Entriamo ora nel quinto capitolo di Magnifica Humanitas, intitolato “La cultura della potenza e la civiltà dell’amore”. Dopo aver riflettuto sulla verità, sull’educazione, sul lavoro e sulla libertà nel tempo digitale, Papa Leone XIV allarga lo sguardo alla pace e alla guerra, mostrando che l’intelligenza artificiale non riguarda soltanto la vita civile, il lavoro, la comunicazione o l’educazione. Entra anche nelle logiche della potenza, della propaganda, del riarmo, degli armamenti e della preparazione culturale dei conflitti.

Il riferimento principale è ai paragrafi 181-192, con un richiamo ai nn. 197-199, dove l’enciclica affronta il tema delle armi e dell’intelligenza artificiale. Il cuore del discorso si trova nei paragrafi 189-192, dedicati alla normalizzazione della guerra, alla perdita della memoria storica, alla forza delle narrazioni mediatiche polarizzanti e al ruolo degli algoritmi che amplificano lo scontro.

Il Papa descrive con parole molto nette il clima in cui viviamo: «si va consolidando una cultura della potenza», nella quale la disponibilità dei mezzi e la capacità di dominare finiscono per dettare l’agenda e i criteri della decisione, relegando il bene comune dell’umanità sullo sfondo e riducendo il dramma concreto dei popoli in guerra a variabile secondaria rispetto agli interessi strategici. Questa è la diagnosi di fondo.

La cultura della potenza nasce quando il mezzo diventa criterio. Conta ciò che si può fare, ciò che si può controllare, ciò che si può imporre, ciò che garantisce vantaggio. Il bene comune arretra. La sofferenza dei popoli diventa un dato collaterale. I morti, i profughi, i bambini, le città distrutte, le famiglie spezzate, tutto viene misurato dentro calcoli strategici. La guerra perde il volto delle vittime e diventa scenario, equilibrio, deterrenza, pressione, mossa geopolitica. Una parola dopo l’altra, la carne sparisce. Comodissimo, naturalmente: la coscienza soffre meno quando le persone diventano categorie.

Papa Leone XIV afferma che questa cultura della potenza penetra nella società, modifica relazioni e comportamenti, normalizza la guerra, insegue una potenza militare sempre maggiore, approfitta della crisi del multilateralismo e alimenta un falso realismo secondo cui alternative non esistono. Qui il punto è decisivo: la guerra non torna normale solo quando scoppia. Torna normale prima, quando il linguaggio pubblico si abitua a considerarla inevitabile.

Nel 1965 San Paolo VI gridò davanti all’ONU: «Non più la guerra, non più la guerra!» . L’enciclica ricorda che, dopo la Seconda guerra mondiale, la pace era stata posta al centro dell’ordine internazionale e molte Costituzioni avevano relegato il ricorso alle armi a casi estremi e rigorosamente delimitati. La guerra era percepita come extrema ratio, circondata da limiti etici e giuridici rigorosi.

Oggi, osserva il Papa, assistiamo invece a un cambio di paradigma nel discorso pubblico e nelle scelte di riarmo. La guerra viene riabilitata come strumento della politica internazionale, mentre vengono erosi proprio quei criteri etici che ne avevano limitato l’uso. Conflitti regionali, escalation di tensioni, minacce incrociate e forme di espansione territoriale tornano quasi abituali.

Questa normalizzazione non avviene nel vuoto. Viene preparata da narrazioni. L’opinione pubblica viene progressivamente orientata e assuefatta da racconti polarizzanti, spesso amplificati da algoritmi che valorizzano lo scontro e la contrapposizione. Qui entra direttamente il nostro mondo digitale. Gli algoritmi non dichiarano guerra. Possono però creare il clima in cui la guerra appare più pensabile, più accettabile, più inevitabile.

La questione è sottile e grave. Le piattaforme premiano ciò che trattiene l’attenzione. E ciò che trattiene l’attenzione, spesso, è lo scontro. Lo vediamo anche leggendo i commenti ai post. L’indignazione corre più veloce della prudenza. La paura viaggia meglio della complessità. L’immagine violenta prende più spazio dell’analisi. La caricatura dell’avversario rende più della comprensione. Così, giorno dopo giorno, l’ambiente comunicativo ci educa a pensare per blocchi contrapposti: noi e loro, amici e nemici, buoni e cattivi, salvatori e traditori. L’umanità, già poco incline alla sfumatura, riceve un ulteriore incoraggiamento tecnologico a diventare tribale. Un bel servizio alla civiltà, non c’è che dire.

