«Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici». (Gv 15,12-13)

Carissimi amici buongiorno e buona vigilia dell’Assunta. Ieri abbiamo seguito Maria sulla strada che conduce alla casa di Elisabetta. La Parola accolta nel grembo l’ha messa in movimento e ci ha mostrato che la carità coinvolge il corpo: occorre alzarsi, percorrere una strada, arrivare presso qualcuno e saper rimanere. Oggi, alla vigilia dell’Assunzione, san Massimiliano Maria Kolbe ci conduce ancora più avanti dentro questa disponibilità. Nel suo martirio contempliamo fino a quale libertà possa giungere una vita quando appartiene interamente a Cristo.
Il Vangelo ci consegna una parola pronunciata da Gesù alla vigilia della sua Passione: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici».
Gesù non sta formulando un principio astratto. Sta annunciando ciò che egli stesso sta per compiere. La misura dell’amore è la sua Pasqua. Il Figlio riceve la vita dal Padre e la consegna liberamente per la salvezza degli uomini. Ogni autentico dono cristiano nasce da questa sorgente e rimane subordinato all’unica offerta redentrice di Cristo.
È dentro questa luce che possiamo comprendere san Massimiliano Kolbe.
Ad Auschwitz, davanti alla condanna di un padre di famiglia, egli si offre per prendere il suo posto. La grandezza di quel gesto non consiste soltanto nell’eroismo dell’istante. Dietro quella decisione c’è una vita che aveva imparato da tempo ad appartenere a Cristo e ad affidarsi all’Immacolata.
Un uomo non diventa capace improvvisamente di una simile libertà. Kolbe aveva già consegnato la propria esistenza attraverso la vocazione religiosa, la missione e il servizio apostolico. Aveva imparato a non considerare la vita come un possesso da trattenere esclusivamente per sé. Quando giunge l’ora estrema, quella formazione silenziosa prende la forma di una scelta concreta: davanti a lui non c’è un’umanità generica. C’è un uomo che teme di lasciare la propria famiglia.
La carità cristiana conserva sempre questo volto concreto. Gesù non dice semplicemente di dare la vita. Parla di darla «per i propri amici». L’amore evangelico raggiunge qualcuno. Entra nella storia reale di un’altra persona e riconosce che quella vita merita di essere custodita.
Questo permette di comprendere anche il rapporto cristiano con il proprio corpo. La vita corporea è un bene e deve essere protetta. L’istinto di conservarla appartiene alla bontà della natura. Il Vangelo non educa al disprezzo della vita e il martirio non è ricerca della morte. Il martire sceglie la fedeltà a Cristo quando quella fedeltà comporta anche la possibilità di perdere la propria vita.
Nel caso di Kolbe questa libertà assume una forma ancora più singolare: egli offre se stesso perché un altro possa vivere. Il suo corpo, che avrebbe potuto cercare soltanto la propria sopravvivenza, diventa luogo di una carità capace di assumere la sorte di un fratello. Non siamo davanti alla negazione del valore della vita. Proprio perché la vita è preziosa, egli riconosce quanto sia preziosa anche quella dell’uomo che gli sta accanto.
Questo gesto ci conduce molto vicino al mistero che celebreremo domani. Maria ha vissuto tutta la propria esistenza nell’appartenenza a Dio. All’Annunciazione accoglie nel proprio corpo il Verbo e consegna il futuro alla parola ricevuta. La maternità la conduce dentro una storia che attraversa la gioia e conosce anche l’oscurità della croce.
Sul Calvario Maria rimane. Non può sostituirsi al Figlio e non aggiunge nulla al suo sacrificio redentore. Sta dentro quell’ora con la fede della Madre. La sua presenza dice che l’amore può continuare ad appartenere quando non può più impedire il dolore né modificare ciò che sta accadendo.
Qui Maria e Massimiliano Kolbe si incontrano, ciascuno nella propria irripetibile vocazione: nella libertà di una vita che non fugge quando l’amore diventa costoso.
Per noi questa contemplazione non significa cercare situazioni straordinarie. La quasi totalità della vita cristiana si svolge dentro consegne molto più semplici. La libertà del dono cresce quando smettiamo di organizzare ogni giornata esclusivamente attorno alla nostra comodità e impariamo a riconoscere la presenza concreta di chi ci è affidato.
A volte sarà necessario rinunciare a un progetto personale. In altri momenti occorrerà rimanere accanto a qualcuno più a lungo di quanto avevamo previsto. Esistono anche responsabilità che chiedono una fedeltà prolungata, nella quale il corpo sente realmente la fatica.
Queste rinunce non devono diventare una ricerca della sofferenza. La carità ha bisogno di prudenza e rispetta i limiti della persona. Il dono cristiano non cresce attraverso gesti sproporzionati compiuti per sentirsi generosi. Matura attraverso una libertà educata giorno dopo giorno a riconoscere il bene reale dell’altro.
È precisamente ciò che vediamo in Kolbe. L’ultima scelta non appare isolata da ciò che l’ha preceduta. Rivela ciò che una lunga appartenenza a Cristo aveva lentamente formato.
Alla vigilia dell’Assunzione questo acquista una luce particolare. Domani contempleremo Maria glorificata in anima e corpo. La sua Assunzione non è il premio conquistato attraverso le proprie rinunce. È il compimento gratuito dell’opera di Dio in colei che è stata interamente raggiunta dalla redenzione di Cristo.
Nello stesso tempo, quel corpo glorificato porta con sé la storia concreta del suo sì. È il corpo che ha portato Gesù, che ha camminato verso Elisabetta e che è rimasto presso la croce. La gloria non cancella questa storia. La porta a compimento.
Anche il martirio di san Massimiliano Kolbe ci ricorda allora che ciò che viene consegnato a Cristo nell’amore non finisce nel nulla. Il corpo può essere sottoposto alla morte e la persona rimane affidata al Signore della vita.
Ieri Maria ci ha insegnato ad alzarci per raggiungere un’altra persona. Oggi Kolbe ci mostra fin dove può condurre una libertà educata dalla carità. Domani la Chiesa ci farà alzare lo sguardo verso Maria assunta e ci mostrerà la meta che nessuna forza umana può conquistare e che Dio prepara gratuitamente per coloro che appartengono a Cristo: la partecipazione piena alla sua vita risorta.
Domani la Chiesa ci farà alzare lo sguardo verso Maria assunta, per vedere il compimento verso cui tende ogni dono vissuto nell’amore.
Un gesto per oggi
Rinunciamo a una comodità per il bene di qualcuno. Il gesto resti proporzionato e nascosto.
Alla scuola di san Massimiliano Kolbe
La vita di san Massimiliano Kolbe mostra che la carità cristiana non resta un sentimento. Nel campo di Auschwitz egli offre la propria vita al posto di un padre di famiglia. La sua scelta nasce da una lunga educazione all’appartenenza a Cristo e all’affidamento all’Immacolata. Il gesto ultimo raccoglie un’esistenza già consegnata.
La testimonianza di Kolbe mostra una carità preparata nel tempo. L’affidamento all’Immacolata aveva educato il suo desiderio di appartenenza a Cristo. Nel campo di sterminio questa formazione diventa libertà davanti alla morte.
Preghiera
Signore Gesù, nessuno ha un amore più grande di chi dona la vita. Educami nelle piccole rinunce che preparano il dono vero. Maria Immacolata e san Massimiliano Kolbe, rendetemi libero dalla paura e fedele alla carità.
Giaculatoria
Maria Immacolata, educami al dono della vita.
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