
Leone XIV tra i malati, i giovani, sant’Agostino e la comunità civile
Cari amici, la visita pastorale di Papa Leone XIV a Pavia ha avuto il passo di un itinerario profondamente umano e spirituale. Non è stata soltanto una successione di tappe, né una cerimonia solenne distribuita tra luoghi significativi della città. È stata una lettura vivente di Pavia: la sofferenza custodita, la fede dei giovani, la memoria dei santi, la responsabilità civile, la consegna della città alla Madre di Dio.
Il Papa ha iniziato dal Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica, il CNAO, uno dei luoghi più delicati e significativi della città. Prima di parlare alle istituzioni, prima di entrare nella basilica dove riposa sant’Agostino, Leone XIV è passato attraverso il mistero della fragilità umana. Ha incontrato dirigenti, personale medico, bambini in cura e genitori. In quel luogo, dove la scienza lotta contro la malattia e la speranza viene custodita spesso dentro silenzi difficili, il Papa ha posto il primo gesto della sua visita.
È molto significativo. Una città non si comprende partendo solo dai suoi monumenti, dalle sue università, dalle sue piazze, dai suoi palazzi. Si comprende anche dai luoghi in cui la vita è ferita e viene curata. Il CNAO rappresenta una delle eccellenze della ricerca e della medicina, un centro dove l’intelligenza umana cerca di servire la vita con strumenti altissimi. Proprio lì il Papa ha ricordato, con la forza semplice della presenza, che la scienza è pienamente umana quando resta accanto al volto concreto della persona. La tecnica può essere avanzata, la ricerca può essere raffinata, le cure possono arrivare a una precisione impressionante; al centro resta sempre l’uomo, soprattutto quando è piccolo, fragile, spaventato, affidato all’amore di chi lo accompagna.
Poi il Papa ha incontrato i ragazzi impegnati nelle attività estive, i loro animatori e la comunità peruviana e latinoamericana. Fuori dal Duomo, in un clima festoso e familiare, gli animatori hanno raccontato il loro servizio gratuito per i più piccoli durante queste settimane estive. Hanno parlato dei bambini e dei ragazzi come del presente e del futuro della Chiesa di Pavia. La comunità latinoamericana ha portato il proprio saluto, la propria fede, il proprio canto, ricordando che pace e speranza non sono parole da lasciare sospese nell’aria, ma semi da far crescere dentro la vita concreta delle persone.
Il Papa, parlando a braccio, ha risposto con poche parole, semplici e molto dirette. Ha salutato i peruviani e tutti i latinoamericani, poi ha richiamato il tema della pace. Tutti vogliamo vivere in pace, ha detto in sostanza, e nessuno deve perdere la speranza. Subito ha aggiunto il punto più esigente: se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace, dobbiamo cominciare da noi stessi.
Qui Leone XIV ha usato un linguaggio immediato, adatto ai ragazzi, agli animatori, alle famiglie. Ha detto basta alle parole di odio, agli insulti, al bullismo, a tutte quelle cose che fanno guerra tra le persone, tra le comunità, tra i paesi. Non ha parlato della pace come di un sentimento generico, né come di uno slogan da appendere sopra una fotografia di gruppo. Ha indicato la radice quotidiana della pace: il modo in cui parliamo, trattiamo gli altri, costruiamo amicizia, viviamo le relazioni.
Ai ragazzi ha chiesto di perseverare, partecipare, costruire amicizie autentiche, non soltanto amicizie attraverso lo schermo del telefonino. È stato un passaggio breve, molto concreto, quasi domestico. In un tempo in cui i giovani rischiano di essere connessi a tutto e presenti a poco, il Papa li ha richiamati alla bellezza dell’incontro reale. L’amicizia cristiana ha bisogno di volti, presenza, tempo condiviso, comunità. Non basta la superficie luminosa di uno schermo per generare una vita piena. Serve la presenza. Serve l’altro. Serve Cristo vivo in mezzo a noi.
Dopo la sosta al Duomo e la preghiera davanti a San Siro, primo vescovo e patrono della città e della diocesi, il Papa ha incontrato la comunità civile. La piazza ha assunto allora il suo significato più ampio: non solo luogo di passaggio, non solo spazio storico, ma cuore della vita comune. Erano presenti le autorità, il sindaco, il vescovo, i sindaci del territorio, la cittadinanza. Pavia ha accolto il Pontefice con la propria storia e con le proprie domande.
