vicinanza al presbiterio è una mentalità clericale. Lo è anche quando si presenta con linguaggio progressista. Qui sta il paradosso: alcuni dicono di combattere il clericalismo e poi valorizzano i laici solo quando li avvicinano al ruolo del prete. Così il clericalismo non viene superato. Viene distribuito. Si toglie il monopolio a pochi e si crea una piccola burocrazia del sacro più larga, più partecipata, più sorridente. Sempre clericalismo resta, soltanto con assemblea preparatoria e verbale finale. Perché anche il clericalismo, quando vuole sembrare aggiornato, impara subito il lessico dei processi.

Il nodo è ecclesiologico. Il Concilio Vaticano II insegna che il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale ordinato partecipano dell’unico sacerdozio di Cristo, e al tempo stesso differiscono “essentia et non gradu tantum”, cioè per essenza e non solo per grado. Questa distinzione non umilia il popolo di Dio. Lo custodisce. Quando essa si indebolisce, tutto si confonde: il sacerdote diventa un presidente di servizi religiosi, il laico diventa un supplente liturgico, la comunità diventa una struttura che distribuisce funzioni.

La liturgia non è il luogo del potere. È il luogo del culto dovuto a Dio, dell’azione di Cristo sacerdote, della ricezione della grazia. Non è un palcoscenico di riconoscimento ecclesiale. Il sacerdote presiede l’Eucaristia perché è configurato sacramentalmente a Cristo Capo e Pastore. Il laico partecipa pienamente all’Eucaristia secondo la sua vocazione battesimale, offrendo se stesso con Cristo e ricevendo da Lui la grazia per vivere cristianamente nel mondo.

Quando questo ordine si perde, la discussione sui ministeri diventa un braccio di ferro su micro-funzioni liturgiche. Chi può leggere, chi può distribuire, chi può guidare, chi può stare nel presbiterio, chi può avere visibilità rituale. Una miseria ecclesiologica con modulistica allegata. La Chiesa non nasce per assegnare spazi. Nasce per generare alla fede, santificare il popolo di Dio, annunciare Cristo, trasformare il mondo secondo il Vangelo.

Occorre riconoscere anche il valore dei ministeri istituiti e dei servizi ecclesiali. Lettorato, accolitato, catechista, servizi stabili alla comunità possono essere preziosi, quando nascono da fede matura, formazione seria e reale bisogno pastorale. Una comunità viva ha bisogno di cristiani affidabili, capaci di servire, educare, accompagnare, sostenere la preghiera, aiutare nella carità, collaborare alla missione. Tutto questo appartiene alla vita ordinata della Chiesa.

Il problema nasce quando questi ministeri diventano simboli di promozione ecclesiale. Nasce quando servono a compensare la scarsità dei preti senza affrontare le domande decisive: stiamo formando cristiani adulti? Stiamo generando vocazioni sacerdotali? Stiamo aiutando i laici a vivere la fede nel mondo? Stiamo restituendo al sacerdote la sua identità sacramentale? Stiamo educando le comunità a comprendere la liturgia come azione di Cristo e non come distribuzione di ruoli?

La vera valorizzazione dei laici non consiste nel portarli tutti attorno all’altare. Consiste nel formarli perché portino Cristo là dove vivono. Un padre e una madre che educano i figli nella fede esercitano un ministero battesimale altissimo. Un insegnante che testimonia Cristo nella scuola svolge una missione ecclesiale reale. Un professionista che vive la giustizia nel lavoro rende presente il Vangelo. Un giovane che custodisce la fede in un ambiente ostile è un testimone prezioso. Un fedele che visita un malato, accompagna un povero, sostiene una famiglia ferita, serve la comunità senza cercare visibilità, vive concretamente la dignità del Battesimo.

Per questo occorre vigilare. I ministeri battesimali possono aiutare la Chiesa a diventare più missionaria. Possono anche diventare la forma elegante di una nuova clericalizzazione dei laici. La differenza la farà l’ecclesiologia. Se partiamo dal Battesimo, dalla missione nel mondo e dalla distinzione ordinata tra sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale, avremo una Chiesa più viva. Se partiamo dalla mancanza di preti e dal bisogno di coprire funzioni, avremo una Chiesa più organizzata nella sua povertà.

Il popolo di Dio non cresce quando tutti fanno un po’ il prete. Cresce quando ciascuno vive pienamente la propria vocazione. Il sacerdote sia sacerdote. Il laico sia laico. I consacrati siano segno del Regno. Ogni carisma serva l’edificazione della Chiesa senza confondersi con gli altri.

La corresponsabilità non è occupazione degli spazi. È comunione ordinata nella missione. E la missione non nasce dalla gestione delle funzioni, nasce dall’incontro con Cristo.

Un documento ecclesiale dovrebbe aiutare il popolo cristiano a riconoscere più chiaramente il volto di Cristo. Quando il linguaggio si fa opaco, si deve cercare con fatica ciò che dovrebbe apparire subito. Per questo, parlando di ministeri battesimali, occorre tornare al centro: il Battesimo non crea piccoli funzionari del sacro. Genera figli di Dio chiamati alla santità e alla missione.

Se i ministeri battesimali aiuteranno i fedeli a vivere più profondamente la fede, a servire meglio la comunità e a portare il Vangelo nel mondo, saranno un dono. Se diventeranno il modo per creare piccoli ruoli ecclesiastici, avremo solo cambiato nome al clericalismo. E, come spesso accade, il nome nuovo farà sembrare moderno un problema antico.

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