Come avevamo previsto, Papa Leone XIV, dopo averci accompagnato nella lettura della Dei Verbum e della Lumen gentium, ha iniziato ora il cammino sulla Sacrosanctum Concilium, la Costituzione del Concilio Vaticano II sulla sacra liturgia. Non è un passaggio secondario. È uno dei punti più delicati, più amati, più feriti e più fraintesi dell’intero post-concilio. Basta nominare la liturgia e subito si risvegliano entusiasmi, nostalgie, accuse, rivendicazioni, ferite mai davvero guarite. L’umanità riesce a trasformare perfino il modo di adorare Dio in un ring, segno evidente che il peccato originale non era una metafora decorativa.

Proprio per questo è necessario ripartire dal documento. Non dalle caricature, dalle abitudini acquisite, dalle deformazioni successive, dalle letture ideologiche di chi pensa che il Concilio abbia autorizzato ogni improvvisazione, né da quelle di chi immagina che la Sacrosanctum Concilium sia stata il principio inevitabile di ogni disordine liturgico. Il metodo cattolico resta sempre lo stesso: leggere il testo, comprenderlo nella fede della Chiesa, valutarne l’attuazione alla luce della Tradizione viva.

La Sacrosanctum Concilium fu promulgata da san Paolo VI il 4 dicembre 1963. Fu il primo grande documento del Concilio Vaticano II. Questo dato è già eloquente. Il Concilio volle iniziare dalla liturgia perché nella liturgia la Chiesa non parla semplicemente di Dio: si pone davanti a Dio, riceve da Cristo la grazia della salvezza, offre al Padre il culto spirituale, viene edificata come corpo del Signore. La liturgia non è un accessorio della vita ecclesiale, non è una cornice cerimoniale, non è il settore estetico della pastorale. È il luogo nel quale Cristo continua ad agire nella sua Chiesa.

Il documento lo afferma con parole decisive: nella liturgia, specialmente nel divino sacrificio dell’Eucaristia, “si attua l’opera della nostra redenzione”. La liturgia manifesta il mistero di Cristo e la natura autentica della Chiesa, umana e divina, visibile e dotata di realtà invisibili, presente nel mondo e pellegrina verso la città futura. Già qui si comprende che la riforma liturgica voluta dal Concilio non nasceva dal desiderio di rendere la Messa più simpatica, più breve, più comprensibile secondo i gusti del momento. Nasceva dal desiderio di far risplendere meglio il mistero celebrato, perché i fedeli potessero partecipare più consapevolmente, più profondamente, più fruttuosamente.

Uno dei passaggi più citati, spesso anche più consumati dall’uso, è quello secondo cui la liturgia è “il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia”. Questa frase è splendida, purché non venga isolata. Se la liturgia è culmine, significa che tutta la vita cristiana tende all’incontro sacramentale con Cristo. Se è fonte, significa che ogni missione, ogni carità, ogni annuncio, ogni opera ecclesiale nasce dalla grazia ricevuta, non dalla nostra efficienza. La Chiesa non vive perché organizza molto. Vive perché riceve Cristo, lo adora, lo offre, si lascia trasformare da Lui. Strano concetto, per un’epoca convinta che basti convocare riunioni per salvare il mondo.

La Sacrosanctum Concilium chiede certamente una partecipazione piena, consapevole e attiva dei fedeli. Questa espressione, actuosa participatio, è diventata una delle più celebri del post-concilio. Occorre comprenderla bene. Partecipazione attiva non significa agitazione continua, moltiplicazione di interventi, invasione verbale della celebrazione, protagonismo dell’assemblea o creatività del celebrante. Significa entrare realmente nell’azione sacra, con la mente, con il cuore, con il corpo, con la voce, con il silenzio, con l’offerta interiore della propria vita. Il Concilio chiede che i fedeli non assistano “come estranei o muti spettatori” al mistero della fede, e nello stesso tempo chiede che ciascuno compia “tutto e soltanto ciò che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, è di sua competenza”. La partecipazione cattolica non cancella l’ordine sacramentale. Lo rende più vivo.

Qui nasce una delle grandi criticità del post-concilio. In molti luoghi la partecipazione è stata interpretata come necessità di fare qualcosa a tutti i costi. Si è pensato che il fedele partecipasse solo se parlava, cantava, leggeva, si muoveva, prendeva un incarico, occupava uno spazio visibile. Si è dimenticato che nella liturgia esiste una partecipazione profondissima che passa attraverso l’ascolto, il raccoglimento, il silenzio, l’adorazione, l’unione interiore al sacrificio di Cristo. Il documento stesso raccomanda che “si osservi anche, a tempo debito, un sacro silenzio”. Non un vuoto imbarazzato da riempire subito con una chitarra provvidenziale. Un silenzio sacro, cioè abitato dalla presenza di Dio.

