Cari amici, mi sono imbattuto con le immagini diffuse da «Vita da suore» insieme a Jo Squillo e ho provato una profonda tristezza. Non scrivo per alimentare una polemica estiva. Non desidero rivolgere parole offensive alle persone presenti nel video. Ciascuna porta con sé una storia che merita rispetto. Come sacerdote, sono chiamato ad accogliere ogni persona che incontro, ad ascoltarne le ferite e ad accompagnarla verso Cristo.

Proprio questo dovere pastorale mi impedisce di tacere quando il nome della Vergine Maria e i segni della vita consacrata vengono usati per trasmettere un messaggio estraneo alla fede cristiana.

Le protagoniste di «Vita da suore» non sono religiose. Sono attrici che indossano un abito simile a quello delle consacrate e interpretano personaggi nati nell’ambito di una produzione cinematografica. Molti, vedendo i loro video, hanno creduto che fossero realmente suore.

Questa confusione non è innocente. L’abito religioso non è un costume di scena. Dietro quel velo vi sono donne che hanno consegnato l’intera esistenza a Cristo. Vi sono monasteri nei quali si prega per il mondo mentre il mondo dimentica Dio. Vi sono religiose che assistono gli ammalati, educano i piccoli e vivono una fedeltà quotidiana che non avrà mai milioni di visualizzazioni.

Ridurre quell’abito a una maschera da spettacolo significa ridicolizzare una vocazione santa. Usarlo per doppi sensi, allusioni erotiche e provocazioni commerciali significa trasformare il dono di tante donne in materiale pubblicitario.

La ferita diventa ancora più profonda quando viene chiamata in causa la Vergine Maria che, per ovvie ragioni, non è un’immagine disponibile per qualunque campagna culturale. Non è una figura decorativa alla quale attribuire il messaggio che la sensibilità del momento desidera ascoltare. Maria è la Madre di Dio. È la creatura che ha accolto la volontà del Signore e ha consegnato liberamente tutta se stessa al suo disegno.

Il suo «eccomi» non celebra l’autodeterminazione assoluta dell’individuo. Esprime l’adesione amorosa della creatura al Creatore. Maria accoglie ogni uomo perché ogni uomo possa incontrare Cristo, essere liberato dal peccato e ricevere la vita nuova.

Dire questo non significa umiliare chi vive situazioni affettive o identitarie complesse. La Chiesa deve avvicinarsi a ciascuno con rispetto e pazienza, senza rinunciare alla verità. Nessuno deve essere insultato. Nessuno deve diventare un bersaglio.

L’accoglienza cristiana non consiste nel dichiarare santo ogni desiderio. Un sacerdote non ama una persona quando si limita a ripeterle ciò che desidera sentirsi dire. La ama quando le resta accanto, condivide la sua sofferenza e le indica Cristo, anche quando la sua parola chiede un cambiamento di vita.

So bene che anche denunciare questa operazione può contribuire alla sua diffusione. È possibile che la provocazione sia stata pensata proprio per suscitare reazioni e condivisioni, trasformando l’indignazione dei credenti in pubblicità gratuita.

Questa possibilità rende la vicenda ancora più grave. Il nome di Maria e l’abito religioso verrebbero utilizzati per attirare l’attenzione. La reazione dei fedeli diventerebbe poi parte della strategia promozionale. Il sacro sarebbe ridotto a esca commerciale e lo scandalo verrebbe programmato come strumento di visibilità.

Per questa ragione non rilancio il video e non invito nessuno a cercarlo. Ne parlo perché molti fedeli lo hanno già incontrato e ne sono rimasti confusi o feriti. Il compito pastorale non consiste nel fare da cassa di risonanza alla provocazione. Consiste nell’offrire un criterio di giudizio e nel custodire ciò che appartiene a Dio.

Comprendo il dolore delle vere consacrate, che vedono la propria vita trasformata in caricatura. A loro desidero esprimere vicinanza e gratitudine. La loro esistenza nascosta vale infinitamente più di un prodotto costruito per inseguire l’algoritmo.

Qualcuno dirà che si tratta soltanto di ironia. L’ironia possiede un limite. Esiste una soglia oltre la quale il sorriso diventa scherno e la provocazione assume il carattere della profanazione.

La questione più grave, a questo punto, riguarda anche noi cristiani. Siamo diventati incapaci di riconoscere il limite nell’uso del sacro. Davanti a qualsiasi profanazione compare subito qualcuno pronto a scoprire un messaggio positivo, un’occasione di dialogo o una possibile apertura. Si arriva a giustificare tutto purché vi sia una parola accattivante da invocare: inclusione, accoglienza, libertà.

Così il male non viene più chiamato male. Lo scandalo diventa opportunità. L’offesa si trasforma in occasione pastorale. La profanazione viene presentata come un linguaggio nuovo da comprendere. Questa capacità di ricondurre ogni cosa a un presunto bene non è discernimento cristiano. È perdita del giudizio spirituale.

Il cristianesimo insegna che Dio può trarre un bene anche dal male. Non insegna che il male, per questo, cessi di essere male. La Provvidenza può servirsi perfino del peccato per condurre qualcuno alla conversione. Il peccato resta peccato e nessuno ha il diritto di compierlo contando sul bene che Dio potrebbe ricavarne.

Confondere queste realtà significa capovolgere la fede. È una logica diabolica, nel senso più preciso del termine: separa la misericordia dalla verità, dissolve il confine tra santo e profano, rende l’uomo incapace di riconoscere ciò che offende Dio.

Il diavolo raramente si presenta dichiarando di voler distruggere il sacro. Preferisce convincerci che il sacro possa essere usato per qualunque scopo, purché sembri inclusivo, moderno o divertente. Una volta cancellato il limite, non resta più nulla da profanare, perché nulla viene ormai riconosciuto come santo.

Da sacerdote sento il dovere di dirlo con chiarezza: quelle non sono suore, quella non è vita consacrata e quella non è la maternità spirituale di Maria. La Vergine accoglie tutti per condurli a suo Figlio. A Cana non disse: «Fate ciò che sentite». Disse: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».

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