
Leggendo la lettera aperta che mons. Rob Mutsaerts, vescovo ausiliare di ’s-Hertogenbosch, ha rivolto a papa Leone XIV, prima ancora del contenuto mi sono fermato sulla forma scelta. Una lettera pubblica di un vescovo al successore di Pietro è sempre un gesto ecclesialmente delicato. Il ministero episcopale comporta una responsabilità reale verso la Chiesa e conosce anche la franchezza con cui un Pastore può manifestare al Papa una grave preoccupazione. Quando questa parola assume la forma di una lettera aperta entra inevitabilmente anche nello spazio dell’opinione pubblica ecclesiale e richiede, proprio per questo, una particolare misura.
Mutsaerts dichiara di scrivere con rispetto per l’ufficio petrino, per amore verso quello stesso ufficio e con sincera venerazione per il Papa. Non ho ragioni per mettere in dubbio queste intenzioni. Alcuni passaggi della sua lettera assumono un tono polemico che personalmente avrei evitato, perché rischia di far prevalere lo schieramento sulla questione che egli intende porre.
Proprio dentro quelle pagine, però, una domanda ha continuato a tornarmi alla mente: «Sinodalità o collegialità?». Liberata dalle asperità della polemica, mi sembra una domanda molto seria.
Credo di comprendere la preoccupazione che attraversa la lettera. Un vescovo guarda alla vita della Chiesa, vede comunità che in molte parti dell’Occidente si assottigliano, avverte la crescente fatica nella trasmissione della fede e osserva vocazioni che faticano a nascere. Da qui nasce la domanda se tanta energia dedicata ai processi ecclesiali stia realmente aiutando l’incontro con Cristo. Sul modo in cui Mutsaerts sviluppa questa preoccupazione si può discutere. Rimane una domanda pastorale che merita rispetto: a che cosa deve servire, in fondo, ogni riforma della Chiesa?
È stato proprio quel passaggio sulla collegialità a portarmi altrove. Mi sono accorto che nel nostro linguaggio ecclesiale è avvenuto lentamente uno spostamento che ormai tendiamo a dare per acquisito. Paolo VI nel 1965 istituì il Sinodo dei Vescovi. Oggi parliamo abitualmente di Chiesa sinodale, di conversione sinodale e di stile sinodale. Le espressioni appartengono alla stessa famiglia e descrivono realtà collegate. Il loro significato non coincide.
Da qui nasce la domanda che vorrei provare ad affrontare: che cosa è accaduto teologicamente tra quelle due espressioni?
Quando Paolo VI istituì il Sinodo dei Vescovi con Apostolica sollicitudo, aveva davanti agli occhi l’esperienza appena vissuta del Concilio Vaticano II. Durante gli anni conciliari il Papa e i Vescovi avevano sperimentato una forma intensa di comunione e di responsabilità condivisa per la Chiesa universale. Paolo VI desiderava che qualcosa di quella esperienza continuasse dopo la conclusione del Concilio.
Il nuovo organismo venne definito «consiglio permanente di Vescovi per la Chiesa universale». L’aggettivo «dei Vescovi» diceva già molto. Il Sinodo nasceva come espressione concreta di quella collegialità episcopale che il Vaticano II aveva appena approfondito.
Lumen gentium aveva ricordato che mediante la consacrazione episcopale vengono conferiti, insieme all’ufficio di santificare, anche quelli di insegnare e governare, il cui esercizio avviene nella comunione gerarchica con il capo e con i membri del Collegio. Lo stesso Concilio aveva descritto il Collegio episcopale come successore del Collegio apostolico, sempre unito al Romano Pontefice.
Dentro questa visione il Sinodo acquistava un significato molto preciso. I Vescovi, successori degli Apostoli, venivano chiamati a collaborare più stabilmente con Pietro nella sollecitudine per tutta la Chiesa. La sua origine si comprende dunque partendo dall’episcopato.
Negli anni successivi la riflessione ecclesiologica ha progressivamente allargato lo sguardo. L’attenzione si è concentrata sempre più sul Popolo di Dio nel suo insieme, sulla comune dignità battesimale e sul sensus fidei, fino a sviluppare maggiormente il tema della partecipazione di tutti alla missione ecclesiale. È dentro questo percorso che si è affermato il termine «sinodalità».
