
Questa mattina, proclamando il Vangelo, sono rimasto colpito da una parola di Gesù che non lascia tranquilli: “Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!”.
Mi rendo conto che ci sono giorni in cui il Vangelo non viene soltanto letto. Ci cerca. Passa attraverso la voce, raggiunge il cuore, apre una domanda che non si riesce più a mettere da parte. È una grazia, anche quando inquieta. Anzi, forse è grazia proprio perché inquieta.
Il discorso di Gesù non parla semplicemente dei soldi o dei beni materiali. Se fosse solo questo, sarebbe quasi facile: si fa un esame di coscienza, si controlla il portafoglio, si decide di essere più sobri, e l’anima si sente subito in regola. Troppo comodo. Gesù va più a fondo. Dice: guarda dove si è posato il tuo cuore. Guarda che cosa ti sta occupando dentro. Guarda quale tesoro, magari anche spirituale, pastorale, ecclesiale, affettivo, stai difendendo come se da quello dipendesse la tua vita.
“Là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore.”
Questa parola può inquietare in modo particolare chi vive dentro le cose di Dio. Penso a noi sacerdoti, e penso anche a tanti amici che ogni giorno, perfino sui social, desiderano difendere la fede, la Tradizione, la liturgia, la verità cattolica. È un desiderio buono, quando nasce dall’amore per Cristo e per la Chiesa. Eppure anche le cose buone possono essere possedute male. Anche la difesa della fede può smarrire la forma evangelica. Anche la fedeltà può irrigidirsi, quando il cuore non resta povero davanti a Dio.
Si può non accumulare ricchezza materiale e accumulare altre forme di possesso: il bisogno di essere riconosciuti, il desiderio che il proprio lavoro venga capito, la fatica di non sentirsi sostenuti, il peso delle ingratitudini, la paura di essere inutili, la tristezza di vedere tanto bene disperso.
Qui il Vangelo diventa chirurgico. Non accusa subito. Prima illumina. E quando illumina, qualche stanza interiore appare meno ordinata di quanto pensavamo. Il Signore entra, accende la luce, e noi scopriamo che anche alcune cose giuste possono essere state custodite con un cuore troppo appesantito.
Poi c’è la frase sull’occhio, ancora più decisiva. Gesù non dice soltanto: fai cose buone. Dice: guarda bene. L’occhio, nella Scrittura, indica il modo con cui l’uomo interpreta la realtà, giudica gli eventi, legge le persone, comprende la propria vita davanti a Dio. Se l’occhio è limpido, tutta la persona cammina nella luce. Se l’occhio è malato, tutto si oscura. La realtà può anche restare la stessa, eppure cambia il modo di guardarla. Quando lo sguardo interiore si ammala, anche il bene viene letto male, anche il fratello diventa una minaccia, anche la Chiesa appare soltanto nelle sue ferite, anche il servizio quotidiano rischia di trasformarsi in peso, amarezza, lamento.
A mio avviso, la parola più inquietante di Gesù riguarda proprio questo: la possibilità che ciò che noi chiamiamo luce sia già diventato tenebra. Può accadere quando una convinzione giusta si trasforma in durezza, quando lo zelo perde la carità, quando la prudenza diventa paura, quando la difesa della verità diventa aggressività, quando la fedeltà alla Tradizione smette di custodire la fede e comincia a nutrire risentimento. Può accadere anche dentro le cose religiose, e forse proprio lì il pericolo è più sottile, perché la tenebra si presenta con parole buone, con intenzioni nobili, con argomenti apparentemente luminosi.
Ne vediamo qualche segno anche nel modo in cui, talvolta, ci si confronta pubblicamente. Capita di incontrare persone che invocano la fede, la Tradizione e la verità, e poi scrivono con una sorprendente normalità parole offensive contro il Papa, i cardinali, i vescovi, i sacerdoti, i fratelli nella fede. Capita di vedere le stesse persone accusare duramente altri, magari chiamandoli “malvagi”, solo perché invitano a non seguire chi si è posto fuori dalla comunione ecclesiale. Leggendo certe parole si resta disorientati. Non perché manchino problemi nella Chiesa, sarebbe ingenuo pensarlo. Il punto è un altro: quando la difesa della verità perde il volto della carità, qualcosa nello sguardo si è già oscurato.
