
Cari amici, buongiorno. Ieri abbiamo sostato davanti al Cuore trafitto di Gesù, nel giorno della solennità del Sacratissimo Cuore. Oggi rimaniamo ancora davanti a quella ferita, perché dal costato aperto del Signore non esce soltanto il segno della morte. Escono sangue e acqua. Il Vangelo di Giovanni ci chiede di guardare con fede quel particolare, perché lì si apre una sorgente.
Il soldato colpisce il fianco di Gesù con la lancia, e subito ne escono sangue e acqua. È un gesto violento, compiuto su un corpo già consegnato alla morte. Eppure la fede riconosce in quel momento una rivelazione: l’amore di Cristo non si esaurisce nemmeno quando gli uomini hanno consumato tutta la loro violenza. Dal Cuore aperto del Redentore sgorga ancora vita.
Il sangue ci parla del sacrificio. È il Sangue dell’Agnello, versato per la remissione dei peccati, il prezzo della nostra redenzione, il segno dell’amore portato fino all’estremo. Non siamo salvati da un’idea, da un buon sentimento, da una generica benevolenza divina. Siamo salvati dal Sangue di Cristo. Questa parola va custodita con serietà, perché ricorda alla nostra fede che la misericordia ha attraversato il sacrificio, l’obbedienza e la Croce.
L’acqua ci parla della vita nuova. È immagine dello Spirito, della purificazione, del Battesimo, della grazia che rigenera. Dal Cuore trafitto di Gesù nasce il popolo nuovo, lavato e vivificato. La ferita del Signore diventa fonte, e da quella fonte la Chiesa riceve i sacramenti che comunicano la vita eterna. Ciò che sembra una fine diventa inizio. Ciò che appare come sconfitta diventa fecondità.
Pio XII, nella Haurietis aquas, insegna che la Chiesa, vera ministra del Sangue della Redenzione, è nata dal Cuore trafitto del Redentore, e che da esso è sgorgata in abbondanza la grazia dei Sacramenti. È una sintesi luminosa. Il Sacro Cuore ci conduce alla sorgente della Chiesa, non a una devozione chiusa nell’intimità privata. La ferita di Cristo genera comunione, sacramenti, vita ecclesiale, missione.
Questo ci aiuta a comprendere anche la nostra vita sacramentale. Ogni volta che riceviamo il Battesimo, la Confessione, l’Eucaristia, non tocchiamo un rito vuoto o un’abitudine religiosa. Siamo raggiunti da ciò che sgorga dal Cuore aperto di Cristo. I sacramenti non sono decorazioni della fede. Sono il modo con cui il Signore continua a comunicarci la vita che nasce dalla sua Pasqua.
Oggi possiamo domandarci se viviamo i sacramenti come sorgente o come abitudine. È facile avvicinarsi alla grazia con il cuore distratto, quasi fosse una cosa dovuta. Il Cuore aperto di Gesù ci richiama a una fede più grata. Ogni confessione è immersione nella misericordia che sgorga dalla Croce. Ogni comunione è incontro con il Corpo dato e il Sangue versato. Ogni atto di fede ci riporta a quella ferita da cui nasce la nostra speranza.
Entrare nel Cuore aperto di Cristo significa lasciarsi lavare e nutrire. Il sangue e l’acqua parlano di redenzione e di vita, di perdono e di rinascita, di sacrificio e di Spirito. Nulla in noi è troppo povero per essere raggiunto da questa sorgente. Il punto decisivo è non restare lontani. La fonte è aperta. Bisogna accostarsi.
Consegna per la giornata: oggi rinnova interiormente la gratitudine per i sacramenti. Se puoi, fermati davanti al tabernacolo e ringrazia Gesù per il Battesimo, per la Confessione e per l’Eucaristia. Chiedi la grazia di non vivere mai i sacramenti come abitudine, ma come incontro con il suo Cuore aperto.
Giaculatoria da custodire e ripetere durante il giorno: Dal tuo Cuore aperto, Gesù, lavami e donami vita.
Cari amici, se desiderate approfondire durante la giornata questo tema, potete sostare sul racconto del costato aperto nel Vangelo di Giovanni e su una pagina dell’enciclica Haurietis aquas di Pio XII:
“Uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua.” Gv 19,34
“La Chiesa, quindi, vera ministra del Sangue della Redenzione, è nata dal Cuore trafitto del Redentore; e dal medesimo è parimente sgorgata in sovrabbondante copia la grazia dei Sacramenti, che trasfonde nei figli della Chiesa la vita eterna.” Pio XII, Haurietis aquas, 15 maggio 1956.
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