La Commissione Teologica Internazionale lo riconosce apertamente nel documento del 2018 La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa. Dopo avere ricordato quanto siano antichi i sinodi nella storia cristiana, il testo osserva che «sinodalità» è un sostantivo di nuovo conio nella letteratura teologica, canonistica e pastorale degli ultimi decenni. Aggiunge che questa novità di linguaggio richiede «un’attenta messa a punto teologica».
Mi sembra un’osservazione molto importante. La Chiesa ha sempre celebrato sinodi. Da questo dato storico non deriva automaticamente che abbia sempre utilizzato la categoria di «sinodalità» nel senso che le attribuiamo oggi. La prassi è antica. La formulazione teologica con cui la sinodalità viene presentata come dimensione dell’intera vita ecclesiale appartiene allo sviluppo più recente dell’ecclesiologia.
Papa Francesco rese particolarmente evidente questo passaggio nel discorso pronunciato il 17 ottobre 2015 per il cinquantesimo anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi. Parlando del rapporto tra il Sinodo e la Chiesa universale, utilizzò un’espressione destinata a diventare centrale negli anni successivi: «una Chiesa tutta sinodale».
Nello stesso discorso precisò: «Due parole diverse: collegialità episcopale e Chiesa tutta sinodale». Forse è proprio qui che possiamo individuare il punto nel quale l’asse della riflessione si è mosso. La collegialità riguarda propriamente i Vescovi. Nasce dalla loro appartenenza al Collegio episcopale e quindi dal sacramento dell’Ordine nella pienezza dell’episcopato, vissuto nella comunione gerarchica.
La sinodalità contemporanea prende come punto di riferimento l’intero Popolo di Dio. Il Battesimo permette di comprendere la partecipazione di ciascuno alla vita e alla missione ecclesiale. Dentro questa realtà comune trovano posto ministeri e responsabilità differenti.
Le due prospettive possono stare insieme. La questione decisiva riguarda il modo in cui vengono articolate. Il Battesimo rende ogni fedele realmente partecipe della vita di Cristo e della missione della Chiesa. Questa appartenenza possiede una consistenza teologica ben più profonda della semplice possibilità di essere consultati. Lo Spirito Santo agisce nell’intero Corpo ecclesiale e il sensus fidelium appartiene alla vita della Chiesa.
All’interno dello stesso Corpo alcuni fedeli ricevono, mediante il sacramento dell’Ordine, una responsabilità propria nella successione apostolica. Il Vescovo non riceve dalla comunità il mandato di essere suo pastore. Con la consacrazione episcopale riceve i munera di santificare, insegnare e governare, il cui esercizio si realizza nella comunione gerarchica e secondo l’ordinamento della Chiesa. La sua responsabilità pastorale non nasce da una delega della comunità alla quale è inviato.
È precisamente questa articolazione che deve rimanere leggibile quando parliamo di sinodalità. La Commissione Teologica Internazionale aveva cercato di esprimerla distinguendo il processo attraverso cui una decisione matura dall’atto attraverso cui essa viene assunta. Il discernimento può coinvolgere largamente la comunità. Il Pastore ascolta ciò che emerge, lo assume nel discernimento ecclesiale e porta la responsabilità propria dell’atto che ne segue. Per questo il documento del 2018 afferma che «un sinodo, un’assemblea, un consiglio non può prendere decisioni senza i legittimi Pastori».
Il Documento finale del Sinodo del 2024 conserva questa impostazione e mostra quanto la riflessione sia ancora in movimento. Al n. 92 definisce «inalienabile» la competenza decisionale del Vescovo, del Collegio episcopale e del Vescovo di Roma, radicandola nella struttura gerarchica della Chiesa stabilita da Cristo. Nello stesso passaggio afferma che l’orientamento maturato attraverso un corretto processo consultivo «non può essere ignorato» e propone un riesame della formula canonica tantum consultivum, affinché venga chiarita meglio l’articolazione fra consultazione e deliberazione.
Questo passaggio merita una particolare attenzione. L’autorità propria del Pastore rimane «inalienabile» e il discernimento maturato attraverso la consultazione acquista un peso che il Pastore è chiamato realmente ad assumere. Proprio qui si vede quanto la riflessione sulla sinodalità stia incidendo sul modo concreto di comprendere l’esercizio dell’autorità.
