Un testamento ecclesiale per tornare a pensare la Chiesa

Ho voluto rileggere con calma il testamento spirituale del cardinale Camillo Ruini. Non so se sia capitato anche a voi, ma a me è sembrato molto più di un semplice testamento personale. Certo, resta anzitutto una confessione davanti a Dio, un rendimento di grazie, una richiesta di perdono, una parola ultima consegnata con discrezione. Eppure, proprio perché nasce da un uomo che ha servito la Chiesa con intelligenza, fedeltà, studio e amore alla propria vocazione, quel testo assume anche il valore di una consegna ecclesiale.

Intelligenti pauca, dicevano gli antichi. A chi sa leggere, poche parole bastano. Nel testamento di Ruini c’è una frase che mi è parsa particolarmente forte, forse la più coerente eredità lasciata alla Chiesa da un uomo dotto, corretto, profondamente ecclesiale e innamorato di Dio. Non una frase polemica, non una rivendicazione, non un giudizio pronunciato per regolare conti con qualcuno. Piuttosto, una parola misurata e dolorosa, capace di aprire una domanda sulla Chiesa di oggi e sulla fatica della sua recezione postconciliare.

Ruini scrive di trovarsi in una situazione di disagio perché fatica a comprendere alcuni orientamenti che gli sembrano “riaprire ferite, dopo il Concilio a stento medicate”. Questa espressione merita di essere ascoltata senza fretta, senza usarla come arma, senza neutralizzarla con l’incenso delle frasi di circostanza. Perché qui non parla soltanto un cardinale che si congeda dalla vita. Parla un uomo di Chiesa che, dopo aver pensato, servito e amato la Chiesa, lascia in eredità una responsabilità: tornare a pensare seriamente le ferite ecclesiali, per provare a curarle con l’intelligenza della fede.

Il testo porta la data del 3 giugno 2016, solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, e questo dato cronologico è essenziale. Non siamo davanti a una reazione agli sviluppi successivi del pontificato di Papa Francesco. Siamo appena tre anni dopo l’elezione di Francesco, nel clima dei due Sinodi sulla famiglia e della pubblicazione di Amoris laetitia, datata 19 marzo 2016 e pubblicata l’8 aprile dello stesso anno.

Ruini coglie presto una piega ecclesiale, senza attendere il bilancio di un decennio o la reazione a un singolo provvedimento. Intuisce che alcuni orientamenti, già nel 2016, toccano nodi profondi della vita della Chiesa. Evita di interpretarli come questioni personali, e lo dice espressamente. Non parla da uomo ferito nel ruolo, né da protagonista ormai marginalizzato, né da oppositore. Prima afferma di aver gioito per l’elezione di Papa Francesco, di esserne stato sostenitore per quanto poteva, e di ringraziarlo ancora per il suo straordinario slancio evangelizzatore. Solo dopo confessa il disagio.

Questo ordine è decisivo: il punto di partenza non è la contrapposizione, è il riconoscimento del bene. La gratitudine non viene cancellata per far emergere la critica. Il testo tiene insieme gratitudine e fatica, fedeltà e discernimento, amore alla Chiesa e inquietudine davanti alla sua storia.

L’espressione “ferite, dopo il Concilio a stento medicate” è di una precisione impressionante. Ruini non afferma che le ferite siano state guarite. Dice che sono state medicate a fatica. La Chiesa postconciliare, nella sua lettura, non è stata semplicemente una stagione lineare, pacificata, tutta luminosa, come certa narrazione ecclesiastica ama ripetere con la serenità di chi ha rimosso metà della storia. È stata una stagione di grazia e insieme di lacerazioni.

Ruini, nel medesimo testamento, ringrazia Dio per il Concilio Vaticano II, per averlo vissuto e fatto vivere con gioia, e ringrazia anche per la lucidità e la forza ricevute nell’opporsi alle derive postconciliari. La distinzione è netta: il problema non è il Concilio; il problema è la sua ricezione discontinua, ideologica, deformata, talvolta trasformata in pretesto per una nuova fondazione pratica della Chiesa.

Qui il testamento spirituale diventa anche testamento ecclesiale, senza che Ruini voglia consegnare un programma politico alla Chiesa, cosa che ridurrebbe bizzarramente il testo a beneficio dei professionisti delle etichette. Il testo resta una confessione davanti a Dio e proprio per questo acquista un valore più alto. Ruini non scrive per vincere una disputa, scrive davanti al Signore. Un uomo come lui, abituato a pesare le parole, non lascia per caso un’espressione simile.

