Leone XIV davanti al cuore missionario di santa Francesca Cabrini

Cari amici, dopo Pavia e sant’Agostino, la visita di Papa Leone XIV a Sant’Angelo Lodigiano non può essere letta come una semplice appendice del viaggio. Sarebbe troppo poco. La giornata, infatti, sembra avere una sua architettura spirituale molto precisa: a Pavia il Papa agostiniano è tornato davanti al corpo del padre della sua famiglia spirituale; a Sant’Angelo Lodigiano si è fermato davanti al cuore missionario di una donna che ha portato Cristo oltre l’oceano, tra i migranti, i poveri, gli sradicati, gli uomini e le donne che cercavano una casa.

Sant’Agostino e santa Francesca Saverio Cabrini non sono due figure accostate per caso. Il primo richiama la profondità dell’interiorità, la grazia, la verità cercata e trovata in Dio. La seconda mostra che il cuore abitato da Cristo non resta chiuso in se stesso, diventa missione, attraversa frontiere, si china sulle ferite della storia. A Pavia il Papa ha sostato davanti al cuore inquieto che trova riposo in Dio. A Sant’Angelo Lodigiano ha reso omaggio al cuore missionario che non si dà pace finché Cristo non è servito nei più poveri.

Il saluto del vescovo di Lodi, monsignor Maurizio Malvestiti, ha avuto un tono particolarmente alto. Non si è limitato a dare il benvenuto al Papa; ha raccolto la storia di questa terra come una trama di santità e di missione. Ha evocato l’Arcangelo Michele, quasi a dire che dall’alto della torre campanaria il cielo stesso aveva anticipato il saluto al pellegrino apostolico. Ha ricordato San Bassiano, primo vescovo dell’antica Laus Pompeia, difensore della vera fede in comunione con il successore di Pietro. Ha collegato Bassiano ad Ambrogio e ad Agostino, richiamando quella stagione luminosa della Chiesa antica nella quale fede, dottrina e comunione con Pietro erano un’unica forza viva.

Dentro questa memoria, il vescovo ha collocato santa Francesca Saverio Cabrini. Nata a Sant’Angelo Lodigiano nel 1850, fondatrice a Codogno delle Missionarie del Sacro Cuore di Gesù, in obbedienza a Papa Leone XIII partì per l’Occidente, verso le Americhe, per servire gli emigranti italiani. Qui si comprende la potenza della tappa. Cabrini nasce in Lombardia e muore a Chicago. Leone XIV nasce a Chicago e torna a Sant’Angelo, nella terra dove Cabrini vide la luce. Le due città si guardano attraverso una santa. La piccola patria lodigiana e la grande metropoli americana vengono unite dal cuore missionario di una donna che ha attraversato l’oceano per servire Cristo nei migranti.

Il Papa lo ha detto con semplicità, e proprio per questo la frase è ancora più forte: quando ha saputo che Sant’Angelo Lodigiano era a pochi chilometri da Pavia, ha pensato subito di cogliere l’occasione. Non era una tappa da aggiungere per completare il programma, come si aggiunge una nota a piè di pagina quando il testo sembra troppo corto. Era un ritorno. Non alla propria origine biologica, ma a una parte della propria geografia spirituale: Chicago, la sua città natale, è anche il luogo dove madre Cabrini nacque al cielo.

Il Papa ha ricordato che madre Cabrini amava la Chiesa e nutriva verso il Papa una singolare devozione e obbedienza. Quando giunse il momento decisivo di scegliere la rotta missionaria del suo istituto, volle che fosse il Papa a indicarla. Leone XIII fu chiaro: non all’Oriente, ma all’Occidente. Cabrini sognava la Cina, sulle orme di san Francesco Saverio; la Chiesa la mandò verso gli emigranti italiani in America, là dove il bisogno era più urgente. In quella obbedienza, la sua missione non si è ristretta. Si è compiuta.

Qui c’è una lezione preziosa anche per la Chiesa di oggi. La missione autentica non nasce dal desiderio di realizzare se stessi, né dall’inseguire il progetto più affascinante. Nasce dall’ascolto dei segni dei tempi dentro l’obbedienza ecclesiale. Cabrini non smise di essere missionaria perché non andò in Cina. Divenne pienamente missionaria perché accettò di andare dove Cristo, attraverso la Chiesa, le indicava il bisogno più grande.

Leone XIV ha poi posto la domanda decisiva: se madre Cabrini vivesse oggi, che cosa le direbbe la sua anima missionaria? Che cosa direbbe il cuore di Cristo al suo cuore di donna consacrata? Che cosa le avrebbe chiesto Papa Francesco, figlio di emigrati italiani, che fece del servizio ai migranti uno dei punti centrali del suo pontificato?

