Il primo incontro ufficiale di Papa Leone XIV con le Autorità, la Società civile e il Corpo diplomatico si è aperto con il saluto del Re di Spagna. È stato un discorso tutt’altro che formale. Non un semplice atto di cortesia istituzionale, non una cornice cerimoniale destinata a precedere la parola del Papa, ma una vera consegna: la Spagna ha accolto Pietro riconoscendo la propria storia, le proprie ferite, le proprie attese e le proprie domande.

Colpisce anzitutto il tono del discorso. Il Re ha accolto Leone XIV non come un ospite distante, ma come un uomo che conosce da vicino la lingua, la cultura e la sensibilità del mondo ispanofono. Ha ricordato gli anni di vita missionaria e di ministero pastorale in Perù, l’esperienza maturata nella famiglia agostiniana e il legame profondo con l’Iberoamerica. Questo riferimento non è secondario. Dice che il Papa arriva in Spagna portando con sé una familiarità particolare: non entra in un mondo estraneo, ma in una terra legata alla sua esperienza missionaria, alla sua lingua pastorale, alla sua memoria ecclesiale.

Il passaggio più forte, a mio avviso, è stato il riconoscimento esplicito della radice cattolica della Spagna. Il Re ha affermato che senza la fede cattolica la storia e la cultura del Paese non si comprenderebbero. In un’Europa che spesso guarda alle proprie radici cristiane con imbarazzo, quasi fossero un parente anziano da sistemare in fondo alla sala durante le fotografie ufficiali, questa affermazione ha un peso notevole. Non si tratta di trasformare la fede in identità politica, né di ridurre il cristianesimo a memoria culturale. Si tratta di riconoscere un dato storico e spirituale: la Spagna è stata plasmata profondamente dal cattolicesimo, dalla santità dei suoi mistici, dalla religiosità popolare, dalle sue opere di carità, dal sangue dei testimoni, dalla vita quotidiana di un popolo che ha imparato a pregare, soffrire e sperare dentro una grammatica cristiana.

Molto significativo è stato anche il riferimento alla grande opera sociale della Chiesa. Il Re ha ricordato religiosi, religiose, sacerdoti, diaconi, giovani impegnati nelle parrocchie, volontari, missionari. Ha riconosciuto una presenza capillare, discreta, concreta, spesso lontana dai riflettori. È bene che questo venga detto pubblicamente. In tempi in cui molti ricordano la Chiesa solo quando serve accusarla, e spesso con una soddisfazione che somiglia più alla rivalsa che alla giustizia, il riconoscimento del bene compiuto è un atto di verità. La Chiesa non è un’idea astratta. È anche quella moltitudine di uomini e donne che, ogni giorno, servono nei luoghi dove la vita è più fragile.

Il discorso del Re ha avuto poi il merito di non evitare la ferita degli abusi. Questo punto era atteso, delicato e inevitabile. Lo ha affrontato con equilibrio: ha riconosciuto l’immenso bene della Chiesa senza usarlo per coprire il male, e ha nominato il dolore causato dagli abusi senza usarlo per cancellare il bene. Questa è una postura rara, perché il dibattito pubblico ama quasi sempre le scorciatoie: o demolire tutto o difendere tutto. Due modi opposti di non servire la verità. Qui, invece, il Re ha indicato una via più giusta: chiarezza, fermezza, processo sanante e riparazione. Sono parole che non possono restare formule. Quando si parla di vittime, la Chiesa non può limitarsi a proteggere la propria immagine. Deve lasciarsi giudicare dal Vangelo che annuncia.

Un altro passaggio di grande interesse è stato quello sulla formazione scientifica del Papa. Il Re ha ricordato il suo rapporto con le matematiche e ha costruito attorno a questa immagine una riflessione sui fondamenti della vita comune. Ha parlato della dignità della persona, dei diritti umani, dei valori democratici e della legalità internazionale come di “numeri primi”, cioè principi fondamentali, non scomponibili, non negoziabili secondo l’umore della cronaca. È stata un’immagine felice. In un tempo in cui tutto sembra fluido, negoziabile, giustificabile, adattabile al vantaggio del momento, il richiamo a ciò che resta fondativo è particolarmente prezioso.

Da qui il Re è passato alla prima enciclica di Leone XIV, Magnifica Humanitas, cogliendone un punto decisivo: l’intelligenza artificiale non può essere pensata senza una visione dell’uomo. Il Papa viene letto come uomo di spirito e di scienza, capace di parlare a un tempo che cambia rapidamente senza cadere nel catastrofismo e senza consegnarsi all’entusiasmo ingenuo. Questo è un nodo centrale. La questione dell’intelligenza artificiale non riguarda solo la tecnica. Riguarda l’uomo. Riguarda la libertà, la responsabilità, il lavoro, la coscienza, la relazione, l’ascolto, la capacità di non lasciare che l’algoritmo decida ciò che deve restare umano. Qui la Spagna ha mostrato di attendere dal Papa una parola alta, capace di unire fede, ragione e responsabilità sociale.

Molto bello anche il richiamo all’ascolto. Il Re ha ricordato Papa Francesco e la sua insistenza sulla necessità di ascoltare. In un tempo di interconnessioni, ha osservato, stiamo perdendo la capacità o la pazienza dell’ascolto. È una diagnosi semplice e vera. Siamo connessi, raggiungibili, informati, sollecitati senza tregua, eppure sempre meno capaci di sostare davanti all’altro. La comunicazione corre, la comprensione arranca. Abbiamo strumenti potentissimi per parlare e una povertà crescente nel capire. Anche qui, il mondo moderno riesce a compiere il piccolo prodigio inverso: moltiplicare i mezzi e impoverire il fine.

La conclusione del discorso ha posto al centro la parola “unità”, riprendendo le prime parole pronunciate da Leone XIV dalla Loggia delle Benedizioni dopo l’elezione. Il Re ha letto il pontificato nascente attraverso quella immagine: costruire ponti, cercare l’incontro, promuovere il dialogo, camminare verso la pace. Non una unità vaga, non una concordia sentimentale, non una pace ridotta ad assenza di conflitto. Una unità che nasce dalla coscienza della fragilità umana e dalla capacità dell’uomo di aprirsi al bene, alla bellezza, al prossimo.

Questo primo discorso istituzionale consegna dunque al Papa una Spagna consapevole di essere attraversata da grandi domande. Una Spagna che riconosce le proprie radici cattoliche e sa di vivere in un tempo nuovo. Una Spagna che ringrazia la Chiesa per il bene compiuto e le chiede chiarezza sulle sue ferite. Una Spagna che guarda al futuro dell’intelligenza artificiale e chiede che la persona resti al centro. Una Spagna che parla di ascolto, unità e pace in un mondo sempre più frammentato.

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