
Papa Leone XIV ha ripreso le udienze generali e, con esse, il cammino dedicato alla Sacrosanctum Concilium. La quinta catechesi si concentra sulla dimensione ecclesiale della preghiera liturgica e conduce la riflessione verso la Liturgia delle Ore, indicata come parte essenziale del respiro quotidiano della Chiesa.
Il percorso seguito dal Santo Padre appare sempre più chiaro. All’inizio ha ricondotto la liturgia al mistero di Cristo e della Chiesa. Ha poi affrontato il rapporto tra riforma e Tradizione, richiamando il carattere ecclesiale del rito e il valore del linguaggio simbolico. Nella catechesi precedente aveva posto al centro l’Eucaristia, sacrificio della Croce reso sacramentalmente presente e convito pasquale nel quale la Chiesa riceve la propria forma.
Ora il Papa mostra come la luce dell’Eucaristia si estenda all’intera giornata attraverso la preghiera della Chiesa. Il punto di partenza è lo Spirito Santo. È lo Spirito che insegna a pregare e che, dal giorno di Pentecoste, abita la comunità dei credenti. La vita della prima Chiesa nasce dalla Pasqua del Signore e si sviluppa sotto la sua azione. I cristiani si riuniscono per ascoltare le Scritture, celebrare l’Eucaristia e rendere grazie a Dio.
La preghiera liturgica nasce da questa presenza dello Spirito. Non è anzitutto il risultato dello sforzo umano, né l’espressione religiosa prodotta spontaneamente da una comunità. È la partecipazione della Chiesa alla vita del Signore risorto.
Questo richiamo appare particolarmente necessario nel nostro tempo. Papa Leone XIV osserva che la mentalità efficientistica e consumistica tende a giudicare ogni realtà secondo l’utilità immediata. Ciò che non produce un risultato visibile rischia di essere considerato marginale. Dentro questo modo di pensare, la preghiera può apparire come un’attività poco concreta, sottratta alle urgenze della vita.
Alla difficoltà culturale si aggiunge la crisi della trasmissione. In numerose famiglie cristiane non si impara più a pregare. Molti giovani crescono senza aver mai visto i propri genitori raccogliersi davanti a Dio, ringraziare per il giorno ricevuto o affidargli una sofferenza. La preghiera diventa così un linguaggio sconosciuto.
Quando riappare, viene talvolta presentata come una tecnica di rilassamento o come uno strumento per raggiungere l’equilibrio interiore. La pace del cuore può certamente essere uno dei suoi frutti. La preghiera cristiana possiede però un’origine più profonda: nasce dall’iniziativa di Dio, che nel Figlio si avvicina all’uomo e lo introduce nella propria comunione.
Pregare significa entrare nella relazione di Gesù con il Padre. Per questo il Papa richiama le parole pronunciate da san Paolo VI il 4 dicembre 1963, durante la promulgazione della Sacrosanctum Concilium: «Dio al primo posto; la preghiera prima nostra obbligazione; la liturgia prima fonte della vita divina a noi comunicata, prima scuola della nostra vita spirituale».
Queste parole indicano l’ordine fondamentale della vita ecclesiale. Dio viene prima dell’azione della Chiesa. La preghiera precede la programmazione pastorale. La liturgia è la sorgente dalla quale il popolo cristiano riceve la vita divina.
Quando questo ordine viene smarrito, l’attività ecclesiale continua facilmente a crescere. Si preparano programmi, si organizzano incontri, si producono documenti. Le strutture possono conservare una notevole efficienza e, nello stesso tempo, perdere il contatto vivo con la sorgente.
Senza preghiera la Chiesa diventa organizzazione. Il titolo non intende negare il valore delle strutture. La Chiesa deve amministrare, coordinare e programmare. La missione richiede anche competenza e responsabilità. La sua natura più profonda non deriva però dalla qualità della sua organizzazione. Essa è il Corpo di Cristo, abitato dallo Spirito e convocato per rendere al Padre la lode del Figlio.
La catechesi chiarisce questo punto attraverso una delle affermazioni più profonde della Sacrosanctum Concilium: la liturgia è «la preghiera che Cristo unito al suo Corpo eleva al Padre». Qui si comprende anche il senso autentico della partecipazione attiva. Essa non consiste principalmente nella moltiplicazione dei compiti o delle parole affidate ai fedeli. La partecipazione nasce dall’essere associati alla preghiera di Cristo. Dio prende l’iniziativa, convoca il suo popolo e lo rende partecipe dell’offerta del Figlio.
La preghiera liturgica non appartiene quindi al gusto del celebrante o alla creatività dell’assemblea. È ricevuta dalla Chiesa perché proviene da Cristo. Ogni fedele è introdotto in una voce più grande della propria. Sant’Agostino, citato dal Papa, esprime questa verità con una formula di straordinaria densità. Cristo prega per noi come sacerdote, prega in noi come capo ed è pregato da noi come Dio. Nella preghiera ecclesiale riconosciamo la nostra voce in Lui e la sua voce in noi.