Anche la composizione dell’Assemblea sinodale rende visibile questa evoluzione. Nel 2023 settanta membri non vescovi sono entrati nell’Assemblea come membri a pieno titolo con diritto di voto. La Segreteria Generale del Sinodo precisò che tale scelta non modificava la natura episcopale dell’Assemblea e spiegò che la loro presenza andava compresa secondo la logica della memoria del processo sinodale, piuttosto che secondo quella della rappresentanza.
Qui occorre una precisazione importante. Il diritto di voto esercitato dai membri all’interno dell’Assemblea non equivale, per se stesso, all’esercizio della potestà collegiale propria dei Vescovi. Il Sinodo conserva ordinariamente una funzione consultiva nei confronti del Romano Pontefice. I suoi membri concorrono alla formazione e all’approvazione del Documento finale, che viene poi offerto al Papa secondo quanto stabilito da Episcopalis communio. Soltanto il Romano Pontefice può conferire all’Assemblea potestà deliberativa nei casi previsti dal diritto.
Chiarita questa distinzione, rimane significativo l’ampliamento intervenuto rispetto alla configurazione delineata da Paolo VI nel 1965. Proprio per questo la Relazione di sintesi del 2023 riconosceva la necessità di approfondire l’incidenza della presenza di membri non vescovi sul carattere episcopale dell’Assemblea e di chiarire ulteriormente il rapporto tra sinodalità e collegialità.
È proprio qui che la domanda di Mutsaerts torna a farsi interessante. Francesco aveva già chiarito che collegialità episcopale e Chiesa sinodale sono realtà diverse. La questione riguarda allora il rapporto che le unisce e il modo in cui l’ampliamento della categoria di sinodalità possa lasciare pienamente riconoscibile la specificità della collegialità episcopale.
La storia della Chiesa aiuta anche a comprendere il limite. Quando Pio VI intervenne nel 1794 contro alcune proposizioni del Sinodo di Pistoia con la bolla Auctorem fidei, una delle prime questioni affrontate riguardava precisamente l’origine della potestà ecclesiastica. La proposizione II venne censurata in quanto poteva essere intesa nel senso che «dalla Comunità dei fedeli derivi nei pastori la potestà del ministero e del governo ecclesiastico». Pio VI la qualificò come eretica.
È un passaggio particolarmente pertinente alla nostra riflessione. La comunità dei fedeli appartiene costitutivamente alla Chiesa e partecipa realmente alla sua vita. L’autorità apostolica dei Pastori non nasce da una delega che la comunità concede loro.
Nella stessa Auctorem fidei vengono censurate altre proposizioni del Sinodo di Pistoia che attribuivano ai parroci riuniti con il Vescovo una posizione capace di rendere meno riconoscibile la responsabilità propria dell’episcopato. Il contesto storico è lontano dal processo sinodale contemporaneo e non offre una sentenza da trasferire meccanicamente sul presente. Offre un criterio prezioso: la partecipazione ecclesiale può crescere e assumere forme differenti finché rimane riconoscibile la natura dell’autorità apostolica ricevuta nella Chiesa.
Da questo punto di vista mi sembra particolarmente significativo ciò che Leone XIV sta dicendo sulla sinodalità. Il Papa ha scelto di proseguire il cammino avviato negli anni precedenti e ha più volte collocato la sinodalità dentro la vita concreta della comunione ecclesiale. Nella Messa celebrata con il Collegio cardinalizio durante il Concistoro straordinario del 26 giugno 2026 ha utilizzato una formulazione che mi sembra quasi una risposta alla domanda dalla quale siamo partiti: «la nostra collegialità fa sintesi della sinodalità alla quale tutti i battezzati partecipano, nell’unità del popolo di Dio». Ha poi aggiunto che «sinodalità e collegialità sono infatti forme della fraternità cristiana, che ci lega come battezzati e come vescovi».
Queste parole meritano di essere ascoltate con attenzione. Leone XIV distingue le due realtà e cerca la loro relazione dentro l’unità del Popolo di Dio. La comune appartenenza battesimale viene riconosciuta pienamente e la collegialità conserva la propria forma specificamente episcopale.
