
Entrando nell’Introduzione della nuova enciclica Magnifica Humanitas, ci accorgiamo subito che Papa Leone XIV non comincia da una domanda tecnica. Non ci chiede anzitutto se l’intelligenza artificiale sia utile o pericolosa, se dobbiamo usarla o respingerla, se convenga temerla o celebrarla. Sarebbe troppo poco. Sarebbe ancora una volta rimanere alla superficie dello strumento, come se il problema dell’uomo fosse soltanto scegliere il dispositivo giusto, aggiornare il sistema, cambiare piattaforma e poi dormire tranquillo, cosa che l’umanità riesce a fare con una fiducia quasi commovente nella propria ingenuità.
Questo secondo articolo prende in esame l’Introduzione dell’enciclica, cioè i paragrafi 1-16, con attenzione particolare ai nn. 7-10, nei quali Papa Leone XIV propone le due icone bibliche di Babele e Gerusalemme come chiave di discernimento per il tempo dell’intelligenza artificiale. I paragrafi iniziali preparano la domanda di fondo, mentre quelli conclusivi mostrano come questa scelta diventi responsabilità concreta: costruire nel bene e rimanere umani.
Il Papa pone una domanda più profonda, più biblica, più spirituale: quale città stiamo costruendo?
Fin dalle prime righe dell’enciclica, la questione viene collocata dentro una grande alternativa: «La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme». Questa frase è la porta d’ingresso del documento. Non siamo davanti a un testo che vuole semplicemente regolare l’uso dell’intelligenza artificiale. Siamo davanti a un’enciclica che chiede all’uomo contemporaneo di guardarsi allo specchio e di domandarsi quale forma spirituale stia dando al mondo.
Babele e Gerusalemme diventano così due immagini decisive. Non sono soltanto due luoghi della Scrittura. Sono due modi di pensare la storia, due modi di usare la libertà, due modi di abitare il progresso.
Babele nasce dal desiderio di “farsi un nome”. L’uomo vuole innalzarsi, garantirsi potere, costruire una città e una torre «la cui cima tocchi il cielo». L’impresa sembra grandiosa: una lingua sola, una tecnologia condivisa, una direzione comune. Tutto appare ordinato, efficiente, compatto. Eppure, proprio qui si nasconde l’inganno. L’unità di Babele non è comunione, è uniformità. Non nasce dall’ascolto di Dio, nasce dalla pretesa dell’uomo di bastare a se stesso. Non custodisce la diversità, la appiattisce. Non cerca il cielo come dono, tenta di raggiungerlo come conquista.
Il Papa interpreta Babele come il simbolo di ogni costruzione umana che assolutizza se stessa. Quando una civiltà si edifica sull’orgoglio e sulla pretesa di autosufficienza, la comunicazione si spezza, le lingue si confondono, gli uomini smettono di comprendersi. Il risultato non è l’unità, bensì la dispersione. L’enciclica lo dice con parole nette: Babele rivela «il limite di ogni costruzione che, pur grandiosa, sorge dall’assolutizzazione dell’umano e dalla sua pretesa di autosufficienza».
Qui l’intelligenza artificiale entra nel discorso in modo molto serio. La tecnica, in sé, non è il nemico. Papa Leone XIV lo afferma chiaramente: essa non va considerata «come forza antagonista rispetto alla persona» . La tecnica appartiene alla storia dell’uomo, nasce dalla sua intelligenza, dalla sua libertà, dalla sua capacità di trasformare il mondo. Una lettura cattolica non può cadere in un rifiuto istintivo del progresso, quasi che ogni novità fosse già sospetta per il solo fatto di non essere uscita da una tipografia dell’Ottocento. Sarebbe comodo, forse rassicurante, sicuramente insufficiente.
La questione è un’altra. La tecnica diventa pericolosa quando viene separata dal bene, dalla verità, dalla giustizia, dal riconoscimento di Dio e della dignità dell’uomo. Una tecnologia potentissima, se consegnata all’idolatria del profitto, alla volontà di dominio, alla riduzione della persona a dato, a prestazione, a funzione misurabile, diventa materiale da costruzione per una nuova Babele.
Per questo l’enciclica invita a un discernimento che non si fermi alle emergenze immediate. Il Papa scrive che occorre interrogarsi sulle radici spirituali e culturali delle trasformazioni in atto, perché, se ci si limita alle contingenze, si lascia che siano le emergenze a decidere la direzione del cammino. È una frase molto importante. Significa che il problema non è soltanto che cosa l’intelligenza artificiale possa fare oggi. Il problema è quale immagine dell’uomo essa sta servendo, quale idea di libertà sta alimentando, quale modello di società sta rendendo possibile.
