
Vorrei partire dal versetto del Salmo 116: «Preziosa agli occhi del Signore è la morte dei suoi fedeli». È una parola che chiede di essere ascoltata con molta attenzione, perché potrebbe essere facilmente fraintesa. Il versetto non celebra la morte in sé. Non dice che Dio desideri la morte del giusto. Non presenta la morte come qualcosa di gradito a Dio. Dice, piuttosto, che la vita e la morte del fedele non sono mai anonime, insignificanti o abbandonate davanti al Signore.
Ogni passaggio dell’esistenza del credente, anche quello più fragile e drammatico, è custodito da Dio. Potremmo dire che è raccolto da Lui, pesato da Lui, guardato come qualcosa di prezioso. La morte del fedele non cade nel nulla, non è un evento casuale, non è un semplice fatto biologico che chiude una vicenda umana. Essa avviene sotto lo sguardo di Dio e dentro una relazione che la morte stessa non può cancellare.
Il Salmo 116 appartiene al genere dei salmi di ringraziamento dopo una liberazione. Il salmista racconta di essere stato vicino alla morte: i lacci della morte lo avevano avvolto, l’angoscia lo aveva raggiunto, la sua esistenza era stata messa alla prova. In quella situazione egli ha invocato il Signore ed è stato salvato. Il versetto «Preziosa agli occhi del Signore è la morte dei suoi fedeli» arriva allora quasi come un sigillo teologico di grande speranza. Dio non è indifferente alla morte dei suoi fedeli. La morte non è un evento neutro, privo di significato, abbandonato al caso. La vita del giusto è preziosa davanti a Dio e Dio stesso la custodisce fino all’ultimo respiro.
Il termine ebraico che traduciamo con “preziosa” significa ciò che ha grande valore, ciò che è raro, ciò che non può essere trascurato, ciò che è degno di attenzione e di cura. Non indica qualcosa di “gradito” nel senso che Dio provi compiacimento per la morte del giusto. Questa sarebbe una lettura sbagliata. Dio non desidera la morte del giusto. Al contrario, nel Salmo Dio salva il salmista dalla morte. Dio protegge la vita, vuole la vita del suo fedele, ascolta la sua supplica e lo accompagna nel momento estremo.
La morte è preziosa perché non esce dall’alleanza. È l’ultimo atto di una storia di fedeltà. Il giusto vive dentro una relazione con Dio e anche la sua morte rimane dentro questa relazione. Nella tradizione ebraica, e poi in quella cristiana, questo versetto è stato letto proprio così: Dio non lascia solo il giusto nel momento della morte. La morte del giusto è un evento che tocca Dio, che in qualche modo coinvolge Dio. Non è un fatto neutro. Avviene sotto il suo sguardo. Dio accompagna il suo fedele in quel momento drammatico, forse di prova, di persecuzione, di martirio, e non lo lascia nel caos o nell’assurdo.
Questo versetto ha consolato generazioni di credenti, soprattutto coloro che sono stati perseguitati o messi alla prova a motivo della loro fede. La morte non è vista come abbandono, bensì come incontro. Non è caduta nel nulla, bensì passaggio custodito. Agli occhi del mondo la morte del giusto può sembrare sconfitta, fallimento, assurdità, perdita. Agli occhi di Dio, invece, essa appartiene a una storia d’amore e di alleanza.
Si può pensare, per fare un esempio vicino alla nostra sensibilità, a San Massimiliano Kolbe. Ad Auschwitz egli offrì la propria vita al posto di un altro uomo. Non era suo padre, non era suo fratello, non era suo figlio, non era un suo amico. Era uno sconosciuto. Eppure Kolbe scelse di entrare nella morte al posto di quell’uomo. In quella morte si può comprendere qualcosa del versetto del Salmo 116. La morte è preziosa non perché sia morte, ma perché è diventata testimonianza di fede, atto di amore, consegna di sé dentro una relazione viva con Dio.
Il giusto si lascia condurre fino alla morte, e lo fa dentro la relazione con Dio. Non muore fuori da Dio, non muore dietro le spalle di Dio, non muore abbandonato da Dio. Proprio lì, nel punto estremo, può aprirsi una conoscenza più profonda, un rapporto più stringente con il Signore. Il vuoto della morte non è assenza. È uno spazio drammatico, certamente, eppure può diventare anche luogo di rivelazione, luogo in cui Dio si fa custodia e compimento.
Il salmista non vede la morte del giusto come disgrazia, perdita o fallimento definitivo. La vede come un passaggio custodito, come un atto che Dio stesso considera di grande valore. Se guardiamo il Salterio nel suo insieme, troviamo che la morte del giusto è presentata in vari modi. In alcuni salmi appare come ingiusta, in altri come dolorosa, sconveniente, non voluta da Dio. Il giusto soffre, è perseguitato, è messo alla prova. Eppure Dio non lo abbandona. Il Salmo 116 si colloca in questa linea: Dio rimane vicino al suo fedele nel momento estremo.