Il sindaco, Dott. Michele Lissia, ha presentato Pavia come città antica e giovane insieme, città di pietre, chiese, scuole, università, collegi, luoghi di cura, quartieri e fiume. Ha richiamato il legame con sant’Agostino, custodito non solo come memoria religiosa e spirituale, ma come figura viva del pensiero, della filosofia e dell’inquietudine umana alla ricerca della verità. Ha collegato questa identità alla responsabilità di una città della conoscenza, chiamata a chiedersi per chi produce sapere, quale futuro consegna ai giovani, come custodisce la fragilità, in che modo mette la persona prima della tecnica e del potere.
Il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti, ha raccolto la storia civile ed ecclesiale della città dentro una prospettiva più ampia. Ha ricordato il Duomo, San Siro, il Broletto, l’università, la ricerca scientifica e medica, la collaborazione tra Chiesa e istituzioni, la Caritas, il volontariato, la necessità di una città a misura d’uomo. Ha indicato nei due santi che custodiscono Pavia due dimensioni essenziali: San Siro, legato al pane condiviso e alla carità verso i deboli; sant’Agostino, testimone della carità intellettuale, del dialogo tra fede e ragione, di un umanesimo aperto a Dio.
Il discorso del Papa alla cittadinanza ha dato unità a tutto questo. Leone XIV è partito dalla bellezza di Pavia, definendola una bellezza esigente, eredità preziosa di un passato che diventa impegno per il presente. La città, ha detto, è insieme dono e compito. Questa espressione è decisiva. Una città non è soltanto il luogo in cui si abita; è una responsabilità condivisa. Le pietre, gli edifici, le scuole, l’università, l’ospedale, i centri parrocchiali non sono semplici strutture. Raccontano una cura della persona-in-comunità, della sua dignità, dei valori che uniscono un popolo.
Il Papa ha richiamato il significato della parola civitas. La città è singolare e plurale, una e di tutti. Il popolo che la abita costituisce una società ordinata nelle relazioni e nelle leggi. Essere sociali significa essere solidali, comportarsi da soci autentici, cercare il bene comune e non gli interessi di parte. I cittadini sono sempre concittadini. Questa parola, concittadini, è molto importante, perché ricorda che nessuno vive la città da solo. Ogni scelta pubblica, ogni gesto civico, ogni forma di indifferenza o partecipazione costruisce o ferisce la casa comune.
Da qui il Papa ha posto una domanda concreta: che cosa fortifica e che cosa erode le nostre case? Che cosa rende stabile e che cosa ferisce la società? Se ciò che è di tutti non viene custodito, rischia di diventare di nessuno. Quando cresce l’indifferenza, occorre rinnovare la partecipazione alla vita cittadina. Dinanzi al degrado e all’analfabetismo civico, serve condividere linguaggi di dedizione e di servizio, custodendo piazze, parchi, strade come luoghi di incontro.
Poi Leone XIV ha consegnato alla città una piccola litania civile, semplice e bellissima: mi interessa la nostra città; mi interessa la salute di chi ho accanto; mi interessa la bellezza del luogo in cui abito; mi interessa la qualità della vita negli ambienti in cui lavoro e trascorro il tempo libero. In queste parole c’è una pedagogia della responsabilità. Una città si salva quando ricomincia a interessare ai suoi abitanti. Non come possesso privato, non come spazio da consumare, non come scenario per le lamentele quotidiane, sport ormai praticato con talento olimpico. La città vive quando ciascuno la sente come bene affidato.
Il Papa ha poi collegato la coltivazione della terra alla promozione della cultura. In una città come Pavia, segnata da una grande tradizione universitaria e scientifica, questa osservazione ha un peso particolare. Promuovere le scienze significa promuovere l’uomo, che deve restare protagonista delle proprie ricerche. Ogni sapere corrisponde a una forma di cura: la medicina si prende cura del corpo umano, la giurisprudenza del corpo sociale, la filosofia del pensiero da cui l’uomo sviluppa ogni sua arte. Il sapere non deve chiudersi nel profitto o nel dominio. Deve servire la vita, la verità, la giustizia, la bellezza.