A Babele, l’enciclica oppone Gerusalemme. Non una Gerusalemme astratta, idealizzata, già perfetta. Il Papa richiama la Gerusalemme del libro di Neemia, una città ferita, con le mura crollate e le porte bruciate. Neemia riceve la notizia della rovina, digiuna, prega, intercede, poi agisce. Non parte dal comando arrogante, parte dalla preghiera. Non impone dall’alto un progetto già confezionato, esamina in silenzio le rovine. Non costruisce da solo, convoca il popolo e affida a ciascuno un tratto di muro.
Qui appare una seconda immagine dell’agire umano. Gerusalemme non nasce dalla pretesa di salire al cielo, nasce dalla fedeltà a Dio dentro la storia. Non elimina la fragilità, la assume. Non cancella le differenze, le ordina in un’opera comune. Non crea una lingua unica e imposta, ritrova una lingua comune nella comunione. È la città in cui ciascuno riceve una responsabilità e nessuno può delegare tutto agli altri.
Questa è una chiave preziosa per leggere l’enciclica. L’intelligenza artificiale non viene affrontata come una questione riservata agli specialisti. Certo, servono scienziati, giuristi, educatori, politici, economisti, imprenditori. Servono competenze vere, non chiacchiere da tastiera travestite da profezia. Eppure il Papa allarga lo sguardo: ogni cristiano, ogni comunità, ogni istituzione, ogni uomo di buona volontà deve chiedersi quale tratto di muro gli è affidato.
Il n. 9 offre la frase decisiva: «la prima scelta non è tra un “sì” o un “no” alla tecnologia, ma tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme» . Questa è la chiave. Un cattolico non legge l’enciclica domandandosi soltanto se il Papa sia favorevole o contrario all’IA. Questa domanda è troppo povera. Il Papa chiede se la tecnologia sarà collocata dentro un progetto di dominio o dentro un cammino di comunione; se servirà a concentrare potere o a custodire la dignità; se aumenterà l’isolamento o aiuterà a ricostruire legami; se ridurrà l’uomo a materiale disponibile o lo aiuterà a vivere secondo la sua vocazione.
Per questo il testo afferma che la tecnologia, «in astratto», non è di per sé una soluzione ai problemi dell’umanità, come non è di per sé un male; concretamente, però, «non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa». Questa osservazione è fondamentale. Non basta dire: la tecnica è neutra, dipende dall’uso. Questa affermazione contiene una parte di verità, poi rischia di diventare una scorciatoia. Nella realtà concreta, ogni tecnologia nasce dentro interessi, investimenti, visioni antropologiche, sistemi economici, scelte politiche, modelli culturali. Porta con sé una forma del mondo. Per questo va discernita.
Da qui nasce l’appello del Papa a evitare la “sindrome di Babele”: l’idolatria del profitto, l’uniformità che appiattisce le differenze, la pretesa di un linguaggio unico capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni. È una diagnosi molto seria. L’uomo non è la somma delle sue informazioni. Non è riducibile ai suoi comportamenti misurabili, alle sue preferenze registrate, alle sue tracce digitali. La persona custodisce un mistero che nessuna macchina può possedere, perché la sua verità ultima non nasce dal calcolo, nasce dall’essere creata a immagine di Dio e chiamata alla comunione con Lui.
La via di Neemia, al contrario, è la via della ricostruzione paziente. Il Papa la presenta come lavoro condiviso, ascolto, dialogo, responsabilità, orientamento a Dio. Qui alcune parole oggi molto esposte a fraintendimenti, come pluralismo, dialogo, sinodalità, devono essere lette dentro il loro senso cattolico. Non indicano la dispersione della verità in molte opinioni equivalenti. Indicano il lavoro ordinato di un popolo che, riconoscendo Dio come principio e fine, cerca di ricostruire i legami della convivenza umana. Il Papa precisa che i cristiani trovano la loro forma propria di costruire nell’orientare l’agire a Dio, «perché alla sua luce il pluralismo non si disperda nel disordine».
