
L’incontro regionale del clero umbro, vissuto oggi a Collevalenza, ha avuto il sapore delle cose sobrie e necessarie. Non uno di quegli appuntamenti ecclesiastici dove si moltiplicano parole, programmi e buone intenzioni, come se la salvezza dipendesse dalla capacità di compilare agende. È stato, piuttosto, un ritorno alla sorgente: la preghiera comune, l’ascolto della Parola, la meditazione sul mistero della morte, il confronto fraterno, la celebrazione eucaristica anticipando la Messa del Sacratissimo Cuore di Gesù.
Già questa scelta liturgica diceva molto. La solennità del Sacro Cuore sarebbe stata celebrata due giorni dopo, eppure l’Arcivescovo ha voluto anticiparne la celebrazione nel contesto della Giornata per la santificazione del clero. Non si è trattato di una semplice soluzione celebrativa, né di un adattamento comodo del calendario. È stata una parola pastorale: il sacerdote si santifica tornando al Cuore di Cristo. Non al cuore delle proprie strategie, non al cuore delle proprie fatiche, non al cuore delle urgenze amministrative che spesso divorano la vita pastorale come tarli benedetti. Al Cuore di Cristo, da cui nasce il ministero e a cui il ministero deve continuamente ritornare.
La meditazione è stata affidata a Dom Alessandro Barbaran, già Priore generale dell’Ordine camaldolese, che ha guidato i presenti dentro il versetto del Salmo: «Preziosa agli occhi del Signore è la morte dei suoi fedeli». Il relatore ha chiarito subito un punto essenziale: il Salmo non celebra la morte in sé, non la rende desiderabile, non la trasforma in oggetto di compiacimento spirituale. Dice qualcosa di più profondo e più consolante: la vita e la morte del giusto non sono mai anonime davanti a Dio. Anche l’ultimo passaggio, quello più fragile e drammatico, è custodito dallo sguardo del Signore.
Questa è una parola di grande forza per ogni cristiano, e lo è in modo particolare per un sacerdote. Il prete vive continuamente accanto al mistero della sofferenza e della morte. Non in teoria. Non come tema da affrontare in qualche convegno ordinato e ben climatizzato. La morte entra nella vita del sacerdote attraverso le telefonate notturne, i funerali difficili, le stanze d’ospedale, gli hospice, le famiglie lacerate, le lacrime che non sanno più nemmeno pregare. E spesso il sacerdote deve stare lì, senza parole perfette, senza risposte facili, senza l’arroganza di spiegare ciò che può solo essere accompagnato.
La meditazione ha mostrato che il Salmo 116 non dice che Dio desideri la morte del giusto. Al contrario, Dio salva, protegge, custodisce la vita. La morte è preziosa perché non esce dall’alleanza, perché rimane dentro una relazione. È preziosa non come morte, bensì come passaggio guardato da Dio, raccolto da Dio, non lasciato cadere nel nulla. Il giusto può essere perseguitato, provato, ferito, messo ai margini, eppure la sua vita non scompare nell’insignificanza. Davanti agli uomini può sembrare perduta; agli occhi del Signore resta preziosa.
Da qui la riflessione si è aperta alla Sapienza e poi a San Paolo. Nel libro della Sapienza, la morte del giusto appare come ingresso nella pace, come realtà che agli occhi degli stolti sembra sconfitta e che invece, agli occhi di Dio, è custodita nelle sue mani. In Paolo, il passaggio diventa ancora più radicale: la morte del credente è inserita nella Pasqua di Cristo. Non è soltanto custodita, non è soltanto trasfigurata, è assunta dentro la morte e risurrezione del Signore. Il Battesimo stesso ci immerge in questa dinamica: morire con Cristo per vivere con Lui.
Qui la riflessione ha toccato un punto decisivo. La cultura contemporanea, mentre moltiplica immagini di morte, spesso non sa più guardarla. La nasconde, la medicalizza, la spettacolarizza, la banalizza. La morte passa sugli schermi, nelle cronache, nelle guerre, nelle strade, nelle case, eppure resta rimossa dal cuore. La Chiesa, invece, non può permettersi questa fuga. Il sacerdote meno ancora. Egli è chiamato a stare accanto all’uomo proprio dove l’uomo non riesce più a stare davanti a sé stesso.
Durante il confronto, questa prospettiva è diventata più concreta. Si è parlato dei funerali difficili, quelli in cui la vita del defunto non appare immediatamente come vita del “giusto” nel senso biblico. Qui la domanda pastorale è seria: come annunciare la speranza senza canonizzare automaticamente tutti, trasformando ogni omelia esequiale in una promozione celeste garantita? E come evitare, all’opposto, di assumere un atteggiamento giudicante, dimenticando che il cuore dell’uomo lo conosce Dio solo? Dom Alessandro ha richiamato con forza il Vangelo: non giudicare, distinguere il peccato dal peccatore, annunciare la misericordia senza abolire la verità.
Questo è uno dei punti più preziosi dell’incontro. Il sacerdote non è chiamato a mentire sulla vita delle persone, né a pronunciare sentenze che non gli competono. È chiamato a custodire una soglia: quella tra la giustizia e la misericordia, tra la verità e la speranza, tra il dolore di chi resta e il mistero di chi è ormai davanti a Dio. In quel momento il prete non deve occupare la scena. Deve aprire una porta. Deve ricordare che nessuna vita è totalmente leggibile dall’esterno e che la misericordia di Dio lavora spesso in profondità che noi non vediamo.
