
Viviamo in un mondo strano. Spesso riteniamo che una persona sia integrata perché ha studiato, ha frequentato il liceo, è arrivata all’università, ha conseguito una laurea, ha raccolto voti decorosi e certificati presentabili. Tutto sembra in ordine. La società vede il titolo e si tranquillizza. La burocrazia vede il curriculum e archivia il problema. Poi la realtà si incarica, con la sua brutalità poco diplomatica, di ricordarci che l’istruzione non coincide necessariamente con la formazione dell’uomo.
Si può essere diplomati e non saper fare un riassunto. Si può frequentare l’università e non possedere un vero pensiero critico. Si può essere laureati e rimanere incapaci di riconoscere l’odio, di prenderne distanza, di sottrarsi alla rabbia, al rancore, all’estremismo, anche quando questo assume forme religiose o antireligiose.
Il caso dell’attentatore di Modena pone una domanda scomoda. Naturalmente saranno gli inquirenti, i medici e i giudici a stabilire responsabilità, condizioni psichiche e moventi. Non spetta ai commentatori improvvisare diagnosi o sentenze, sport nazionale ormai praticato con entusiasmo olimpico. Resta una questione più ampia che non possiamo liquidare troppo in fretta. È comodo chiudere tutto dicendo: era malato. Talvolta questa spiegazione è necessaria, talvolta è vera, talvolta è parte decisiva della vicenda. Rischia anche di diventare la via più breve per non guardare fallimenti più profondi.
Abbiamo forse costruito percorsi di istruzione capaci di produrre titoli e incapaci di formare coscienze. Abbiamo moltiplicato competenze e impoverito il giudizio. Abbiamo educato alla prestazione e trascurato la verità dell’uomo. Abbiamo lasciato che la cultura fosse tirata ora dalla politica, ora dalla sociologia, ora dalla propaganda, mentre l’anima restava senza forma, senza ordine, senza luce.
Una società davvero civile non si accontenta di laureare individui. Deve formare uomini capaci di abitare il mondo, di rispettare la vita, di dominare la rabbia, di riconoscere il limite, di vivere accanto agli altri senza trasformare la frustrazione in distruzione. Quando questo non accade, il problema non riguarda soltanto il singolo. Riguarda l’intero sistema educativo e culturale che si illude di aver formato una persona perché le ha consegnato un titolo.
Qui entra in gioco anche la responsabilità della politica. Da troppo tempo la scuola viene pensata soprattutto come strumento di inclusione, mobilità sociale, competenza spendibile, preparazione al mercato. Sono aspetti importanti. Presi da soli diventano insufficienti. Una scuola che include senza formare non rende giustizia a nessuno. Accoglie, accompagna, protegge, poi lascia spesso i ragazzi senza strumenti interiori. E così può accadere che una persona attraversi il sistema scolastico e universitario, ottenga titoli, entri formalmente nel mondo degli adulti, senza avere maturato una vera capacità critica, una coscienza ordinata, un rapporto sano con la realtà, con la frustrazione, con l’altro.
La preoccupazione più grande riguarda il modo in cui oggi la scuola sembra orientarsi sempre più verso una formazione ideologica, dove l’inclusione rischia di essere separata dalla conoscenza. L’inclusione è un bene quando apre a tutti l’accesso alla verità, alla cultura, alla disciplina del pensiero, alla fatica dello studio. Diventa fragile quando si trasforma in linguaggio obbligato, in sensibilità prescritta, in appartenenza emotiva, senza chiedere davvero agli studenti di imparare, ragionare, distinguere, giudicare.
Il problema non è essere inclusivi. Il problema è capire dentro che cosa si viene inclusi. Se si viene inclusi dentro un sistema povero di contenuti, debole nella trasmissione della conoscenza, incerto nel giudizio morale, incapace di educare alla realtà, allora l’inclusione diventa accoglienza dentro il vuoto. Un salotto gentile con le librerie finte. Si parla molto di fragilità, identità, appartenenza, diritti, linguaggi, sensibilità. Si parla molto meno della fatica del pensiero, del dominio di sé, della responsabilità personale, della verità come bene da cercare e da servire.
Anche la Chiesa dovrebbe interrogarsi seriamente. Quando il suo linguaggio diventa troppo sociologico, quando tutto viene letto solo come disagio, marginalità, inclusione o ferita, si rischia di dimenticare la radice spirituale dell’uomo. L’uomo non ha bisogno soltanto di essere accolto. Ha bisogno di essere salvato, educato, convertito, introdotto alla verità. Una pastorale che non forma la coscienza, che non parla più del peccato e della grazia, che non aiuta a distinguere il bene dal male, lascia il campo libero a surrogati religiosi, ideologici o emotivi.