Il credente, nella fede, può percepire questa vicinanza misteriosa. Esteriormente può vedere l’abbandono, la disperazione, il vuoto, il silenzio degli uomini. Interiormente, nella fede, sente che Dio è presente. Il versetto ha una struttura semplice: il soggetto è la morte dei fedeli; il predicato è “preziosa”; il punto di vista è decisivo: “agli occhi del Signore”. Tutto dipende da questo sguardo. La morte del giusto è preziosa perché è guardata da Dio. Dio non lascia che la morte del suo fedele sia vana.
Nella tradizione rabbinica questo versetto è stato talvolta inteso anche in senso sostitutivo. Il giusto, attraverso la propria morte, assume quasi una funzione di intercessione per la comunità, come una specie di offerta perché gli altri possano vivere. La morte del giusto viene considerata un evento che scuote il cielo. Alcuni rabbini arrivano a parlare di Dio che piange la morte dei suoi fedeli. È un linguaggio forte, che vuole esprimere una certezza: Dio non resta estraneo alla sorte dei suoi giusti.
Anche i Padri della Chiesa hanno letto questo versetto in profondità. Agostino, commentando i Salmi, vi riconosce una nascita al cielo. Origene lo comprende come consumazione della fede, come una candela che si consuma offrendo tutta sé stessa a Dio. Gregorio di Nissa parla di trasfigurazione: il credente che muore nella fede viene introdotto nella comunione con Dio e tutta la sua esistenza viene trasformata. Fin dai primi secoli cristiani, questo versetto è stato presente nei riti funebri come proclamazione di speranza.
Possiamo allora dire così: la morte del giusto è l’evento in cui la relazione con Dio raggiunge una trasparenza estrema. È preziosa perché non è annientamento, ma ritorno alla sorgente. Il vuoto della morte diventa uno spazio paradossale, non di dissoluzione, bensì di accoglienza. Il giusto si sente accolto totalmente da Dio. La morte del giusto è l’ultimo atto della fedeltà di Dio, e insieme l’ultimo atto della fiducia del credente.
In sintesi, il Salmo 116 dice che la morte del giusto è preziosa non perché sia desiderata da Dio, ma perché non è mai insignificante. Non è banale, non è anonima, non è gettata nel nulla. È un evento che Dio custodisce nel mistero e nel silenzio. È un passaggio custodito dalla cura divina. Questa intuizione anticotestamentaria anticipa poi la visione sapienziale della morte come ritorno nelle mani di Dio.
Se poniamo questo versetto in dialogo con il libro della Sapienza, specialmente con i capitoli 3 e 4, troviamo un ulteriore sviluppo. Nel libro della Sapienza la morte del giusto viene compresa come ingresso nell’immortalità. Il testo dice: «Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio; nessun tormento le toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero, ma essi sono nella pace. La loro speranza è piena di immortalità».
Qui troviamo quasi un’interpretazione ideale del Salmo 116. Il soggetto sono i giusti. Agli occhi degli uomini sembra che essi muoiano, che la loro vita finisca in una sconfitta, in una punizione, in una distruzione. Agli occhi di Dio, invece, la loro morte è purificazione, prova, offerta gradita, ingresso nella pace. La loro speranza è piena di immortalità.
Il libro della Sapienza opera un rovesciamento dello sguardo umano. Ciò che agli occhi degli uomini appare fine, rovina, perdita, agli occhi di Dio viene trasfigurato. Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio. Questa è una frase decisiva. La morte non è soltanto custodita da Dio, come nel Salmo 116, ma viene aperta a una forma di vita oltre la morte. C’è qui una dimensione sapienziale ed escatologica più esplicita.
Nel capitolo quarto della Sapienza troviamo anche il tema della morte prematura del giusto. La morte prematura non viene letta come maledizione. Può essere compresa come compimento anticipato. La misura della vita non è la lunghezza degli anni, ma la qualità della giustizia e della libertà. Noi, come uomini storici e mondani, guardiamo spesso alla durata della vita. Lo sguardo sapienziale guarda alla forma della vita. A Dio non importa anzitutto la quantità del tempo, bensì la qualità della fedeltà.
La Sapienza sviluppa dunque ciò che nel Salmo 116 era ancora implicito. Nel Salmo la morte del giusto è preziosa perché è custodita. Nella Sapienza è preziosa perché è trasformata in purificazione, in offerta, in ingresso nell’immortalità. Il vuoto della morte diventa possibilità di trasformazione escatologica. Non è annientamento, non è perdita definitiva. È passaggio nelle mani di Dio.