A Collevalenza, tutto questo assumeva una luce particolare. Il Santuario dell’Amore Misericordioso non è un luogo neutro. La memoria della Beata Madre Speranza ricorda alla Chiesa che la misericordia non è sentimentalismo, non è assoluzione generica, non è zucchero spirituale versato sulle ferite. È l’amore di Dio che raggiunge l’uomo nella sua miseria per risollevarlo, convertirlo, ricondurlo alla vita. E il sacerdote, ministro della misericordia, deve lasciarsi egli stesso raggiungere da questa misericordia. Altrimenti rischia di amministrarla agli altri come un funzionario del sacro, restando interiormente lontano dalla sorgente.
La Messa di mezzogiorno ha dato compimento alla mattinata. Anticipando la celebrazione del Sacro Cuore, l’Arcivescovo ha riportato la Giornata per la santificazione del clero al suo centro reale: il Cuore trafitto di Cristo. La santificazione del sacerdote non è un ornamento devozionale del ministero. Non è una cura privata dell’anima, accanto agli impegni pastorali. È la verità stessa del ministero ricevuto nell’Ordine. Il prete non si santifica soltanto per sé; si lascia santificare perché Cristo possa ancora raggiungere il suo popolo attraverso la Parola, i sacramenti, la guida pastorale, la carità quotidiana, la pazienza dell’ascolto.
Questa è una parola che oggi va ripetuta con coraggio. Il sacerdote non è prima di tutto un organizzatore, un gestore, un coordinatore, un distributore di servizi religiosi. Il mondo produce già abbastanza funzionari, e non sempre con risultati edificanti, come la storia universale si ostina a dimostrare. La Chiesa ha bisogno di uomini configurati a Cristo, di pastori che non cerchino nel ministero la conferma di sé stessi, di presbiteri che sappiano portare le ferite senza trasformarle in amarezza, di uomini che accettino di morire a sé stessi perché Cristo viva in loro con maggiore libertà.
Morire a sé stessi, in questo contesto, non significa spegnersi. Non significa diventare grigi, rassegnati, schiacciati dal ministero. Significa smettere di possedere. Smettere di cercare sempre il proprio riconoscimento. Smettere di misurare la fedeltà di Dio sui risultati visibili. Significa servire senza dominare, guidare senza imporsi, correggere senza ferire, ascoltare senza perdere la verità. Questa morte è preziosa perché assomiglia alla morte di Cristo. È la morte pasquale del servo, non l’annientamento psicologico di un uomo stanco.
L’incontro regionale ha avuto anche un valore ecclesiale più ampio. Le Chiese umbre vivono una stagione complessa: comunità che cambiano volto, responsabilità pastorali che si allargano, forze che sembrano diminuire, fede che chiede di essere nuovamente generata e custodita. In questo contesto, la santificazione del clero non è un fatto privato del singolo sacerdote. Riguarda la comunione delle diocesi, la fecondità dell’annuncio, la credibilità della presenza pastorale.
Per questo è stato importante il richiamo alla fraternità sacerdotale. Nessun sacerdote dovrebbe portare da solo il peso del ministero. La solitudine non è una medaglia ascetica da esibire, né un destino inevitabile da sopportare in silenzio. È spesso una ferita che, se non viene custodita, può indurire il cuore. La fraternità presbiterale non è un accessorio affettivo, né un buon proposito da ripetere nei convegni per poi tornare ciascuno nella propria trincea parrocchiale. È una forma concreta della custodia ecclesiale del sacerdote.
Da Collevalenza è venuto dunque un invito semplice e forte: tornare alla sorgente. Tornare al Cuore di Cristo. Tornarvi come presbiteri, come Chiese particolari, come fraternità sacerdotale, come popolo di Dio. La morte del giusto è preziosa agli occhi del Signore perché nulla di ciò che è vissuto nella fede cade fuori dal suo amore. Anche la fatica del sacerdote, anche la sua offerta nascosta, anche le sue lacrime non viste, anche le sue morti quotidiane possono diventare luogo di fecondità, se unite alla Pasqua di Cristo.
Questo incontro non ha consegnato soluzioni facili. E forse è bene così. Le soluzioni facili, nella Chiesa, spesso hanno la consistenza delle sedie pieghevoli: sembrano utili finché qualcuno ci si siede sopra. Ha consegnato piuttosto una direzione: davanti alla morte, davanti alla fatica del ministero, davanti alla trasformazione delle nostre comunità, il sacerdote non è chiamato a stringere i denti o a moltiplicare attività. È chiamato a lasciarsi ricondurre al Cuore di Cristo.
Solo lì la morte diventa passaggio. Solo lì la sofferenza non diventa amarezza. Solo lì la santificazione del clero smette di essere una formula devota e diventa vita reale. Solo lì il sacerdote comprende che la sua esistenza, anche quando è ferita e consumata, non è inutile: è preziosa agli occhi del Signore.
Per chi desiderasse leggere la meditazione di dom Alessandro: https://mraprt65kxiyo.blog/2026/06/10/meditazione-di-dom-alessandro-barbaran/
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