La Chiesa serve davvero la società quando forma cristiani maturi, capaci di pensare, pregare, discernere, vivere nella carità e nella verità. Non quando si limita a ripetere il lessico dominante con qualche parola evangelica aggiunta in superficie. Una Chiesa che rinuncia alla formazione dell’intelligenza e della coscienza perde la sua forza educativa. Può restare gentile, presente, organizzata, perfino apprezzata. Rischia di non essere più madre e maestra. E quando la Chiesa smette di formare, altri formano al suo posto. Non sempre con intenzioni innocenti.
C’è poi un problema interculturale che non può essere eluso. Troppo spesso l’Islam viene trattato con categorie occidentali deboli, come se fosse semplicemente una religione privata, analoga al cristianesimo così come oggi lo immagina l’Europa secolarizzata. Questo sguardo è insufficiente. L’Islam non è solo un insieme di credenze interiori. È una tradizione religiosa che comprende anche una visione normativa della vita personale, familiare, sociale e, in alcuni contesti, politica. Per questo non basta parlare genericamente di dialogo, inclusione o integrazione. Occorre conoscere davvero ciò di cui si parla.
L’errore più grave dell’Occidente consiste forse nel proiettare sull’Islam il destino che esso ha imposto al cristianesimo: privatizzazione della fede, separazione netta dalla vita pubblica, riduzione della religione a sentimento individuale. Il cristianesimo ha attraversato una lunga storia di confronto con la ragione, con il diritto, con la distinzione tra autorità spirituale e potere civile. L’Islam ha una struttura diversa, una storia diversa, una relazione diversa tra fede, legge e comunità. Guardarlo con le stesse categorie significa non capirlo.
Qui anche una certa eredità illuminista mostra il suo limite. Dopo aver identificato spesso il cristianesimo come l’ostacolo principale alla libertà moderna, una parte della cultura occidentale rischia di non riconoscere forme religiose molto più resistenti alla separazione tra fede e ordine civile. Così può accadere un paradosso: in nome della critica al cristianesimo, si diventa indulgenti verso visioni religiose che mettono in discussione proprio quelle libertà che l’Occidente dice di voler difendere.
Questo non significa guardare ogni musulmano con sospetto. Sarebbe ingiusto e contrario alla verità. Le persone vengono sempre prima delle categorie. Esistono musulmani sinceramente desiderosi di vivere in pace, di lavorare, di rispettare le leggi, di costruire legami buoni dentro le nostre società. Proprio per rispetto verso le persone, occorre evitare sia la paura cieca sia l’ingenuità compiaciuta. La paura cieca trasforma l’altro in nemico. L’ingenuità compiaciuta trasforma il dialogo in finzione. Nessuna delle due serve alla pace.
La Chiesa, da parte sua, è chiamata a un dialogo vero, non sentimentale. Il rispetto per i musulmani, affermato anche dal Concilio, non obbliga a ignorare le differenze. Anzi, un dialogo serio nasce solo dalla conoscenza reale. Stimare le persone non significa rinunciare al giudizio. Accogliere non significa smettere di distinguere. La pace sociale non si costruisce fingendo che tutte le religioni abbiano la stessa struttura, la stessa storia e lo stesso rapporto con la legge civile.
A questo punto la domanda decisiva non è solo come sia possibile che una persona istruita compia un gesto violento. La domanda è più profonda: quali uomini stiamo formando? Quale idea di uomo consegnano la scuola, l’università, la politica, la Chiesa, la cultura pubblica? Stiamo formando persone capaci di verità, responsabilità e convivenza reale, oppure stiamo semplicemente distribuendo certificati dentro una società che non sa più educare?
Forse proprio qui si misura la povertà del nostro tempo. Sappiamo certificare molto e formare poco. Sappiamo includere nei sistemi e fatichiamo a introdurre nella verità. Sappiamo moltiplicare parole rassicuranti e non sappiamo più dire all’uomo chi è, da dove viene, a che cosa è chiamato, quale male deve combattere dentro di sé, quale bene deve imparare ad amare.
Una civiltà non si giudica dal numero dei suoi diplomi. Si giudica dagli uomini che riesce a formare. E quando gli uomini restano fragili, confusi, manipolabili, incapaci di distinguere tra fede e fanatismo, tra dolore e odio, tra libertà e distruzione, allora il problema non è soltanto individuale. È culturale, educativo, spirituale.
È da qui che bisogna ripartire. Dalla conoscenza vera, non dalla propaganda. Dalla formazione della coscienza, non dalla sola gestione del disagio. Dalla capacità di distinguere, non dal sentimentalismo che mette tutto sullo stesso piano. Dalla responsabilità della politica e della Chiesa, ciascuna nel proprio ordine, perché una società senza educazione diventa fragile, e una Chiesa senza formazione diventa irrilevante proprio quando gli uomini avrebbero più bisogno di luce.
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