Questa è la condizione dell’uomo. Si può iniziare volendo custodire la luce e finire per alimentare una tenebra che somiglia alla luce, parla il linguaggio della luce, usa argomenti religiosi, cita la dottrina, richiama la Tradizione, e intanto lascia dietro di sé disprezzo, sospetto, durezza, amarezza.
Quando si è stanchi, delusi, feriti o sovraccarichi, si può continuare a fare il bene e insieme cominciare a guardarlo con un occhio affaticato. La comunità diventa un peso. Il ministero diventa una somma di urgenze. Gli altri diventano problemi da gestire. La Chiesa appare come un edificio pieno di crepe. Il proprio lavoro sembra sempre troppo piccolo rispetto al disordine generale. E allora la luce si offusca. Non perché Cristo sia scomparso. L’occhio interiore si è riempito di polvere.
Forse il Vangelo oggi ci domanda proprio questo: dove sto mettendo il cuore? Che cosa sto difendendo? Da quale tesoro mi aspetto consolazione? Sto guardando la realtà con l’occhio semplice del discepolo o con l’occhio stanco di chi ha dovuto sostenere troppo?
Sono persuaso che l’inquietudine provata questa mattina alla lettura del Vangelo possa essere una visita. Il Signore, attraverso una parola conosciuta mille volte, ci fa sentire che non basta custodire opere, progetti, battaglie ecclesiali, analisi, impegni pastorali, pensieri giusti. Tutto questo può essere buono. Tutto questo può servire. Nessuna di queste cose può diventare il tesoro ultimo. Quando il cuore si incatena anche a ciò che è santo, lo sguardo perde libertà. E una luce posseduta senza umiltà può diventare tenebra.
Non basta avere ragione. Bisogna vedere secondo Cristo.
Cristo vede il peccato senza smettere di cercare il peccatore. Vede la confusione senza lasciarsi confondere. Vede la miseria dell’uomo senza disprezzarlo. Vede la Croce senza fuggire. Vede Pietro nella sua fragilità e continua ad affidargli una missione. Vede Giuda nella sua oscurità e gli rivolge ancora una parola di amicizia.
Forse il Signore non ci chiede sempre di fare di più. A volte ci chiede di tornare più liberi: dal bisogno che tutto venga riconosciuto, dalla pretesa che il bene porti subito frutto visibile, dalla tristezza di chi misura il valore della propria fedeltà sulla risposta degli altri, perfino dall’ansia di dover salvare ciò che appartiene a Cristo prima che a noi.
La luce vera non è l’istinto di giudicare tutto. La luce vera è lo sguardo purificato da Cristo. È la capacità di chiamare il male per nome senza perdere la misericordia. È la fedeltà alla verità senza disprezzo. È la libertà di servire senza pretendere di vedere subito i frutti. È il cuore che non si lascia rubare dalla delusione.
Per noi che viviamo della fede, il vero tesoro non è ciò che riusciamo a costruire, correggere, custodire o difendere. Il vero tesoro è Cristo stesso, il suo amore crocifisso, il suo Sangue versato, la sua misericordia che non viene consumata dalla tignola, non viene corrosa dalla ruggine, non viene rubata dai ladri. Tutto può essere frainteso, dimenticato, disperso. Lui resta.
Il cuore deve tornare lì. Dove niente viene rubato. Dove niente si consuma. Dove la luce non si spegne.
Il Vangelo non ci cerca per umiliarci. Ci cerca per riportarci al centro. Prima che il cuore si leghi a ciò che passa. Prima che lo sguardo si ammali. Prima che il ministero, il servizio, la fede stessa diventino un cumulo di cose sacre custodite con un cuore troppo affaticato.
Perché la tenebra più grande non è quella che riconosciamo come tale. È quella che abbiamo imparato a chiamare luce.
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