Questa frase è decisiva. Il pluralismo, lasciato a se stesso, può diventare confusione. Il dialogo, separato dalla verità, può diventare scambio infinito senza conversione. La sinodalità, privata del riferimento a Dio, può scivolare in una procedura ecclesiastica senza anima. Nell’enciclica, invece, tutto viene ricondotto al suo asse: Dio, la dignità della persona, il bene comune, il fine ultimo dell’uomo. Qui sta l’ermeneutica cattolica del testo. La Chiesa non si limita a benedire processi storici già in atto. Li discerne, li giudica, li orienta.
Babele costruisce per dominare. Gerusalemme ricostruisce per abitare. Babele cerca un nome per sé. Gerusalemme riceve il proprio nome da Dio. Babele uniforma. Gerusalemme armonizza. Babele riduce la lingua a strumento di potere. Gerusalemme ritrova una lingua comune nella comunione. Babele vuole salire al cielo. Gerusalemme, nell’Apocalisse, scende dal cielo, da Dio, come dono.
Questo rovesciamento è essenziale. La città buona non è prodotta semplicemente dalla potenza umana. È accolta come dono e costruita come responsabilità. L’uomo collabora con Dio, non lo sostituisce. La tecnica può essere parte di questa collaborazione se resta ordinata al bene dell’uomo. Diventa invece una nuova torre quando pretende di ridefinire l’uomo, superarlo, manipolarlo, amministrarlo come materiale disponibile.
Qui l’enciclica raggiunge il suo nucleo spirituale. Il Papa non ci chiede di avere paura del futuro. Ci chiede di non consegnarlo all’idolatria. Non ci chiede di fuggire dal cantiere del nostro tempo. Ci chiede di entrarvi con fede, intelligenza, responsabilità. Scrive infatti: «non temiamo di sporcarci le mani nel cantiere del nostro tempo. Come Neemia, preghiamo, progettiamo con sapienza, lavoriamo con perseveranza, rimettendo Dio all’orizzonte del nostro agire e l’essere umano al centro delle nostre scelte».
Questa è forse una delle consegne più belle dell’Introduzione. Non fuggire. Non idolatrare. Non subire. Non trasformare la tecnica in un dio. Non trasformare la paura in una spiritualità. Lavorare, pregare, discernere, ricostruire. Nel nostro tempo, anche l’intelligenza artificiale può diventare un tratto di muro affidato alla responsabilità cristiana. Non il muro della chiusura, non il muro della superbia, non il muro della separazione, bensì il muro che protegge la città umana dalla disumanizzazione e custodisce uno spazio in cui l’uomo possa ancora vivere come figlio, fratello, creatura amata da Dio.
Alla fine, la domanda dell’enciclica torna a noi con grande semplicità: stiamo costruendo Babele o Gerusalemme?
Ogni volta che la tecnica serve il profitto senza giustizia, cresce Babele. Ogni volta che il digitale appiattisce la persona in una sequenza di dati, cresce Babele. Ogni volta che l’uomo immagina di salvarsi da solo attraverso il proprio potenziamento, cresce Babele. Ogni volta che una comunità educa, custodisce, include, governa la tecnica secondo verità e responsabilità, si rialza un tratto delle mura di Gerusalemme.
L’enciclica Magnifica Humanitas non ci mette davanti a una nostalgia del passato né a un entusiasmo ingenuo per il futuro. Ci mette davanti a un compito. La tecnica è già nel nostro mondo, nelle nostre case, nelle nostre scuole, nei nostri lavori, nelle nostre relazioni. Fingere che non ci sia sarebbe infantile. Lasciarle decidere che cosa sia l’uomo sarebbe tragico. Il cristiano entra nel cantiere con lo sguardo rivolto a Cristo, perché solo nel Verbo incarnato il mistero dell’uomo trova vera luce.
Per questo, davanti all’intelligenza artificiale, la prima domanda non è: quanto può fare? La domanda è: quale umanità sta servendo? E, ancora più radicalmente: quale città stiamo costruendo?
Babele o Gerusalemme. Il Papa ci ha messo davanti alla scelta. Adesso tocca a noi prendere in mano il nostro tratto di muro.
Per seguire il percorso di lettura su Magnifica Humanitas, riprendo qui i due passaggi precedenti:
LA CHIESA DISARMA L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE PER CUSTODIRE L’UOMO
Riflessione introduttiva alla lettura dell’enciclica
MAGNIFICA HUMANITAS I – STRUTTURA DELL’ENCICLICA
Non partiamo dall’IA, partiamo dall’uomo https://www.facebook.com/don.Mario.cpps/posts/pfbid02rcNFadv2YBbHy3J9qWygGfhHYWxt5tn6WPdtZMoRvScUCENm8wyeivnha6V5hsE1l
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