Il fatto che quel testamento sia rimasto nella forma del 2016 non permette di dedurre tutto, e sarebbe imprudente pretendere di entrare nel foro interiore del cardinale. Permette però di riconoscere che quella parola non fu un’impressione passeggera. È rimasta lì, consegnata alla Chiesa nella sua forma originaria, con il peso di una percezione meditata.

Ognuno lascia ciò che ha custodito. Un uomo di preghiera lascia il profumo della sua intimità con Dio. Un pastore immerso nella vita quotidiana del popolo lascia la memoria della prossimità. Ruini, che fu uomo di studio, di governo ecclesiale, di pensiero e di cultura, lascia soprattutto una responsabilità culturale. La sua eredità non è la nostalgia di una stagione, né il rimpianto di una Chiesa più forte nella società italiana. È l’appello a tornare a pensare la Chiesa con serietà.

La cultura di Ruini non fu mai semplice competenza intellettuale. Fu un modo ecclesiale di servire la fede, una forma alta di carità verso la Chiesa e verso il popolo cristiano. Per questo la sua eredità si rivela non soltanto istituzionale, ma profondamente intellettuale ed ecclesiale.

Le ferite di cui parla Ruini sembrano riguardare anzitutto il rapporto tra dottrina e pastorale. Dopo il Concilio, questa è stata una delle tensioni più delicate: come rinnovare il linguaggio, le forme della presenza ecclesiale, l’azione pastorale, senza separare ciò che la Chiesa fa da ciò che la Chiesa crede. Quando la pastorale diventa autonoma rispetto alla dottrina, nasce una frattura silenziosa. La dottrina resta nei testi, la prassi comunica altro, e il fedele semplice, che non vive consultando note teologiche e documenti interpretativi, impara dalla prassi ciò che la Chiesa sembra ritenere realmente possibile. A quel punto i testi possono anche rimanere corretti, e intanto la vita ecclesiale educa in altra direzione. Un capolavoro di confusione, naturalmente ben confezionato con parole molto pastorali, quindi quasi inattaccabile.

Nel 2016 questa ferita era particolarmente sensibile. Amoris laetitia si collocava al termine del cammino sinodale sulla famiglia, avviato con il Sinodo straordinario del 2014 e proseguito con quello ordinario del 2015. Il documento toccava temi delicatissimi come il matrimonio, la coscienza, il discernimento, l’accompagnamento, il rapporto tra norma morale e situazioni concrete, l’accesso ai sacramenti in alcune condizioni difficili.

Non si tratta di far dire a Ruini ciò che non scrive. Sarebbe scorretto. Il contesto del 2016 rende però plausibile che il suo disagio nascesse anche dalla percezione di una tensione nuova, o riaccesa, tra continuità dottrinale e applicazione pastorale.

Un’altra ferita riguarda la continuità della Tradizione. La stagione postconciliare aveva conosciuto la tentazione dell’anno zero, come se il Vaticano II avesse rifondato la Chiesa, invece di inserirsi nel suo cammino vivente. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI avevano lavorato a lungo per custodire la ricezione del Concilio dentro la continuità della fede, e Ruini fu certamente uno degli interpreti più autorevoli di quella stagione nella Chiesa italiana. La sua preoccupazione sembra nascere dal timore che alcuni orientamenti potessero indebolire quella paziente opera di ricomposizione, non attraverso una rottura proclamata, che sarebbe più facile da individuare, bensì attraverso spostamenti di accento, formule pastorali, priorità comunicative, prassi lasciate crescere senza adeguata chiarificazione dottrinale.

Si intravede poi una ferita più ampia, che tocca l’identità ecclesiale davanti al mondo moderno. Ruini non fu solo un uomo di Curia o di CEI. Fu un uomo convinto che la fede dovesse avere uno spessore pubblico, culturale, razionale. Il suo impegno non mirava a trasformare la Chiesa in un soggetto politico, come spesso è stato detto con quella superficialità che costa poco e rende molto. Egli cercò piuttosto di evitare che il cattolicesimo italiano si riducesse a sentimento privato, presenza sociale generica, benevolenza umanitaria, linguaggio morale privo di fondamento cristologico. La Chiesa, per lui, doveva parlare al mondo senza sciogliersi nel mondo, doveva dialogare senza perdere la forma della fede, doveva servire l’uomo senza dimenticare che l’uomo è chiamato alla salvezza, non soltanto al benessere terreno.

