
Ho seguito la vicenda della presenza dei cappellani militari alla parata del 2 giugno e delle parole critiche pronunciate da mons. Francesco Savino, vicepresidente della CEI e vorrei entrare in questa discussione con rispetto, senza slogan e senza letture affrettate. È facile vedere una divisa e parlare subito di militarismo. È facile vedere un sacerdote accanto ai militari e pensare a una benedizione delle armi. La realtà, come spesso accade, chiede più attenzione.
Sono stato cappellano militare e conosco dall’interno, almeno per un tratto della mia vita sacerdotale, questa particolare forma di ministero. Per questo faccio fatica ad accettare che la figura del cappellano venga ridotta a un ornamento religioso dell’apparato militare.
Il cappellano militare non è il sacerdote delle armi. È il sacerdote degli uomini che portano l’uniforme. È mandato ad accompagnare persone concrete, con la loro coscienza, le loro famiglie, le loro paure, il loro senso del dovere, le loro ferite, le loro domande morali. Dietro una divisa non c’è un simbolo astratto da giudicare dall’esterno. C’è una persona. E la Chiesa, quando è davvero madre, non abbandona nessuna persona soltanto perché vive dentro una realtà difficile, disciplinata ed esposta.
È vero: la partecipazione dei cappellani militari alla parata del 2 giugno è stata una novità. Proprio per questo era legittimo interrogarsi sull’opportunità del segno pubblico. Una cosa è discutere con prudenza ecclesiale se sia opportuno far sfilare i cappellani in una parata della Repubblica. Altra cosa è lasciare intendere che la loro presenza equivalga a una sacralizzazione della forza armata.
La parata del 2 giugno viene comunemente chiamata “parata militare”, e in parte lo è. Nel contesto italiano, però, essa non appare come una celebrazione militarista. Non siamo una Repubblica militarizzata. Non siamo davanti a un rito di esaltazione della guerra. Siamo davanti a una rappresentazione pubblica dello Stato, delle sue istituzioni e dei corpi che servono il Paese nella difesa, nella sicurezza, nel soccorso, nella protezione civile, nella cura e nella responsabilità verso la comunità nazionale.
In quella sfilata non ci sono soltanto reparti armati. Ci sono uomini e donne che, in modi diversi, rappresentano il servizio alla Repubblica. Dentro questa cornice, la presenza dei cappellani militari può essere letta non come un impoverimento del significato della parata, bensì come un suo completamento umano e spirituale. Essa ricorda che anche il mondo militare non è fatto solo di strutture, protocolli, uniformi e comandi. È fatto di persone, coscienze, famiglie, sofferenze e responsabilità morali.
Forse, invece di scandalizzarsi per la loro presenza, bisognava comprenderla meglio. I cappellani militari non rendono la parata più bellica. Possono renderla più umana, perché ricordano che anche dentro l’uniforme resta un uomo chiamato a rispondere davanti a Dio, alla propria coscienza e alla comunità.
La loro presenza non militarizza la Chiesa e non clericalizza la Repubblica. Ricorda semplicemente che la persona in uniforme non è riducibile alla funzione che svolge. Ha una dignità, una coscienza, una storia, una vita interiore. Ha bisogno della Parola di Dio, dei sacramenti, della presenza di un sacerdote, del discernimento morale, della consolazione e, quando serve, anche della correzione evangelica.
C’è poi un aspetto ecclesiale che non può essere ignorato. I cappellani militari appartengono a una realtà pastorale affidata all’Ordinariato Militare. Se la loro presenza alla parata è avvenuta, è ragionevole pensare che sia stata autorizzata da chi ha competenza su quel ministero. Una critica pubblica, pronunciata da un vicepresidente della CEI, rischia quindi di apparire come una censura indiretta verso il discernimento di un altro vescovo. Nella Chiesa la comunione non vive soltanto di dichiarazioni solenni. Vive anche di prudenza, rispetto delle competenze e attenzione a non esporre pubblicamente il ministero altrui a letture svalutanti.
La Chiesa deve parlare di pace. Deve farlo con forza, chiarezza e libertà evangelica. Deve ricordare che nessuna istituzione umana è sottratta al giudizio di Dio e che la forza, quando diventa idolatria, tradisce l’uomo. La pace cristiana si costruisce formando coscienze rette, custodendo la dignità delle persone, portando Cristo anche là dove il peso della responsabilità è più duro.
Il cappellano militare non è il cerimoniere religioso della forza pubblica. È un pastore mandato dentro una frontiera particolare. La sua presenza non dice che la guerra è buona. Dice che l’uomo, anche quando porta una divisa, resta bisognoso di Dio.
Davanti alla presenza dei cappellani militari alla parata del 2 giugno, avrei auspicato una lettura più ampia, più ecclesiale, più rispettosa del loro ministero. La Chiesa non deve benedire la forza. Deve accompagnare le persone. E quando accompagna le persone anche dentro il mondo militare, non tradisce il Vangelo: lo porta dove l’uomo vive, serve, soffre, decide e risponde alla propria coscienza davanti a Dio.
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