Questa prospettiva libera la preghiera dal ripiegamento individualista. Il cristiano porta davanti a Dio la propria storia, insieme al dolore e alla speranza dell’intera Chiesa. I Salmi gli consegnano parole che spesso non saprebbe trovare da solo. Gli insegnano la lode quando il cuore è stanco, il pentimento quando la coscienza si risveglia, l’attesa quando il futuro appare oscuro.
Persino quando viene celebrata individualmente, la Liturgia delle Ore conserva il suo carattere ecclesiale. Chi prega non è mai isolato. La sua voce si unisce a quella della Chiesa diffusa nel mondo e partecipa alla preghiera del Figlio.
San Paolo VI desiderava che la Liturgia delle Ore pervadesse profondamente l’intera preghiera cristiana. La considerava inseparabile dall’Eucaristia e capace di alimentare la vita spirituale del popolo di Dio. Papa Leone XIV riprende questo desiderio e invita a introdurla più profondamente nella vita ordinaria dei battezzati e delle comunità.
Qui emerge un problema pastorale reale. La Liturgia delle Ore viene ancora percepita come una preghiera riservata ai sacerdoti o ai monasteri. I ministri ordinati e i consacrati hanno certamente un obbligo particolare. La preghiera, però, appartiene alla Chiesa intera.
Molti fedeli non sanno neppure che esista una preghiera pubblica quotidiana capace di accompagnare le ore del giorno. Conoscono iniziative, incontri e percorsi formativi, mentre raramente vengono introdotti alle Lodi o ai Vespri. Abbiamo insegnato a organizzare molte attività. Non sempre abbiamo insegnato a pregare con la Chiesa.
Non occorre imporre alle parrocchie il ritmo di un monastero. Sarebbe già prezioso offrire alcune esperienze semplici e ben celebrate: le Lodi durante l’Avvento, i Vespri nelle domeniche solenni, Compieta al termine di un pellegrinaggio o di un ritiro. I fedeli potrebbero così scoprire che la preghiera della Chiesa continua oltre la celebrazione domenicale e accompagna il tempo quotidiano.
Il Papa presenta l’Eucaristia e la Liturgia delle Ore come il respiro della vita ecclesiale. L’Eucaristia rimane la fonte e il culmine. La preghiera delle Ore ne prolunga la luce durante la giornata. Al mattino, le Lodi affidano a Dio il giorno che comincia. Durante il lavoro, la preghiera sostiene la fedeltà. I Vespri raccolgono ciò che è stato vissuto e accompagnano il tramonto. Compieta consegna la notte alla misericordia del Signore.
Il tempo smette così di essere soltanto una successione di impegni. Diventa uno spazio abitato dalla grazia. Questa educazione appare particolarmente preziosa per l’uomo contemporaneo, continuamente esposto alla dispersione. Le giornate vengono riempite fino a perdere il loro orientamento. La Liturgia delle Ore introduce una pausa che riconduce alla presenza di Dio e permette di leggere ogni momento alla luce del mistero pasquale.
Il Papa conclude affermando che ogni Ora è un atto di speranza. La Chiesa prega durante il suo pellegrinaggio terreno e attende il ritorno glorioso del Signore. La preghiera liturgica non la allontana dalla storia. Le insegna ad abitarla guardando verso il compimento.
Da qui nasce anche la fecondità della missione. Una comunità che prega non rinuncia all’azione. Impara a non attribuire a sé stessa il frutto del proprio servizio. Riceve dalla preghiera la libertà necessaria per operare senza trasformare il successo in un idolo. Quando il gusto della preghiera si indebolisce, la liturgia viene facilmente caricata di spiegazioni, aggiunte e trovate destinate a produrre un effetto immediato. Si teme il silenzio perché non si sa più abitarlo. Si rincorre il coinvolgimento esteriore perché si è smarrita la capacità di entrare nel mistero.
La catechesi di Leone XIV indica una direzione differente. Prima di domandarsi come rendere più attraente la vita ecclesiale, occorre restituirle il respiro. La preghiera riporta la comunità alla sua sorgente e le permette di riconoscere che ogni autentica fecondità proviene da Dio.
Cari amici, senza preghiera la Chiesa diventa organizzazione. Può mantenere le sue strutture e moltiplicare le attività. Le manca però ciò che la rende Corpo vivo di Cristo. L’Eucaristia e la Liturgia delle Ore fanno circolare la vita dello Spirito nel popolo di Dio. In esse Cristo associa a sé la Chiesa e continua a elevare al Padre il suo canto di lode. Riscoprire questa preghiera significa restituire Dio al primo posto. Significa anche imparare a vivere il tempo come dono e come attesa del Signore che viene.
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