
Nel secondo appuntamento della sua prima giornata madrilena, Papa Leone XIV ha lasciato i saloni istituzionali ed è entrato in un luogo che parla il linguaggio concreto del Vangelo. Dopo l’incontro con le Autorità, con la Società civile e con il Corpo diplomatico, il Pontefice ha visitato il progetto sociale CEDIA 24 Horas, promosso da Cáritas Madrid, un centro che accoglie persone senza dimora e accompagna storie segnate dalla strada, dalla solitudine, dalla precarietà, dalla migrazione, dalla dipendenza, dalla mancanza di documenti, di lavoro e di reti familiari. È stata una vera catechesi vivente sulla carità cristiana. Finalmente il Vangelo ha avuto il buon gusto di non restare chiuso in un documento, dove spesso lo mettiamo per sentirci in ordine.
Il cardinale di Madrid ha accolto il Papa ricordando che questo luogo è una porta piccola in apparenza e immensa in misericordia. Ha usato un’immagine molto bella: questo centro ha qualcosa di Betlemme, un angolo umile attraverso il quale Dio continua a entrare nel mondo. Madrid, città viva, diversa e complessa, ha offerto al Papa il primo abbraccio attraverso i suoi poveri, i suoi feriti, i suoi esclusi. È un gesto di grande valore ecclesiale: la Chiesa madrilena ha scelto di dire al Successore di Pietro che il Vangelo si comprende meglio quando la realtà viene guardata a partire dagli ultimi.
Il direttore di Cáritas Madrid ha spiegato che da questo centro passano ogni anno più di duemilacinquecento persone. Sono uomini e donne segnati dalla strada, alcuni senza documenti, senza possibilità di lavoro o di residenza, spesso provati da problemi di salute mentale, dipendenze, solitudine, assenza di sostegni. La porta resta aperta ventiquattro ore su ventiquattro. Non viene chiesto nulla a chi bussa. Nessuno se ne va a mani vuote. Vengono offerti letto, cibo, docce, orientamento, ascolto, affetto e soprattutto il riconoscimento della dignità che Dio ha impresso in ogni uomo e in ogni donna creati a sua immagine.
Questo dato è importante: la carità cristiana non si limita a risolvere un bisogno immediato. Certo, offre un letto a chi non ha dove dormire, un pasto a chi ha fame, un luogo sicuro a chi non sa dove andare. La sua forma più profonda consiste nel rimettere in movimento una vita, nel ricostruire fiducia, nel riconoscere che nessuno coincide con la propria ferita. Una persona non è la sua povertà, non è il suo fallimento, non è il suo documento mancante, non è la sua dipendenza, non è la sua notte. È un volto davanti a Dio. Ed è proprio qui che il cristianesimo diventa concreto, altrimenti resta una bella architettura dottrinale con le finestre chiuse.
Durante l’incontro sono state presentate tre storie. Niurka, arrivata da Cuba sola e incinta di due gemelli, ha trovato nella Chiesa una casa e una famiglia. I suoi bambini, Ares Ezequiel e Atenea, sono nati a Madrid e hanno ricevuto il Battesimo nella festa di San Isidro. Cadri, giunto dal Senegal in piena pandemia, senza lavoro, senza rete e senza sapere da dove ricominciare, ha trovato accoglienza in una comunità parrocchiale, si è formato, ha ottenuto un lavoro, ha regolarizzato la propria situazione e oggi desidera accompagnare chi arriva come lui è arrivato. Alicia, volontaria del Progetto Speranza, ha portato al Papa delle sandalie come segno del rispetto dovuto alla sofferenza dell’altro, richiamando la parola rivolta da Dio a Mosè davanti al roveto ardente: togliersi i sandali, perché il terreno che si calpesta è sacro.
Il Papa ha raccolto questi segni e li ha trasformati in una vera lettura evangelica. Il nastro con i nomi dei bambini esprime la gioia di ogni nascita. Il permesso di soggiorno racconta una storia di attesa, fatica, onestà, accoglienza e speranza. Le sandalie ricordano che ogni esistenza umana è terra sacra da rispettare. Sono simboli semplici, e proprio per questo potenti. Le cose semplici, quando sono vere, hanno ancora la fastidiosa capacità di superare molti discorsi solenni. Anche quelli pronunciati con microfono e cartellina elegante.