Da qui nasce la provocazione più attuale del suo testamento. Le ferite non si rimarginano con le tifoserie. Non si curano con la nostalgia, né con l’entusiasmo obbligatorio. Non si guariscono gridando “tradizione” contro “riforma” o “misericordia” contro “dottrina”, come se la Chiesa fosse un talk show con incenso facoltativo. Si rimarginano con un lavoro culturale serio, paziente, sistematico. Occorre tornare a pensare il Concilio, la sua ricezione, le derive postconciliari, la stagione di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, il pontificato di Francesco, la situazione presente della Chiesa, senza ridurre tutto a schieramenti. Ruini non lascia una clava, lascia un compito.

Il suo testamento chiede una cultura cattolica capace di discernere, lontana da un’accademia chiusa in se stessa, da un’erudizione sterile o da un sistema di citazioni usato per intimorire l’avversario. Chiede una cultura ecclesiale che sappia distinguere la riforma dalla deriva, la continuità dalla ripetizione, la misericordia dal permissivismo, la pastorale dalla prassi separata dalla verità. Una cultura capace di parlare al popolo cristiano e non soltanto agli specialisti, che aiuti i pastori a non governare la Chiesa inseguendo l’emozione del momento o la pressione mediatica. Pensare prima di parlare, verificare prima di applaudire, studiare prima di proclamare svolte epocali rimangono abitudini preziose, per quanto oggi possano apparire bizzarre.

La frase conclusiva del passaggio è forse ancora più importante: Ruini chiede al Signore di convincerlo interiormente che la Chiesa è sua e che Egli stesso ne ha cura, al di là delle nostre vedute umane. Qui si vede la grandezza cattolica del testo. Ruini non trasforma il disagio in ribellione, non fa del proprio giudizio una misura assoluta, non si pone fuori dalla comunione. Sa che la Chiesa appartiene a Cristo, e chiede la grazia di esserne persuaso interiormente. C’è una differenza enorme tra sapere una verità e abitarla pacificamente quando la storia la mette alla prova. Ruini non nasconde questa fatica, la consegna al Signore.

Il valore ecclesiale del testamento si manifesta proprio in questa capacità di mostrare una via oggi necessaria: riconoscere il bene senza tacere le ferite, amare la Chiesa senza mentire sulla sua sofferenza, custodire la fede senza trasformarla in ideologia, esercitare il giudizio senza spezzare la comunione. È una via esigente, molto più difficile della polemica e molto più utile dell’allineamento devoto. La polarizzazione ecclesiale vive di semplificazioni. Ruini costringe a pensare.

La sua eredità culturale oggi diventa necessaria proprio perché le ferite rischiano di riaprirsi, o forse, con maggiore precisione, perché non erano mai davvero guarite. Erano state medicate a stento, avevano bisogno di cura, dottrina, pazienza, chiarificazione, santità, intelligenza della fede. Se la Chiesa smette di pensare se stessa alla luce della Tradizione viva, altri penseranno al suo posto: l’opinione pubblica, le ideologie, i media, i risentimenti, le fazioni interne. Quando la Chiesa si lascia pensare da altri, finisce per non riconoscere più se stessa.

Il cardinale Ruini non lascia dunque soltanto il ricordo di un grande ruolo nella Chiesa italiana. Lascia un appello a ricostruire un dibattito ecclesiale alto, capace di ricerca vera e non di slogan. Lascia l’invito a riaprire i dossier culturali del postconcilio senza paura e senza rabbia, la responsabilità di curare le ferite con l’intelligenza della fede. In un tempo che confonde spesso la profondità con la lunghezza dei comunicati e il discernimento con la gestione degli umori, questa eredità è preziosa.

Il suo testamento va ricevuto come una provocazione per tutta la Chiesa. Ruini ci ricorda che una ferita appena medicata non va esposta di nuovo con leggerezza. Va custodita, curata, fasciata con pazienza, fino a quando il corpo ecclesiale potrà tornare a camminare con maggiore libertà. La cura passa anche dalla cultura: una cultura cattolica seria, competente, non ideologica, capace di tenere insieme fede, ragione, Tradizione e storia. Ognuno lascia ciò che ha, e Ruini lascia l’intelligenza credente, della quale oggi si avverte un bisogno urgente.

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