
Cari amici, duecentocinque anni fa, come oggi, a Roma, nella Basilica di San Nicola in Carcere, accadde qualcosa che oggi merita di essere riportato alla memoria. Gaetano Bonanni, sacerdote romano legato alle origini dei Missionari del Preziosissimo Sangue, uomo discreto e formato alla scuola severa e luminosa della Chiesa, veniva consacrato vescovo.
Era stato nominato pochi giorni prima, il 27 giugno, e la notizia lo raggiunse mentre si trovava a Perugia, impegnato nella predicazione nella cattedrale. È un particolare che dice molto della sua vita: Bonanni non ricevette la chiamata episcopale mentre cercava onori o sistemazioni, la ricevette mentre annunciava il Vangelo.
Fino a quel momento la sua esistenza era stata segnata dalla preghiera, dallo studio, dalla predicazione e da un servizio nascosto. Aveva attraversato anni difficili, vedendo la Chiesa ferita dalla bufera rivoluzionaria e napoleonica, conoscendo lo smarrimento del popolo e la fatica del clero; da quella prova non era uscito più duro, ne era uscito più padre.
Quel giorno, nella basilica romana, la Chiesa gli impose le mani. Il cardinale Pietro Francesco Galleffi, vescovo suburbicario di Albano, fu il consacrante principale; tra i co-consacranti era presente mons. Giovanni Francesco Falzacappa, arcivescovo titolare di Atene, poi cardinale.
Attorno a quel rito non c’era soltanto la solennità di una consacrazione episcopale, si respirava una memoria ecclesiale viva. Erano uomini che avevano conosciuto la prova della Chiesa nel tempo dell’Impero francese, formati nella fedeltà alla Sede Apostolica, consapevoli di quanto potesse costare restare saldi quando la storia pretendeva di piegare la coscienza ecclesiale.
Bonanni riceveva l’episcopato da quella generazione che aveva resistito alla tempesta e che ora consegnava ad altri il compito della ricostruzione.
La sua destinazione non era una sede qualunque; veniva mandato a Norcia, una Chiesa antica e legata alla memoria cristiana dell’Umbria, rimasta per secoli senza una propria autonomia piena. Dopo una lunga stagione di silenzio istituzionale, quella diocesi veniva restaurata e aveva bisogno di un vescovo capace di ridarle forma, vita e respiro.
Qui si comprende la grandezza di quella giornata: l’8 luglio 1821 Bonanni non ricevette un onore da custodire, ricevette una croce da portare.
Davanti a lui non si apriva una strada comoda; lo attendevano una diocesi da riorganizzare, sacerdoti da accompagnare, comunità sparse da visitare, povertà da soccorrere e ferite spirituali da curare. La cattedra episcopale non gli veniva consegnata come un trono, secondo quella brillante fantasia umana che riesce a trasformare anche le cose sacre in graduatorie di prestigio, gli veniva affidata come luogo di servizio.
Bonanni lo comprese e arrivò a Norcia con il passo di chi sa che la Chiesa si ricostruisce con pazienza, non a colpi di proclami. Si rialza entrando nelle pieghe della vita reale, si serve visitando le parrocchie, formando i sacerdoti, ridando dignità alla liturgia, educando il popolo alla fede e chinandosi sui poveri senza farne teatro.
Il suo episcopato sarebbe stato proprio questo: una lunga opera di ricostruzione silenziosa. Non cercò di lasciare il proprio nome inciso sulla pietra, cercò di lasciare Cristo inciso nelle anime. Forse proprio per questo, con quella strana giustizia tardiva che ogni tanto la storia concede dopo essersi distratta per due secoli, oggi siamo qui a pronunciare di nuovo il suo nome.
Gaetano Bonanni fu il primo vescovo della diocesi di Norcia restaurata, un pastore chiamato a ridare vita a una Chiesa locale che sembrava uscire da una lunga notte, un uomo capace di accettare il peso senza trasformarlo in vanità.
Oggi, nel 205° anniversario della sua consacrazione episcopale, non ricordiamo soltanto una data; ricordiamo l’inizio di una paternità e il giorno in cui un sacerdote romano divenne vescovo per una Chiesa da ricostruire.
Da domani, allora, inizieremo a conoscere più da vicino Mons. Gaetano Bonanni, senza partire dalla cattedra episcopale, ma dalle radici: dalla sua fanciullezza romana, dalla famiglia modesta in cui nacque, dagli anni della formazione, dal Seminario Romano e dai maestri che plasmarono la sua anima sacerdotale.
Per comprendere un vescovo bisogna prima guardare il sacerdote che lo ha preceduto, e per comprendere il sacerdote bisogna tornare al silenzio delle origini, là dove Dio prepara lentamente i suoi strumenti, spesso senza che nessuno se ne accorga.
Nei prossimi giorni ripercorreremo il suo cammino: il giovane romano chiamato al sacerdozio, il predicatore nella bufera rivoluzionaria e napoleonica, il fondatore nascosto degli Operai Evangelici, il rapporto con San Gaspare del Bufalo, la rinuncia umile, l’episcopato nursino, la carità verso i poveri, gli scritti spirituali, la morte, l’oblio e finalmente il ritorno alla memoria.
Non sarà un semplice racconto biografico, sarà un cammino di gratitudine, perché una Chiesa che sa ricordare i suoi padri ritrova anche qualcosa di sé.
Cari amici, il 22 luglio le sue ossa saranno ricomposte. Quel gesto parlerà anche di questo: una memoria dispersa torna a prendere forma, e con essa torna a parlare la vita di un vescovo che aveva imparato il Vangelo nella sua forma più esigente, servendo senza possedere, guidando senza cercare sé stesso e lasciando che l’opera di Dio crescesse anche oltre il proprio nome.
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