Con questa domanda, il Papa ha tolto Cabrini dal rischio della commemorazione innocua. I santi non servono per decorare il passato. Servono per inquietare il presente. E madre Cabrini oggi inquieta davvero, perché il fenomeno migratorio è entrato in una fase nuova, più complessa, più drammatica, e continua a interpellare la Chiesa. Non basta citarla come patrona dei migranti se poi non si ha il coraggio di lasciarsi interrogare dal suo carisma. E qui, naturalmente, l’umanità contemporanea preferirebbe una santa addomesticata, possibilmente muta e ben incorniciata. Peccato: Cabrini era tutt’altro.

Il Papa ha collegato la figura di madre Cabrini al Cuore di Cristo. Ha richiamato l’enciclica Dilexit nos di Papa Francesco, dedicata all’amore umano e divino del Cuore di Gesù, indicando in quel mistero di carità infinita il motore vero della vita di Cabrini. Tutto ciò che ella realizzò, e soprattutto il modo in cui lo realizzò, nasceva da lì. Non da una filantropia generica. Non da un attivismo sociale. Non da una sensibilità umanitaria lasciata a se stessa. Dal Cuore di Cristo.

Questo punto è fondamentale. Cabrini non fu grande perché “fece tante cose”, anche se ne fece moltissime. Fu grande perché lasciò che il Cuore di Cristo diventasse il principio della sua azione. Il Papa ha ricordato che il suo cuore materno non si dava pace: raggiungeva gli emigrati nei tuguri, nelle carceri, nelle miniere. Nessuna terra era troppo lontana, nessun lavoro troppo difficile, nessuna persona troppo ferita per l’amore del Cuore di Gesù.

Qui Sant’Angelo Lodigiano diventa una catechesi sul cuore cristiano. Dopo Agostino, Cabrini. Dopo l’interiorità, la missione. Dopo il ritorno dentro l’uomo, l’uscita verso le ferite dell’uomo. Non sono due movimenti opposti. Sono lo stesso movimento della grazia. Il cuore che rientra in Dio non diventa chiuso; diventa più largo. La contemplazione vera non produce distanza dal mondo; produce carità più intelligente, più audace, più concreta.

Leone XIV ha rivolto un appello particolare ai giovani: conoscere santa Francesca Cabrini, leggere i suoi scritti, le sue lettere, i suoi diari di viaggio, gli appunti dei suoi ritiri. Ha detto che chi conosce madre Cabrini ne rimane conquistato. È vero: in lei c’è una forza che non lascia indifferenti, perché unisce mistica e lavoro, preghiera e decisione, obbedienza e coraggio. Il motto paolino da lei scelto per l’Istituto, “Tutto posso in colui che mi dà la forza”, non era una frase devota da ricamare su un santino. Era il programma di una vita consumata per Cristo.

Alla Chiesa di Lodi il Papa ha lasciato un augurio preciso: distinguersi per i tratti che risplendono in questa sua figlia così gloriosa. Essere innamorati di Cristo, testimoni del Vangelo con stile operoso e generoso, al servizio dei più poveri. Vivere una sinodalità camminando uniti e tendendo insieme alla santità nella varietà dei doni e dei ministeri.

È interessante che anche qui ritorni la parola sinodalità, collocata però dentro un quadro molto chiaro: Cristo, santità, missione, servizio ai poveri, unità dei doni. Così la parola respira. Non diventa un’etichetta appiccicata sopra qualunque cosa. Diventa cammino reale di una Chiesa che non discute se stessa all’infinito, ma si muove verso la santità e la carità.

Il Papa ha concluso pregando per le Missionarie del Sacro Cuore di Gesù e chiedendo che la Chiesa intera guardi a questa stupenda missionaria dell’amore per imparare che cosa significa servire il Regno di Dio nel vivo della storia. Questa espressione raccoglie tutta la tappa: servire il Regno nel vivo della storia. Non ai margini, non nelle astrazioni, non in una spiritualità disincarnata. Nel vivo: dove ci sono migrazioni, ferite, solitudini, povertà, lavoro, famiglia, sradicamento, ricerca di casa e dignità.

Da Pavia a Sant’Angelo Lodigiano, la giornata di Leone XIV appare allora come un dittico spirituale. Agostino e Cabrini. Il padre dell’interiorità e la madre dei migranti. Il cuore inquieto e il cuore missionario. La verità cercata dentro l’uomo e la carità portata fino alle periferie dell’emigrazione. In mezzo, il Papa: un agostiniano nato a Chicago, che torna alla tomba del padre spirituale e poi alla terra natale della santa morta nella sua città.

Non è un dettaglio. È una trama.

A Sant’Angelo Lodigiano, Leone XIV non ha soltanto venerato una reliquia. Ha mostrato alla Chiesa che il cuore cristiano, quando è preso da Cristo, diventa capace di attraversare oceani. E in un tempo in cui il mondo costruisce muri interiori prima ancora che geografici, madre Cabrini torna a ricordarci che nessuna persona è troppo ferita per essere raggiunta dall’amore del Cuore di Gesù.

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