La frase più forte del discorso di Leone XIV è stata questa: «la caridad no admite demoras», la carità non ammette ritardi. Il Papa l’ha collegata al motto del viaggio, «Alzad la mirada». Alzare lo sguardo significa contemplare i campi maturi per la mietitura. Se il grano è maturo e non viene raccolto, la messe si perde. Così accade con chi è nel bisogno: l’incontro con il povero è un kairós, un momento di grazia unico e irripetibile per amare. Non può essere rimandato a quando avremo più tempo, più strumenti, più serenità, più personale, più chiarezza, più bilancio. Il Vangelo, notoriamente poco rispettoso delle nostre agende, chiede di amare adesso.
Qui si trova il cuore teologico dell’incontro. La carità non è un settore della pastorale, una delega affidata a qualche gruppo di volontari generosi, l’appendice sociale della fede o una specie di fotografia morale da mostrare quando bisogna dimostrare che la Chiesa è ancora utile. Leone XIV ha ricordato che l’amore di Cristo ci spinge verso i fratelli e che la carità con cui rispondiamo a questo impulso è la prova della nostra fede. Una fede che non diventa prossimità rischia di trasformarsi in dichiarazione astratta. Una dottrina che non riconosce Cristo nei fratelli feriti rischia di parlare correttamente di Dio senza lasciarsi ferire dal suo amore.
Il Papa ha toccato anche un punto delicato del nostro tempo. Ha detto che anche i cristiani, in molte occasioni, si lasciano contagiare da atteggiamenti segnati da ideologie mondane o da posizionamenti politici ed economici che conducono a generalizzazioni ingiuste e a conclusioni ingannevoli. È una parola che andrebbe ascoltata con serietà. I poveri vengono spesso arruolati nelle ideologie: da una parte trasformati in bandiera politica, dall’altra guardati con sospetto come se la loro sofferenza disturbasse la purezza di certi schemi. Il risultato è sempre lo stesso: il povero scompare, resta solo l’argomento.
Leone XIV ha aggiunto che l’esercizio della carità viene talvolta disprezzato o ridicolizzato come se fosse la fissazione di alcuni e non il “nucleo incandescente della missione ecclesiale”. Questa espressione è decisiva. La carità non è un accessorio della Chiesa. È il suo fuoco visibile. Dove la carità viene disprezzata, la missione si raffredda. Dove i poveri vengono dimenticati, la Chiesa rischia di uscire dalla corrente viva che scaturisce dal Vangelo. È una frase severa, e forse proprio per questo necessaria. Noi possiamo anche discutere molto di identità, di dottrina, di liturgia, di strategie pastorali. Tutto importante. Se poi dimentichiamo i poveri, Matteo 25 resta lì a guardarci con la calma terribile delle parole di Cristo.
Il Papa ha insistito sul fatto che aiutare non significa soltanto dare qualcosa. Occorre guardare chi soffre negli occhi, fare dell’aiuto un incontro tra fratelli, riconoscersi nell’unico abbraccio del Padre. La carità cristiana non è beneficenza fredda. Non è superiorità che distribuisce. È incontro che converte anche chi dona. Chi ama davvero ascolta, dialoga, cerca di comprendere la situazione e le cause, presta attenzione ai bisogni materiali e spirituali, guarda alla promozione integrale della persona. Questa è la differenza tra assistenzialismo e carità. L’assistenzialismo può lasciare l’altro dove si trova. La carità lo accompagna perché possa rialzarsi.
Poi il Papa è entrato nella parrocchia della Crucifixión del Señor, situata dentro questo spazio ecclesiale di carità. Lì, parlando a braccio, ha offerto una chiave pasquale dell’intero incontro. Ha detto che una parrocchia chiamata Crocifissione è segno non di morte, bensì di speranza, di vita nuova, di Risurrezione e della salvezza che Gesù offre a tutti. La Croce non è il sigillo della sconfitta, è il luogo in cui l’amore arriva fino alla fine e apre la via della vita. Una comunità che serve i poveri dentro una parrocchia dedicata alla Crocifissione del Signore dice, quasi senza bisogno di spiegazioni, che la carità cristiana nasce dal Crocifisso e cammina verso la Risurrezione.
A braccio, Leone XIV ha ringraziato le oltre ottanta realtà sociali presenti: Cáritas, comunità parrocchiali, congregazioni religiose, associazioni, persone che ogni giorno rendono tangibile la speranza. Ha definito il loro servizio “il segno della speranza nel mondo di oggi” e “il Vangelo vivo” che tutti vogliono vedere, sentire e sperimentare. Anche qui il Papa ha parlato con semplicità e forza. Il Vangelo vivo è una mano che accoglie, un volto che ascolta, una comunità che apre una porta, una parrocchia che non si vergogna dei poveri, una Chiesa che abbraccia la Croce per camminare con tutti verso la gioia della Risurrezione.
