160 anni dal suo transito, 20 agosto 1866-2026

Nelle prime ore del 20 agosto 1866 Maria De Mattias stava morendo a Roma circondata dalle sue figlie. Aveva sessantuno anni e la tubercolosi aveva ormai consumato le sue forze. Quelle donne raccolte intorno al letto erano parte della famiglia nata dalla sua vocazione, cresciuta nel corso di più di trent’anni fino a comprendere oltre duecento suore e sessantaquattro scuole. Maria aveva speso se stessa perché quell’opera potesse vivere e ora si trovava nella condizione più difficile per chi ha fondato qualcosa: affidarne il futuro ad altre mani e lasciare che continuasse senza di lei.
La sera precedente aveva ricevuto l’ultima visita di don Giovanni Merlini. Dire che fosse il suo direttore spirituale è esatto e dice ancora troppo poco di ciò che quella relazione era diventata. Merlini l’aveva accompagnata per quarantadue anni. Aveva conosciuto Maria quando era ancora una giovane di Vallecorsa piena di desideri che non sapeva ancora ordinare, l’aveva vista attraversare timori e scrupoli, aveva seguito il lento chiarirsi della sua vocazione e l’aveva accompagnata quando quella vocazione aveva preso la forma concreta dell’Istituto delle Adoratrici. La biografia ufficiale del Dicastero delle Cause dei Santi attribuisce esplicitamente a lui questo lunghissimo servizio di guida, esteso anche alla famiglia religiosa che nasceva intorno a Maria.
Per questo mi commuove pensare a quella visita del 19 agosto. Sul letto c’era la Fondatrice ormai conosciuta e stimata nella Chiesa, la donna che aveva aperto comunità in Italia e oltre i confini. Agli occhi di Merlini doveva esserci ancora anche quella giovane che tanti anni prima gli aveva consegnato la propria coscienza chiedendogli di aiutarla a comprendere che cosa Dio volesse da lei. Quarantadue anni di lettere e colloqui arrivavano silenziosamente a quella stanza.
Merlini se ne andò quella sera. Durante la notte le condizioni di Maria precipitarono. Verso l’una entrò in agonia conservando la coscienza, mentre la parola ormai le mancava. Accanto a lei rimasero le suore e un sacerdote della parrocchia dei Santi Vincenzo e Anastasio. Sapendo quanto fosse stata centrale nella sua vita la contemplazione della Passione, il sacerdote iniziò il Vexilla Regis. Alle parole «O Crux, ave, spes unica», Maria aprì gli occhi e mosse ancora le labbra. Poco dopo morì. Erano circa le due del mattino.
Avevano richiamato Merlini d’urgenza. Quando Maria emise l’ultimo respiro egli stava salendo le scale. Entrò nella stanza, la vide e pronunciò poche parole: «Che bell’anima! Beata lei!». Poi scoppiò in lacrime. Con le suore recitò il Miserere e a un certo punto fu lui stesso a intonare il Te Deum. La testimonianza delle Adoratrici conserva insieme il pianto dell’uomo e il rendimento di grazie del sacerdote che aveva seguito, per quasi tutta una vita, l’opera della grazia in quella donna.
È dentro questa storia che comprendo l’espressione “ultima obbedienza”. Maria aveva trascorso molti anni imparando da Merlini una forma di libertà interiore che non coincideva con il semplice eseguire degli ordini. Nelle sue inquietudini egli l’aveva educata a cercare la volontà di Dio oltre l’impressione del momento, a sopportare i tempi lunghi del discernimento e a lasciare che la Provvidenza conducesse anche ciò che lei non riusciva ancora a comprendere.
Ora quella scuola arrivava alla sua forma più spoglia. Maria non doveva più decidere dove aprire una casa o come affrontare una difficoltà dell’Istituto. Le veniva chiesto di affidare l’opera stessa. Le sue figlie avrebbero continuato il cammino senza poter più ricorrere alla Fondatrice. Altre donne avrebbero guidato comunità che lei aveva visto nascere; altre ne sarebbero sorte in luoghi che Maria non avrebbe mai conosciuto. L’Istituto portava profondamente la sua impronta e apparteneva ormai alla storia che Dio avrebbe scritto attraverso persone diverse da lei.
Questa consegna acquista una profondità particolare pensando a quanto Maria fosse stata coinvolta nella vita delle sue figlie. Merlini stesso, nel ritratto che ne tracciò dopo la morte, ricorda una donna che sentiva su di sé le sofferenze delle altre, cercando di alleggerirle e assumendo personalmente la parte più pesante. La sua maternità religiosa non aveva avuto nulla di amministrativo. Aveva legato la propria vita a quelle donne con un’intensità che rendeva ancora più esigente il momento del distacco.