Lo stesso Leone XIV, nella catechesi del 25 marzo 2026 dedicata alla costituzione gerarchica della Chiesa, ha ricordato che il sacerdozio ministeriale differisce essenzialmente e non soltanto di grado dal sacerdozio comune dei fedeli e che entrambi sono ordinati l’uno all’altro nell’unico sacerdozio di Cristo. Ha anche insistito sul fatto che la costituzione gerarchica appartiene alla forma stessa del Popolo di Dio, poiché gli Apostoli sono insieme «seme del nuovo Israele» e origine della sacra gerarchia.
Forse proprio questa attenzione può aiutarci a superare la contrapposizione che spesso accompagna il tema. C’è chi teme che ogni interrogativo sulla sinodalità nasconda il desiderio di tornare a una Chiesa nella quale pochi decidono e gli altri eseguono. Esiste anche il timore che la partecipazione possa assumere progressivamente le forme di una rappresentanza democratica, fino a rendere dipendenti dal consenso questioni che appartengono alla fede ricevuta e alla costituzione sacramentale della Chiesa. Quando queste paure prendono il posto della riflessione teologica, il tema si riduce rapidamente a uno schieramento.
La Chiesa ha bisogno di Pastori che sappiano ascoltare perché sono realmente pastori di un popolo e non funzionari posti sopra di esso. Ha bisogno di fedeli consapevoli che il Battesimo li rende partecipi della missione ecclesiale secondo la vocazione ricevuta. La comunione nasce dalla capacità di abitare queste differenze senza trasformarle in distanze e senza cancellarle.
È qui che torno alla lettera dalla quale è partita questa riflessione. Mutsaerts teme che la Chiesa finisca per dedicare troppe energie a parlare di se stessa mentre il mondo ha bisogno di incontrare Cristo. È una preoccupazione che comprendo. Il rischio dell’autoreferenzialità accompagna ogni struttura ecclesiale, anche quando nasce da intenzioni sincere.
La questione può essere ancora più profonda di quanto suggerisca quella lettera. Una Chiesa realmente sinodale dovrebbe diventare una Chiesa meno ripiegata su se stessa, perché l’ascolto reciproco trova la propria misura nell’ascolto della Parola che precede la Chiesa e dalla quale la Chiesa stessa nasce. Quando il cammino sinodale conduce continuamente a interrogarsi sulla propria organizzazione, qualcosa rischia di impoverirsi. Quando aiuta il Popolo di Dio a riconoscere più profondamente ciò che ha ricevuto da Cristo e a portarlo nel mondo, la sinodalità trova la propria misura.
Per questo continuo a pensare che lo spostamento dell’asse sia reale. Nel 1965 Paolo VI istituiva un Sinodo destinato a rendere più concreta la collegialità dei Vescovi attorno al successore di Pietro. Sessant’anni dopo parliamo della sinodalità come dimensione dell’intero Popolo di Dio e come stile permanente della vita ecclesiale.
Questo passaggio merita di essere compreso per ciò che realmente è. La Commissione Teologica Internazionale parlava già nel 2018 della necessità di un’«attenta messa a punto teologica». La Relazione di sintesi del 2023 riconosceva ancora la necessità di chiarire il rapporto tra sinodalità e collegialità. Le parole di Leone XIV mostrano che questa ricerca continua e che proprio la distinzione può diventare la via per una composizione più profonda.
Forse siamo ancora dentro questa messa a punto.
La domanda che ci accompagna riguarda il modo in cui la sinodalità possa esprimere pienamente la natura della Chiesa lasciando trasparire con altrettanta chiarezza quella struttura sacramentale che la Chiesa ha ricevuto e che precede ogni nostra elaborazione pastorale.
Tutti camminiamo nella stessa Chiesa perché tutti siamo stati chiamati dallo stesso Signore. All’interno di questo cammino esistono responsabilità differenti, ricevute come doni e vissute come servizio. La sinodalità sarà veramente cattolica nella misura in cui saprà custodire questa comune appartenenza e la diversità dei ministeri nella loro reciproca ordinazione.
Forse proprio allora la domanda «Sinodalità o collegialità?» potrà essere superata. La collegialità dei Pastori e la partecipazione dell’intero Popolo di Dio potranno riconoscersi come dimensioni diverse di una stessa comunione, ordinata verso Cristo e ricevuta da Lui.
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