Il Papa parla anche di perdita della memoria storica. L’attenuarsi della testimonianza diretta della Shoah e delle due guerre mondiali facilita una riscrittura selettiva o distorta del passato; false notizie e manipolazioni narrative offuscano le lezioni apprese. Quando la memoria degli orrori della guerra si indebolisce, le decisioni politiche rischiano di essere prese sulla base di calcoli di forza, senza una visione delle conseguenze a lungo termine.

La memoria non è nostalgia. È difesa morale. Ricordare la guerra significa impedire che venga raccontata come gioco di potenza senza corpi, senza lacrime, senza sepolture, senza fame, senza mutilazioni, senza traumi, senza generazioni ferite. Una società senza memoria può essere facilmente sedotta da linguaggi muscolari. Può convincersi che la violenza sia pulita, chirurgica, necessaria, quasi igienica. È qui che la tecnica diventa pericolosa: quando rende la distanza così grande da farci dimenticare il volto di chi muore.

L’enciclica aggiunge che la dimensione mediatica e digitale è un elemento nuovo e decisivo. Le reti di comunicazione, gli ambienti informativi frammentati e gli algoritmi che premiano lo scontro possono amplificare polarizzazione e risentimento, accelerare la propaganda e rendere più difficile un discernimento comune. La guerra viene così non solo combattuta, bensì preparata culturalmente attraverso narrazioni semplificanti, logiche amico-nemico, disinformazione e paura.

Questo ci riporta ad una verità molto scomoda: la guerra viene preparata culturalmente. Prima delle armi, c’è il linguaggio. Prima dei carri, ci sono le narrazioni. Prima delle bombe, ci sono le paure coltivate, le immagini selezionate, le notizie distorte, gli avversari disumanizzati, le parole che abituano all’odio. Non ogni polemica prepara una guerra, sia chiaro. Eppure ogni guerra ha bisogno di una cultura che renda il nemico meno umano.

Per questo il digitale non è neutro nemmeno rispetto alla pace. Può favorire conoscenza, denuncia delle ingiustizie, solidarietà, informazione corretta, mobilitazione per le vittime. Può anche amplificare propaganda, disinformazione, risentimento, paura, desiderio di vendetta. Il problema, ancora una volta, non è la tecnologia isolata. È la tecnologia dentro una cultura della potenza.

Il Papa arriva a dire che, quando si attenua la memoria storica e si indeboliscono i criteri etici che proteggono i civili e i più fragili, diventa più facile presentare la violenza come necessaria, inevitabile o persino “pulita”. Questa è una delle illusioni più pericolose del nostro tempo. Una violenza tecnologicamente raffinata può sembrare meno violenta. Un attacco a distanza può sembrare meno grave. Una decisione automatizzata può sembrare meno personale. Una vittima ridotta a dato può sembrare meno vittima.

Qui si apre il tema delle armi e dell’intelligenza artificiale. L’enciclica richiama lo sviluppo dei sistemi d’arma legati all’IA e osserva che la crescente facilità con cui sistemi ad autonomia operativa possono essere impiegati rende la guerra più praticabile e meno soggetta al controllo umano, contraddicendo il principio secondo cui il ricorso alla forza armata deve restare ultima risorsa in caso di legittima difesa.

Questo è il punto morale più grave. L’IA può abbassare la soglia della violenza. Può rendere più facile colpire, più rapido decidere, più impersonale uccidere. Se l’uomo resta lontano, se la decisione viene automatizzata, se la responsabilità si opacizza, la guerra perde un ulteriore argine morale. Non perché prima fosse umana, la guerra resta sempre una ferita terribile. Con l’automazione rischia di diventare ancora più disumana, perché più rapida, più impersonale, più facile da giustificare.

