
Nell’omelia pronunciata alle esequie del cardinale Camillo Ruini, il Papa ha fatto una cosa semplice e profondamente cristiana: ha sottratto una vita al rumore delle interpretazioni immediate e l’ha ricondotta davanti al mistero di Dio. Dinanzi alla morte, la Chiesa non comincia dal giudizio degli uomini, comincia dall’Eucaristia. Non consegna un fratello alle parole della piazza, lo affida alla misericordia del Padre. È questo il primo gesto da comprendere. Prima delle analisi, prima delle memorie, prima delle valutazioni storiche, c’è una vita che ritorna nelle mani di Colui dal quale è venuta.
Il Papa ha ricordato Ruini come “pastore saggio e sollecito del gregge di Cristo”. Questa espressione illumina il senso profondo di un’esistenza sacerdotale ed episcopale. Un pastore non appartiene a se stesso. La sua vita viene consumata dentro il compito ricevuto. Porta pesi che spesso gli altri non vedono, custodisce decisioni che non sempre vengono comprese, attraversa stagioni ecclesiali complesse sapendo che, alla fine, la misura del suo servizio non sarà data dall’approvazione degli uomini, bensì dalla fedeltà con cui avrà cercato il bene della Chiesa.
Nella figura di Ruini il Papa ha voluto riconoscere questa fedeltà. Ha ricordato gli incarichi più umili e quelli più carichi di responsabilità, lo studio teologico, l’insegnamento, il servizio pastorale, l’animazione giovanile, la cura del laicato e delle vocazioni, l’esercizio dell’autorità. È una sorta di mosaico sacerdotale. Ogni tessera, vista da sola, può sembrare parziale; guardata nella luce della fede, compone il volto di una vita spesa. E una vita spesa, anche quando porta i segni della fatica e dei limiti propri di ogni uomo, resta sempre una parola consegnata alla Chiesa.
C’è un passaggio dell’omelia che mi sembra particolarmente bello. Il Papa ha collocato tutto sotto le parole di san Paolo: nulla potrà separarci dall’amore di Dio. Non la morte, non la vita, non il presente, non l’avvenire, non alcuna creatura. È una parola che, nel giorno di un funerale, non serve a decorare il dolore. Lo attraversa. Dice che la vita cristiana non si misura anzitutto dalla riuscita visibile, dalle opere compiute, dal consenso ricevuto, dalle battaglie combattute. Si misura da un amore che precede, sostiene e accompagna. L’amore di Dio non arriva alla fine come premio estrinseco. È stato la sorgente segreta di tutto il cammino.
Il cardinale Ruini, nel suo testamento spirituale, ha scritto parole di grande umiltà: “Da loro ho ricevuto non meno di quello che ho cercato di dare”. In questa frase si riconosce la sapienza di chi, dopo una lunga vita di responsabilità, comprende che ogni servizio cristiano è sempre anche una scuola. Chi guida viene guidato. Chi insegna riceve. Chi sostiene viene sostenuto. Chi sembra dare molto scopre, alla fine, di aver ricevuto forse ancora di più. È una delle leggi più belle della vita ecclesiale, quando non viene deformata dall’ansia del potere o dal bisogno di apparire: il pastore non sta sopra il popolo come un estraneo, cammina dentro un mistero di grazia che lo educa mentre egli educa.
Il Papa ha ricordato anche la preghiera semplice che accompagnò Ruini fin dall’infanzia e poi lungo gli anni, fino alla fragilità della vecchiaia e della malattia. Questo particolare è prezioso. Alla fine, ciò che resta non è la complessità degli incarichi, né il peso delle strutture, né la memoria delle discussioni pubbliche. Resta la preghiera. Resta quel filo umile che unisce il bambino, il sacerdote, il vescovo, il cardinale, l’anziano malato. La preghiera è la continuità nascosta di una vita. Gli uomini vedono le responsabilità, Dio vede il cuore che torna a Lui.
Il Vangelo scelto per le esequie ha portato al centro le parole di Gesù: “Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io”. Qui si apre la dimensione più profonda della vita sacerdotale. Un pastore lavora perché il popolo giunga dove Cristo lo attende. Tutto il resto è mezzo, passaggio, servizio. Anche il progetto culturale, anche la presenza pubblica della fede, anche l’impegno nella vita ecclesiale e civile trovano qui la loro verità ultima. Non si tratta semplicemente di incidere nella società, di orientare una stagione, di costruire percorsi culturali. Si tratta di servire la salvezza dell’uomo. La Chiesa parla alla storia perché l’uomo non smarrisca il suo destino eterno.