Con San Paolo si compie un passaggio ulteriore. Paolo ha le radici nel Primo Testamento, eppure rilegge tutto in chiave cristologica. In Paolo la morte del giusto non è soltanto custodita, come nel Salmo, né soltanto trasfigurata in prospettiva escatologica, come nella Sapienza. Essa è inserita nella dinamica pasquale di Cristo. Qui avviene un vero salto di prospettiva.
Per Paolo la morte è anzitutto un nemico. Non viene banalizzata. Non viene resa innocua. La morte ha un potere terribile ed è legata al peccato. Nella Lettera ai Romani, dal capitolo 5 al capitolo 8, Paolo affronta questo tema in modo decisivo. La morte entra nel mondo attraverso il peccato, regna sull’umanità, appare come potere ostile alla vita. Nello stesso tempo, essa è già stata vinta in principio dalla morte e risurrezione di Cristo.
Nel capitolo sesto della Lettera ai Romani, Paolo dice che il battezzato è immerso nella morte di Cristo per camminare in una vita nuova. Questo è un punto fondamentale. La morte del credente è già iniziata sacramentalmente nel Battesimo. Il cristiano non subisce semplicemente la morte; la accoglie, in modo sacramentale, dentro la Pasqua di Cristo. Il Battesimo prepara anche alla morte martiriale, perché introduce l’uomo nella morte e risurrezione del Signore.
Il rito battesimale esprime tutto questo. L’esperienza dell’immersione è molto forte: si scende nell’acqua, si viene come sepolti, si perde il respiro, poi si risale a vita nuova. È una discesa e una risalita. È una morte e una nascita. Il rito non è una semplice formalità. La parola e la grazia di Dio si incontrano nel gesto. Il rito cristiano parla, educa, trasforma, incide nella vita.
Oggi, in alcune Chiese, come in Francia, si assiste a un aumento significativo dei Battesimi degli adulti. In molte diocesi si cerca di recuperare la forma dell’immersione, proprio perché il rito deve diventare esperienza visibile del mistero: morte e vita, immersione e risalita, sepoltura e rinascita. Non si tratta di estetica liturgica, ma della forza sacramentale del rito cristiano.
La Prima Lettera ai Corinzi, al capitolo 15, porta la riflessione paolina ancora più avanti. Paolo afferma: «L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte». La morte è un nemico reale. Non va banalizzata. Non va addolcita con parole superficiali. Eppure questo nemico è già stato sconfitto nella risurrezione di Cristo. Per questo Paolo può domandare: «Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?»
Sembra quasi un Paolo audace, sicuro fino alla provocazione. Eppure egli prende la morte molto sul serio. La guarda come nemico terribile e poi, alla luce di Cristo, ne annuncia la sconfitta. In Cristo la morte viene rovesciata. La Pasqua cambia tutto. L’esperienza sacramentale del cristiano entra già in questa vittoria.
Rispetto alla Sapienza, Paolo compie un ulteriore passo. La Sapienza parla delle anime dei giusti nelle mani di Dio. Paolo parla della risurrezione del corpo. Egli vede l’uomo nella sua integralità, anima e corpo. La morte non conduce semplicemente a una sopravvivenza dell’anima, ma è destinata a essere vinta nella risurrezione del corpo. Il corpo corruttibile è chiamato a diventare incorruttibile; il corpo mortale a essere rivestito di immortalità.
Anche nella Seconda Lettera ai Corinzi, specialmente nei capitoli 4 e 5, Paolo sviluppa questo pensiero. Egli scrive: «Portiamo sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo». Qui la morte non è più soltanto qualcosa che accade alla fine. È una partecipazione esistenziale alla morte di Cristo. Il cristiano porta in sé la morte di Gesù perché in lui si manifesti la vita di Gesù.
Nel capitolo quinto della Seconda Lettera ai Corinzi appare la tensione tra l’abitare nel corpo e l’abitare presso il Signore. La morte è come lo spogliarsi di una tenda, in vista di un’abitazione celeste. La morte del giusto, in Paolo, è partecipazione esistenziale alla morte di Cristo. È luogo di manifestazione della vita. È tensione tra la comunione già ricevuta con Cristo e il compimento ancora atteso.
Anche la Lettera ai Filippesi offre una parola decisiva: «Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno». Paolo non disprezza la vita. La vita è un grandissimo dono. Il morire è guadagno solo perché significa essere con Cristo. Bisogna attraversare la vita per raggiungere la pienezza della vita. La morte è guadagno solo perché introduce nella comunione piena con Cristo.