Qui il Papa ha ricondotto Pavia a sant’Agostino. L’animo del vescovo di Ippona fu pieno della sete di verità e di giustizia. Egli rimane esempio di quella sana inquietudine che freme in chi ricerca, studia, educa. La sua figura incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimoniando la loro reciproca appartenenza. Non si può credere senza pensare, ha detto il Papa, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede.
Questo è uno dei passaggi più forti dell’intera giornata. In una città universitaria, scientifica, medica, Leone XIV ha ricordato che fede e ragione non sono due nemiche costrette a sopportarsi. Sono due vie unite dalla stessa sete di verità. La fede impedisce alla ragione di chiudersi nel dominio; la ragione aiuta la fede a non ridursi a sentimento confuso. E Agostino, ancora una volta, appare come padre di un umanesimo capace di tenere insieme interiorità, pensiero, ricerca, grazia e vita concreta.
Il Papa ha parlato anche della Chiesa di Pavia come grembo che accoglie tutti e genera una nuova umanità. Ancora oggi, la più antica istituzione cittadina è chiamata a evangelizzare come focolare di fede e casa di carità al servizio di chi è più piccolo, povero, solo o anziano. In questo compito vengono coinvolte tutte le forze del volontariato, alle quali il Papa ha espresso stima e riconoscenza. Pavia, ha detto, è prospera non solo di beni, ma anche di virtù, e deve onorare sempre la dignità di ogni vita umana.
Anche la croce presente nello stemma della città è stata letta da Leone XIV come molto più di un simbolo araldico. È una sintesi culturale, perché ricorda che la storia di Pavia è ancorata al valore universale dell’amore cristiano. Una città non vive soltanto di amministrazione, piani urbanistici, ricerca, servizi e istituzioni. Vive se custodisce un’anima. Vive se ricorda che la sua storia va scritta insieme, nella memoria creativa, nell’intesa tra cittadini e associazioni, tra Chiesa ed enti pubblici, tra generazioni e culture.
Alla fine, prima della benedizione, la città è stata affidata alla Madonna di Piazza Grande. Dopo il canto della Salve Regina, Pavia ha pregato perché Maria custodisca la città e la Chiesa, benedica sacerdoti, diaconi, consacrati, fedeli, famiglie, bambini, ragazzi, giovani, genitori, anziani, poveri, malati, ultimi, carcerati. La preghiera ha chiesto alla Vergine di insegnare a tutti a essere una comunità attenta, accogliente e ospitale; di custodire la fede in Cristo, la speranza nella vita che non muore, la carità che si china sul fratello; di rendere Pavia fedele alla sua identità cristiana, comunità di uomini e donne amanti della pace, cultori della vita, capaci di tessere fraternità e amicizia.
Così la visita si è ricomposta in un’unica immagine. Il Papa è passato dai bambini malati ai ragazzi degli oratori, dai confratelli agostiniani alla tomba del dottore della grazia, dalla Chiesa diocesana alla comunità civile, dalla piazza alla Madonna. Ha toccato la sofferenza, la speranza, la fede, la cultura, la cittadinanza, la carità, la pace.
Pavia è apparsa per ciò che una città cristianamente abitata può ancora essere: un luogo dove la cura non è separata dalla scienza, dove la cultura non dimentica l’uomo, dove la fede non fugge dalla storia, dove la tradizione non diventa museo, dove la città non è un agglomerato di interessi, ma una comunità di persone chiamate a riconoscersi concittadini.
In fondo, la parola più semplice resta forse quella rivolta ai ragazzi: se vogliamo cambiare i tempi, dobbiamo cominciare da noi stessi. Vale per una piazza piena di giovani. Vale per una città. Vale per la Chiesa. Vale per una civiltà che può ancora ritrovare l’anima, purché smetta di scappare dalle proprie sorgenti.
Pavia oggi ha accolto il Papa. E il Papa, davanti a Pavia, ha ricordato che una città diventa davvero umana quando torna a custodire ciò che rende umano l’uomo: la vita, la verità, la cura, la fede, la pace, l’amore cristiano.
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