Un altro punto delicato riguarda la lingua liturgica. La Sacrosanctum Concilium non ha abolito il latino. Dice espressamente: “L’uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini”. Nello stesso tempo riconosce che l’uso della lingua nazionale può essere di grande utilità per il popolo, specialmente nelle letture, nelle ammonizioni, in alcune preghiere e canti. Dunque il testo conciliare non propone né immobilismo né sradicamento. Propone una via ecclesiale: conservare il patrimonio latino e permettere un uso più ampio delle lingue vive dove ciò aiuta davvero la partecipazione del popolo. Il problema nasce quando questa misura cattolica diventa sostituzione totale, perdita della memoria, rottura affettiva con la tradizione liturgica latina.

Lo stesso vale per la musica sacra. Il Concilio non dice che ogni forma musicale, solo perché piace, sia automaticamente adatta alla liturgia. Dice che la tradizione musicale della Chiesa è un patrimonio di inestimabile valore e riconosce il canto gregoriano come “canto proprio della liturgia romana”, al quale, a parità di condizioni, deve essere riservato il posto principale. Nello stesso tempo non esclude altri generi di musica sacra, purché rispondano allo spirito dell’azione liturgica. Anche qui il criterio è cattolico, non ideologico: custodia del patrimonio, discernimento delle forme nuove, subordinazione di tutto alla gloria di Dio e alla santificazione dei fedeli.

Le criticità emerse nel post-concilio sono reali e non vanno negate per paura di sembrare nostalgici. In alcune situazioni la riforma liturgica è stata accompagnata da impoverimento simbolico, perdita del senso del sacro, creatività arbitraria, abuso della parola, musica inadeguata, banalizzazione degli spazi celebrativi, riduzione della Messa a momento comunitario orizzontale. Dire questo non significa rifiutare il Concilio. Significa prendere sul serio il Concilio. La Sacrosanctum Concilium, infatti, afferma con chiarezza che “assolutamente nessun altro, anche se sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica”. Se questa norma fosse stata custodita meglio, molti esperimenti da laboratorio parrocchiale sarebbero rimasti dove meritavano di stare: nel cassetto delle idee discutibili.

Nello stesso tempo sarebbe ingiusto leggere tutta la stagione postconciliare solo attraverso le sue deformazioni. La riforma ha favorito una maggiore familiarità con la Sacra Scrittura, ha dato più spazio all’omelia come parte dell’azione liturgica, ha aiutato molti fedeli a comprendere meglio i riti, ha riportato al centro la domenica, l’anno liturgico, il mistero pasquale, la partecipazione ecclesiale alla preghiera della Chiesa. Anche questi frutti vanno riconosciuti. La verità cattolica non vive di slogan opposti. Vive di discernimento.

Per questo l’inizio delle catechesi di Papa Leone XIV sulla Sacrosanctum Concilium è particolarmente importante. Dopo averci fatto sostare sulla Rivelazione con la Dei Verbum e sul mistero della Chiesa con la Lumen gentium, ora il Papa ci conduce al luogo in cui la Chiesa riceve, celebra e manifesta ciò che è. La liturgia non è semplicemente un tema dopo gli altri. È la forma orante della fede. È la Chiesa che, unita a Cristo sacerdote, rende culto al Padre nello Spirito Santo.

Da questo nuovo ciclo ci si può attendere una grande opera di chiarificazione. Non una riapertura sterile delle contrapposizioni, una difesa d’ufficio di tutto ciò che è avvenuto nel post-concilio, una concessione alla narrazione secondo cui il Concilio avrebbe distrutto la liturgia. Ci si può attendere, piuttosto, un invito a leggere la Sacrosanctum Concilium per ciò che dice realmente: riforma nella continuità della fede, partecipazione senza protagonismo, semplicità senza banalità, adattamento senza arbitrio, nobiltà senza teatralità, tradizione senza immobilismo.

La questione decisiva, allora, non è se siamo “prima” o “dopo” il Concilio. La questione decisiva è se nella liturgia lasciamo ancora che Cristo sia il centro. Se la Messa è il sacrificio del Signore reso presente sacramentalmente o una rappresentazione comunitaria del nostro bisogno di sentirci protagonisti. Se il sacerdote presiede in persona di Cristo o si trasforma in animatore di sala. Se il popolo partecipa offrendo sé stesso con Cristo o si limita a occupare spazi. Se il canto innalza l’anima a Dio o copre il vuoto con rumore religioso. Se il silenzio è custodito come spazio della presenza o temuto come un incidente tecnico.

Ripartire dalla Sacrosanctum Concilium significa tornare a una verità semplice e immensa: la liturgia appartiene a Cristo e alla Chiesa, non ai nostri gusti. Non è proprietà del celebrante, non è proprietà dell’assemblea, non è proprietà dei nostalgici, non è proprietà dei progressisti. È azione sacra per eccellenza, opera di Cristo sacerdote e del suo Corpo che è la Chiesa.

Forse proprio qui Papa Leone XIV ci sta conducendo: fuori dalle caricature e dentro il mistero. E sarebbe già molto, in tempi nei quali troppi parlano della liturgia senza inginocchiarsi mai davanti al Mistero che essa celebra.

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