Possiamo allora raccogliere alcune convergenze. Nel Salmo 116, Dio è coinvolto nella morte del giusto: la guarda con cura, la custodisce, la considera preziosa. Nella Sapienza, i giusti sono nelle mani di Dio e la loro morte viene letta come offerta gradita, purificazione, ingresso nella pace. In Paolo, il credente vive e muore nel Signore. La morte non è più soltanto custodita o trasfigurata; è assunta nella Pasqua di Cristo.
C’è anche un rovesciamento dello sguardo umano. Nel Salmo, ciò che agli occhi degli uomini può sembrare insignificante è prezioso agli occhi di Dio. Nella Sapienza, agli occhi degli stolti i giusti sembrano morti, ma essi sono nella pace. In Paolo, ciò che appare debolezza, cioè la croce e la morte, è potenza di Dio. La fede cristiana cambia il punto di vista.
C’è poi una dimensione relazionale decisiva. Nel Salmo, la morte del giusto è collocata dentro l’alleanza. Nella Sapienza, è posta dentro l’amicizia con Dio e la giustizia. In Paolo, tutto è ricondotto all’unione con Cristo: essere in Cristo. Questa è la chiave di tutto. Non c’è più una morte del giusto in astratto. C’è la morte in Cristo.
Se proviamo a tradurre tutto questo in un linguaggio più vicino a noi, potremmo dire che nel Salmo 116 la morte del giusto è un evento prezioso perché è un evento di relazione. Non è un puro fatto biologico. Nella Sapienza, la morte del giusto è un passaggio verso l’immortalità. La vita non finisce qui; c’è una promessa, c’è un destino custodito da Dio. In Paolo, la morte del credente è partecipazione e anticipazione della Pasqua. La risurrezione comincia già qui, attraverso il Battesimo, e si compirà in Dio.
La morte diventa allora il luogo in cui Dio attraversa il nulla, lo svuota dall’interno, supera il peccato e fa sovrabbondare la grazia. Dove ha abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia. La morte diventa grembo di una nuova creazione.
La dichiarazione del Salmo 116, «Preziosa agli occhi del Signore è la morte dei suoi fedeli», costituisce uno dei punti più alti della riflessione veterotestamentaria sulla morte del giusto. Non è ancora interpretata come passaggio escatologico pienamente sviluppato, né come evento salvifico in sé. È anzitutto evento di relazione. Ciò che la rende preziosa non è la morte in quanto tale, ma il fatto che viene guardata da Dio. Nella trama dell’alleanza, la morte del giusto non è anonima, non è abbandonata al caso, non è senza valore. È un limite attraversato nella custodia divina.
Questa intuizione trova un primo sviluppo compiuto nella teologia sapienziale. Nei capitoli 3 e 4 della Sapienza, la morte del giusto viene reinterpretata alla luce della giustizia divina, dell’immortalità e dell’escatologia. Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio. Ciò che appare sconfitta e fine, in realtà è ingresso nella pace, purificazione e compimento. La morte prematura del giusto diventa segno di elezione: Dio lo prende con sé per sottrarlo alla corruzione. Qui la morte non è solo custodita; è trasfigurata.
Con Paolo cambia la musica. La riflessione assume una forma pienamente cristologica. La morte del credente non è più interpretata soltanto in chiave sapienziale o retributiva. In Romani 6, essa è partecipazione reale alla morte di Cristo. In Seconda Corinzi 4, è luogo in cui la vita di Gesù si manifesta nel nostro corpo. In Prima Corinzi 15, è l’ultimo nemico già vinto dalla risurrezione di Cristo. Il pensiero di Paolo ha sempre un nervo cristologico: senza questa chiave non si comprende la profondità della sua interpretazione.
La morte del credente diventa così un passaggio ontologico della nostra realtà. Non è semplice fine. Non è soltanto ingresso nell’immortalità. È partecipazione alla vita stessa di Dio. In questa prospettiva, la morte del giusto è preziosa perché è assunta dentro la Pasqua, dentro la vita stessa di Dio, dentro il luogo in cui il nulla viene attraversato, svuotato e trasformato in nuova creazione.
Alla luce di questo percorso, il versetto del Salmo 116 non ci invita ad amare la morte. Ci invita a riconoscere che Dio ama i suoi fedeli fino a non abbandonarli neppure nella morte. La morte del giusto è preziosa perché appartiene a Dio. È custodita dal suo sguardo, trasfigurata dalla sua promessa, assunta nella Pasqua del Figlio.
Per questo il credente può guardare alla morte senza banalizzarla e senza disperare. La morte rimane nemico, rimane dramma, rimane passaggio serio. In Cristo, però, essa non ha più l’ultima parola. L’ultima parola è la Pasqua. L’ultima parola è la vita di Dio. L’ultima parola è il Risorto, nel quale anche la morte dei suoi fedeli diventa preziosa agli occhi del Signore.
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