Consacrazioni senza mandato e poveri fedeli smarriti

Questa mattina ho condiviso una riflessione sul Vangelo del giorno, partendo da una parola di Gesù che mi ha profondamente colpito: “Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!”. Ci sono giorni in cui il Vangelo non viene soltanto letto. Ci cerca. Ci raggiunge dentro le domande che portiamo, dentro le inquietudini che non riusciamo più a mettere da parte, dentro le vicende della Chiesa e del mondo che ci obbligano a guardare meglio.

Dalle notizie che si rincorrono, sembra che questo mese di luglio possa riservarci un’estate bollente di consacrazioni episcopali senza mandato pontificio. È uno strano destino, quello delle stagioni ecclesiali. Dopo il Concilio, molti avevano atteso una nuova primavera, capace di far uscire la Chiesa da quello che veniva descritto come il freddo inverno tridentino. Oggi, da un altro versante, si invoca ancora una primavera, questa volta per liberare la Chiesa dall’aridità in cui, secondo alcuni, sarebbe sprofondata proprio dopo il Vaticano II. Sempre primavera dev’essere, insomma. Spesso si tratta di una primavera immaginaria, costruita più sui desideri che sulla realtà della Chiesa, una di quelle primavere marzoline che promettono tepore e svaniscono in fretta, come la neve sottile destinata a durare dalla sera alla mattina.

Il pensiero va alle consacrazioni episcopali annunciate senza mandato pontificio. Da un lato, il 1° luglio la Fraternità San Pio X procederà alle nuove ordinazioni episcopali, rivendicando una situazione di necessità davanti alla crisi della Chiesa. Dall’altro, giunge la notizia di Papa Stronsay, nelle Orcadi, dove padre Michael Mary, superiore dei Sons of the Most Holy Redeemer, avrebbe annunciato la propria consacrazione episcopale per il 25 luglio. Qui il contesto appare ancora più grave, perché il gesto sarebbe compiuto in relazione a vescovi che negano la legittimità stessa del Papa, dentro la galassia sedevacantista e dell’episcopato indipendente.

Occorre essere precisi, perché confondere tutto sarebbe ingiusto e poco intelligente, e quando l’ingiustizia si unisce alla scarsa intelligenza nascono capolavori polemici di cui potremmo serenamente fare a meno. La Fraternità San Pio X e il sedevacantismo non sono la stessa realtà. La Fraternità continua a riconoscere il Papa, pur vivendo una situazione canonica irregolare e mantenendo una posizione duramente critica verso il Concilio Vaticano II; i sedevacantisti, invece, negano che il Papa sia realmente Papa e ritengono vacante la Sede di Pietro. La differenza esiste, e va riconosciuta.

La questione decisiva non è stabilire chi sia più coerente. Gli uni diranno di agire per necessità, perché la fede non venga resa ambigua. Gli altri ribatteranno che proprio quell’ambiguità dimostrerebbe che non si può più riconoscere chi l’ha permessa. Ciascuno porterà argomenti, distinzioni, documenti, ferite reali, cercando di mostrare che la propria posizione è l’unica veramente fedele.

Il ragionamento di fondo, purtroppo, rischia di essere il medesimo: sentirsi traditi dalla Chiesa visibile e ritenere che questa ferita autorizzi a compiere ciò che la Chiesa stessa non permette. Si invoca un fine buono, custodire la fede, salvare la Tradizione, proteggere i sacramenti, e poi si scelgono mezzi che feriscono l’unità visibile. Qui non siamo davanti a una sottigliezza canonica riservata agli specialisti, siamo davanti a un principio morale elementare che appartiene alla vera Tradizione cattolica: non si può perseguire un fine buono con mezzi cattivi. La Chiesa lo ha sempre insegnato. Non basta che l’intenzione sia retta o che il fine sia santo; il modo con cui si agisce deve essere conforme alla verità che si vuole servire.