Il Papa respinge anche l’idea di “agenti morali artificiali”, come se una macchina potesse garantire meglio dell’uomo la distinzione tra bene e male. Il giudizio morale non è riducibile a calcolo: implica coscienza, responsabilità personale e riconoscimento dell’altro come persona. Per questo non è lecito affidare a sistemi artificiali decisioni letali o irreversibili.

Qui il testo è fortissimo: «Non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile». Questa frase andrebbe tenuta al centro. L’IA non redime la guerra. Non la purifica. Non la rende moralmente leggera. Può renderla più rapida e impersonale, abbassando la soglia del ricorso alla violenza e trasformando le vittime in dati.

La cultura della potenza funziona proprio così: prende il mezzo e lo separa dal volto. Prende la decisione e la separa dalla responsabilità. Prende la vittima e la trasforma in obiettivo. Prende il conflitto e lo riveste di necessità. Prende la paura e la usa come carburante. Poi chiama tutto questo realismo. Non c’è nulla di più irreale di un realismo che non guarda le vittime.

Per questo Magnifica Humanitas mette in contrasto la cultura della potenza con la civiltà dell’amore. Non si tratta di opporre ingenuità e realismo. Il Papa non propone una pace sentimentale, vaga, fatta di frasi belle e impotenti. Denuncia un falso realismo che considera la guerra inevitabile e presenta la pace come illusione. La vera alternativa non è tra realisti e sognatori. È tra chi accetta la logica della potenza come destino e chi crede che la pace sia ancora un compito politico, morale, spirituale.

La guerra che torna normale è una delle sconfitte più gravi della nostra epoca. Non solo perché produce morti, distruzioni e profughi. Anche perché educa interi popoli a pensare che la forza sia l’ultima grammatica della storia. Quando questo accade, la politica si impoverisce, il diritto arretra, il dialogo viene ridicolizzato, la diplomazia appare debole, la pace diventa una pausa provvisoria tra due conflitti.

Il cristiano non può accettare questa rassegnazione. Non può lasciare che la guerra venga preparata nelle parole, nelle immagini, negli algoritmi, nelle paure collettive, nelle narrazioni che disumanizzano l’altro. Non può dimenticare che ogni vittima ha un volto. Non può chiamare “inevitabile” ciò che nasce anche da scelte, interessi, omissioni, menzogne, orgogli nazionali, ambizioni economiche, calcoli strategici.

Ci troviamo, allora dinanzi ad un grande avvertimento: la cultura della potenza non si manifesta soltanto nei palazzi militari. Abita anche nei nostri linguaggi. Nelle nostre condivisioni. Nelle nostre semplificazioni. Nelle nostre paure coltivate. Nella facilità con cui accettiamo che l’altro venga ridotto a minaccia. Nei sistemi digitali che premiano la contrapposizione e trasformano la complessità in campo di battaglia.

La pace comincia anche dalla conversione dello sguardo e della parola. Prima di disarmare i popoli, occorre disarmare le narrazioni. Prima di fermare le armi, occorre smascherare le menzogne che le rendono desiderabili. Prima di invocare la pace, occorre smettere di educare alla guerra.

Magnifica Humanitas ci ricorda che l’intelligenza artificiale, i media digitali e gli algoritmi non sono fuori da questo dramma. Possono servire la pace o alimentare la cultura dello scontro. Possono aiutare a conoscere le vittime o trasformarle in dati. Possono favorire il dialogo o addestrarci alla polarizzazione. Possono custodire la memoria o contribuire a riscriverla.

La domanda finale che ci lascia è scomoda: stiamo usando la tecnologia per costruire una civiltà dell’amore o per rendere più efficiente la cultura della potenza?

Quando la guerra torna normale, l’uomo ha già perso qualcosa prima ancora che inizino i bombardamenti. Ha perso la memoria, il volto dell’altro, il senso del limite, la capacità di credere che la pace non sia ingenuità, bensì responsabilità. E quando una civiltà perde queste cose, può anche avere armi intelligenti. Resta moralmente ottusa.

Per seguire il percorso di lettura su Magnifica Humanitas, riprendo qui il passaggio precedente:

MAGNIFICA HUMANITAS X. Libertà sorvegliata: dipendenze, controllo sociale e nuove schiavitù digitali

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