Questa visita nella parrocchia completa il discorso fatto al CEDIA. Se ci fermassimo soltanto alla dimensione sociale, rischieremmo di leggere l’incontro come un nobile gesto umanitario. Leone XIV ci porta più in profondità. La Chiesa non serve i poveri perché è un’organizzazione di assistenza ben intenzionata. Li serve perché riconosce in loro Cristo crocifisso. Li accompagna perché crede nella Risurrezione. Difende la loro dignità perché ogni persona è terra sacra. Apre porte perché sa che Dio è entrato nel mondo attraverso una porta umile, a Betlemme, e continua a bussare nella carne di chi non ha posto.
L’immagine di Betlemme, richiamata sia nell’accoglienza iniziale sia nel discorso del Papa, merita attenzione. Madrid è famosa per i suoi presepi natalizi, ha ricordato Leone XIV, eppure la loro bellezza è solo una pallida espressione di una meraviglia più grande che si compie ogni giorno in luoghi come il CEDIA. Là si prepara, giorno e notte, un presepe vivente per Gesù, che si presenta alla soglia del centro in cerca di aiuto. Cristo non rimane nel presepe illuminato delle feste, ordinato, pulito, visitabile, fotografabile. Continua a presentarsi sotto forma di madre sola, migrante, anziano, donna sfruttata, giovane senza futuro, persona dipendente, uomo senza casa. La fede cristiana si misura anche dalla capacità di riconoscerlo quando non arriva con l’aureola, bensì con una ferita.
Questa visita illumina anche il discorso pronunciato al mattino davanti alle Autorità. Al Palazzo Reale, Leone XIV aveva invitato ad abbandonare le semplificazioni sterili e ad apprezzare fecondamente la complessità. Al CEDIA quella complessità ha assunto volti concreti. Non più soltanto parole come migrazione, esclusione, povertà, dipendenza, tratta, famiglia, giovani, anziani. Volti, nomi, mani, bambini, documenti, sandalie, sogni, lacrime, canti. La realtà umana non entra bene negli slogan, e forse proprio per questo gli slogan la trattano così male.
Alzare lo sguardo, allora, non significa ignorare la terra. Non significa rifugiarsi in una spiritualità elegante e disincarnata. Alzare lo sguardo significa vedere meglio. Significa guardare i poveri negli occhi. Significa comprendere che la carità non può essere rimandata. Significa accorgersi che ogni persona fragile che bussa alla porta può diventare un appuntamento con Cristo. Significa riconoscere che la Croce, quando viene abbracciata per amore, non chiude la vita nella morte, ma la apre alla speranza della Risurrezione.
La conclusione mariana del Papa ha raccolto tutto questo in preghiera. Leone XIV ha affidato a Maria ciascuna persona e il lavoro di chi serve in quel luogo, invocandola come madre, sorgente di misericordia, grembo di perdono, abbraccio della speranza, porta della gloria. La carità della Chiesa è mariana quando accoglie, custodisce, accompagna, resta accanto alla croce e apre alla speranza. Maria non trasforma il dolore in teoria. Lo porta dentro l’amore. La Chiesa, se vuole essere madre, deve fare lo stesso.
Questo secondo appuntamento del viaggio apostolico in Spagna ci lascia dunque una parola da non archiviare: la carità non ammette ritardi. Non ammette ritardi davanti alla madre sola. Non ammette ritardi davanti al migrante. Non ammette ritardi davanti alla donna sfruttata. Non ammette ritardi davanti a chi dorme per strada, a chi lotta con una dipendenza, a chi non ha documenti, a chi cerca una comunità che lo guardi senza disprezzo. Non ammette ritardi neppure dentro la Chiesa, quando siamo tentati di discutere all’infinito su ciò che il Vangelo ha già reso evidente.
Il CEDIA 24 Horas e la parrocchia della Crucifixión del Señor hanno mostrato il volto più concreto di questo viaggio: una Chiesa che attraversa la complessità senza perdere la carità, una Chiesa che serve i poveri senza dimenticare il Crocifisso, una Chiesa che guarda alla Risurrezione senza distogliere gli occhi dalle ferite dell’uomo. Se il grano è maturo e nessuno raccoglie, la messe si perde. E quando si perde un’occasione di amare, non si perde qualcosa: si perde qualcuno.
Lascia un commento