In questa luce va compresa anche la memoria del progetto culturale richiamato dal Papa. Non come nostalgia di una stagione, non come rivendicazione di un modello da ripetere meccanicamente, non come bandiera da agitare contro qualcuno. Il progetto culturale nacque da una convinzione: la fede cristiana porta una luce sull’uomo. Non è un sentimento privato, non è un conforto intimistico, non è una decorazione religiosa della vita sociale. È una sapienza che riguarda il senso dell’esistenza, la libertà, la coscienza, la famiglia, l’educazione, il bene comune. In Ruini questa convinzione era forte. La si può discutere nelle forme storiche che assunse; non la si può ridurre a una caricatura senza perdere qualcosa di essenziale della missione ecclesiale.
Il cuore dell’omelia, però, sta forse nel motto episcopale: Veritas liberabit vos, la verità vi renderà liberi. Il Papa ha letto queste parole come sintesi di una concezione cristiana della persona e della libertà. È un punto decisivo. La libertà non nasce dal rifiuto di ogni legame, nasce dall’incontro con la verità. L’uomo non diventa libero quando si inventa senza misura, diventa libero quando riconosce il bene per cui è fatto. In un tempo segnato da derive relativiste e da visioni fluide della realtà e dell’uomo, questa parola risuona con particolare forza. Non è una formula del passato. È una parola per il nostro presente fragile, confuso, spesso convinto che per essere libero l’uomo debba smettere di riceversi da Dio.
La morte di Ruini, letta attraverso l’omelia del Papa, diventa così una meditazione sulla verità che accompagna fino alla soglia. La verità non è stata per lui un concetto astratto. È stata un centro, un criterio, una direzione. La verità non rende la vita più facile, rende la vita più solida. Non evita il contrasto, dona una misura interiore. Non risparmia incomprensioni, offre un punto da cui ripartire. Quando un uomo trova nella verità che viene da Dio il perno della propria esistenza, può attraversare anche stagioni difficili senza disperdersi.
C’è poi il rapporto con san Giovanni Paolo II, che il Papa ha richiamato con parole intense. In lui Ruini aveva riconosciuto l’unità tra preghiera, vita e apostolato, il coraggio della fede che guida la storia, la capacità di amare e di perdonare. Questa consonanza dice molto. Gli anni in cui Ruini servì la Chiesa italiana furono profondamente segnati da quel pontificato. Era una stagione in cui la fede non si vergognava di pensare la storia, in cui la Chiesa non rinunciava a parlare dell’uomo nella sua interezza, in cui la verità cristiana veniva proposta come via di libertà e non come peso da nascondere.
Ora tutto questo viene consegnato alla misericordia di Dio. Ed è giusto che sia così. Nessuna vita, neppure quella di un cardinale, si chiude davanti agli uomini. Ogni vita si compie davanti al Padre. La Chiesa, celebrando le esequie, non pretende di possedere l’ultimo giudizio. Prega. Affida. Ringrazia. Riconosce il bene. Chiede perdono per ciò che solo Dio conosce. Accompagna un figlio fino alla soglia, sapendo che oltre quella soglia non parlano più i commenti, le polemiche, le interpretazioni. Parla soltanto la misericordia.
Per questo l’omelia del Papa non è stata soltanto un atto dovuto. È stata una lezione spirituale. Ci ha ricordato che una vita ecclesiale va letta nella luce della fede, non nella fretta della reazione. Ci ha ricordato che il servizio alla Chiesa non è mai riducibile a una categoria politica. Ci ha ricordato che la verità, quando viene da Cristo, non imprigiona l’uomo, lo libera. Ci ha ricordato che la preghiera semplice, custodita dall’infanzia fino alla vecchiaia, può essere la radice nascosta anche delle responsabilità più grandi.
Il cardinale Camillo Ruini ha terminato il suo cammino terreno. Resta la memoria di un pastore che ha servito la Chiesa in anni decisivi, cercando nella verità di Cristo il centro della vita e della missione. Resta una domanda per noi: siamo ancora disposti a lasciarci liberare dalla verità? O preferiamo una libertà senza radice, più comoda, più fluida, più applaudita, e proprio per questo più fragile?
Nel giorno delle sue esequie, la Chiesa non ha consegnato Ruini alla nostalgia, né alla polemica. Lo ha consegnato a Dio. E in questa consegna si intravede forse il senso più profondo di ogni vita cristiana: camminare nella verità, servire nella fede, pregare fino alla fine, attendendo che il Signore compia ciò che la nostra povera vita ha solo potuto iniziare.
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