È qui che la tenebra si manifesta, non nel desiderio di custodire la fede o nel dolore per la crisi della Chiesa, che possono essere reali e sinceri. La tenebra appare quando la propria causa diventa così assoluta da autorizzare ciò che prima si sarebbe riconosciuto come illecito. A quel punto ciascuno cavilla per difendere il proprio gesto, si parla di stato di necessità o di coerenza dottrinale, e mentre tutti dicono di voler salvare la Chiesa, si lacera la comunione, si confondono i fedeli, si abitua il popolo cristiano all’idea che l’unità possa essere sacrificata in nome di una fedeltà più pura.

Questa è una delle insidie più grandi del nostro tempo ecclesiale. Il fedele semplice si trova disorientato, quasi spinto a riporre la propria fiducia non più nella Chiesa cattolica, nella sua visibilità e nella comunione con Pietro, bensì nelle narrazioni di questo o quel gruppo. C’è chi assicura di salvare la Tradizione, chi si proclama l’unico coerente, chi giustifica la resistenza per il bene delle anime, e intanto la comunione si frantuma proprio mentre ciascuno si presenta come custode della luce.

Ed è qui che il Vangelo diventa terribile: “Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!”. La tenebra più pericolosa è quella che parla il linguaggio della luce. Usa parole buone, si veste di zelo, si circonda di argomenti, cita canoni e santi, crisi reali e abusi veri. Proprio perché parte da elementi reali, diventa difficile riconoscerla. L’errore grossolano si vede subito; l’errore devoto, invece, entra in punta di piedi, si siede in prima fila e pretende pure di correggere l’omelia.

La vera necessità, allora, non è rivendicare una linea più pura dell’altra, bensì non rompere l’unità della fede, non stracciare la veste di Cristo. L’episcopato non appartiene a una corrente, a una comunità o a una strategia di sopravvivenza; appartiene alla struttura sacramentale e gerarchica della Chiesa. Il vescovo non è il cappellano sacrale di una fazione, bensì principio visibile di unità nella Chiesa particolare, dentro la comunione con il collegio episcopale e con il successore di Pietro. Per questo una consacrazione senza mandato pontificio tocca il nervo dell’apostolicità, e il fedele cattolico non è chiamato a scegliere tra gruppi che si contendono il titolo di vera fedeltà, bensì a rimanere nella Chiesa, nella sua visibilità, in una comunione che non nasce dai nostri gusti e non dipende dalle nostre delusioni.

La Tradizione non è una proprietà privata, né un rifugio identitario, bensì la vita della Chiesa che riceve, custodisce e trasmette la fede apostolica. Separata dalla comunione, rischia di diventare forma senza obbedienza, memoria senza ecclesialità, splendore esteriore senza cuore cattolico.

La parola del Vangelo ci cerca proprio qui. Non basta dire di difendere la luce, bisogna domandarsi se lo sguardo è ancora limpido. Non basta invocare la Tradizione, bisogna verificare se viene custodita nella carità. Non basta denunciare la crisi, bisogna chiedersi se la risposta nasce dallo Spirito di Cristo o da una ferita diventata criterio assoluto. Occorre pregare per chi è tentato dalla rottura, per i fedeli confusi, per i pastori chiamati ad accompagnare le ferite prima che diventino lacerazioni. E occorre pregare anche per noi, perché nessuno è immune dalla tentazione di chiamare luce ciò che, lentamente, si è oscurato dentro il cuore.

Queste vicende non ci permettono di restare spettatori esterni. Ci obbligano a interrogarci su quale tesoro stiamo difendendo: la verità di Cristo o l’immagine di noi stessi come ultimi difensori della verità? La comunione cattolica o il bisogno di sentirci finalmente dalla parte giusta?

La tenebra più grande non è quella che riconosciamo come tale, è quella che abbiamo imparato a chiamare luce. E quando, in nome del bene della Chiesa, si arriva a ferire la comunione della Chiesa, allora è tempo di fermarsi, tacere davanti a Dio, e lasciarsi giudicare dal Vangelo prima di giudicare tutto il resto.

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