Forse proprio per questo il pianto di Merlini mi sembra uno dei particolari più belli dell’intera vicenda. Un direttore spirituale conosce zone dell’anima che spesso rimangono nascoste anche alle persone più vicine. Merlini aveva seguito Maria durante le sue fatiche interiori e aveva visto ciò che gli altri avrebbero conosciuto soltanto attraverso i frutti esteriori. Sapeva quanta strada ci fosse stata tra la giovane inquieta dei primi anni e quella donna che ora giaceva davanti a lui. Il suo «Che bell’anima!» sembra nascere dalla memoria di tutta quella strada.
Il Te Deum pronunciato poco dopo nasce nello stesso luogo delle lacrime. Merlini ringrazia Dio davanti al corpo di Maria perché riconosce il compimento di ciò che aveva accompagnato per quarantadue anni. La direzione spirituale giungeva lì al proprio limite naturale: egli l’aveva condotta fino alla soglia, e da quella soglia poteva soltanto affidarla a Colui al quale aveva cercato di orientarla per tutta la vita.
Nei giorni della morte Merlini preparò anche l’elogio funebre. Avrebbe dovuto pronunciarlo alle esequie e la circostanza prese una strada diversa: all’ultimo momento giunse il Cardinale Vicario a celebrare i riti e quelle parole rimasero sulla carta.
È un particolare che oggi mi colpisce quasi quanto la scena della morte. Merlini aveva ancora qualcosa da dire su Maria. Aveva trascorso una vita intera aiutandola a non parlare troppo di se stessa, a vigilare sulle proprie intenzioni e a consegnare ogni cosa a Dio. Ora che lei non poteva più ascoltarlo, egli finalmente poteva dire apertamente ciò che aveva visto maturare in lei.
L’elogio funebre è straordinario proprio per questo. Dietro il linguaggio dell’Ottocento si sente una conoscenza personale profondissima. Merlini ripercorre l’infanzia di Maria, il suo carattere e l’azione della grazia, la capacità di governo maturata negli anni, fino a condensare il proprio giudizio in un’espressione sorprendentemente affettuosa: in lei vedeva «un misto che innamora ed incanta». Poi lascia affiorare una certezza che il tempo avrebbe reso quasi profetica: «Ella vive e vivrà» anche nella memoria della Chiesa, perché «Iddio la volle tutta per sé».
Oggi quelle parole hanno acquistato una storia che Merlini non poteva conoscere. Maria sarebbe stata beatificata da Pio XII nel 1950 e canonizzata da san Giovanni Paolo II nel 2003. Il processo canonico sarebbe iniziato trent’anni dopo la sua morte. Quell’antico elogio, rimasto senza voce durante le esequie, è entrato perfino nella Liturgia delle Ore propria delle Adoratrici come possibile seconda lettura per la celebrazione di santa Maria De Mattias. Le parole che Merlini non pronunciò davanti al feretro sono diventate preghiera della famiglia religiosa nata dalla donna di cui parlava.
Dopo la morte di Maria egli cominciò subito a raccogliere notizie e testimonianze che potessero conservarne la memoria. Due anni più tardi uscì il suo Compendio della vita della Serva di Dio Maria De Mattias. Merlini aveva compreso che quanto aveva visto durante quei quarantadue anni non apparteneva soltanto ai ricordi personali di un direttore spirituale. Quella vita meritava di essere raccontata, perché altri potessero riconoscere l’opera compiuta dalla grazia in una donna che egli aveva conosciuto da vicino, anche nelle sue fragilità.
A centosessant’anni di distanza, la scena del 20 agosto 1866 mi sembra allora molto più ricca di una memoria devota. Vi incontro una donna arrivata al termine di una lunga educazione alla libertà e un sacerdote che contempla il frutto di un’opera alla quale aveva dedicato una parte enorme della propria vita. Maria deve lasciare le sue figlie; Merlini deve lasciare Maria. La stessa consegna raggiunge entrambi da due lati diversi.
C’è qualcosa di molto concreto per noi in questa storia. Durante la vita impariamo a servire persone e opere alle quali finiamo inevitabilmente per legarci. È giusto che sia così, perché nessuna vera paternità e nessuna maternità spirituale possono vivere nell’indifferenza. La maturità cristiana conduce progressivamente a riconoscere che ciò che abbiamo amato continua ad appartenere a Dio e può essere affidato a Lui quando il nostro compito giunge al termine.
Maria aveva imparato questa consegna attraverso una vita intera. Merlini l’aveva accompagnata mentre essa maturava, spesso dentro passaggi dolorosi che soltanto loro conoscevano pienamente. Nelle prime ore del 20 agosto, arrivato troppo tardi per rivolgerle ancora una parola, egli comprese che la sua figlia spirituale aveva ormai attraversato l’ultimo tratto.
Per questo il suo pianto e il suo Te Deum possono stare nella stessa stanza. Il dolore appartiene all’uomo che perde una persona amata; il ringraziamento appartiene al sacerdote che riconosce dove quella vita è arrivata. Merlini aveva trascorso quarantadue anni aiutando Maria a consegnarsi a Dio. Quella notte poté vedere che anche l’ultima obbedienza era stata vissuta fino in fondo.
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