
L’82ª Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana non è stata una semplice scadenza interna. Aveva al centro le “Linee di orientamento per il cammino delle Chiese in Italia” e alcune determinazioni per la ricezione del Cammino sinodale e ai vescovi era chiesto di approvare una prospettiva pastorale per i prossimi anni, raccogliendo il percorso compiuto e individuando alcune priorità per la vita ecclesiale. Il punto di partenza era già molto netto: la fede non può più essere data per scontata e la società italiana non fa più normalmente riferimento al Vangelo.
Dentro questo contesto è arrivato il discorso di Papa Leone XIV ai vescovi italiani. Per questo non va letto come un saluto di circostanza o come una meditazione spirituale accanto ai lavori dell’Assemblea. Il Papa è entrato nel cuore del problema. Ha ascoltato il cantiere della Chiesa italiana e gli ha consegnato un criterio: prima del metodo, prima delle strutture, prima degli organismi di partecipazione, viene il Vangelo.
Nei mesi scorsi, il Cardinale Zuppi è tornato più volte su un dato che non può essere ignorato: non viviamo più in un clima di cristianità capace di favorire naturalmente la trasmissione della fede. In una prolusione al Consiglio Permanente della CEI, richiamando il Cardinale Repole, Zuppi ha fatto propria una constatazione precisa: “La trasmissione della fede cristiana oggi non è più un processo normale, che si possa dare per scontato”. È una frase vera, seria, necessaria. Proprio per questo va maneggiata con attenzione.
La scristianizzazione può diventare una diagnosi lucida, quando aiuta la Chiesa a comprendere il tempo presente e a purificare le proprie forme pastorali. Può diventare un alibi, quando permette di attribuire ogni sterilità al contesto esterno, come se la fatica di generare cristiani dipendesse soltanto dalla secolarizzazione, dai giovani distratti, dalle famiglie fragili, dalla cultura dominante. È una tentazione sottile. Si può parlare molto della fine della cristianità e, intanto, evitare la domanda decisiva: le nostre comunità sono ancora capaci di generare alla fede?
Il discorso di Leone XIV impedisce questa via comoda. Il Papa riconosce la stanchezza, la frammentazione, la solitudine, la fatica di trasmettere la fede e la difficoltà nel coinvolgere le nuove generazioni. Non nega la crisi. Non la addolcisce. Subito dopo, però, sposta lo sguardo: Gesù non vede anzitutto un problema da risolvere, vede una messe, vede il campo di Dio. Il primo compito dei pastori è fare proprio lo sguardo del Signore, senza fermarsi ai terreni induriti o ai dati statistici.
Qui sta il primo punto forte. La scristianizzazione non può essere usata come spiegazione rassegnata della sconfitta. Non basta dire che il terreno è cambiato. Occorre domandarsi se la Chiesa sta ancora seminando il Vangelo con la fiducia del Risorto. La crisi del clima di cristianità non autorizza una pastorale depressa, non giustifica l’abbassamento dell’annuncio, non permette di ridurre la Chiesa a presidio sociale o ad agenzia di vicinanza umana. Il Papa non dice alla Chiesa italiana: il mondo non vi aiuta più, dunque adattatevi. Dice una cosa molto più esigente: proprio ora, la priorità è il Vangelo.
Questa affermazione è il centro del discorso. Leone XIV richiama san Francesco, Evangelii nuntiandi di san Paolo VI ed Evangelii gaudium di Papa Francesco, e colloca tutto dentro l’incontro vivo con Cristo morto e risorto, presente nella sua Chiesa. “La priorità è il Vangelo” non è una formula ornamentale. È il criterio di discernimento per l’intera Chiesa italiana.
Il Cardinale Zuppi, aprendo l’Assemblea, aveva offerto una lettura ampia della situazione italiana ed ecclesiale. Pace, memoria, annuncio, comunità, sinodalità, giustizia, casa, cambiamenti climatici: molti temi, raccolti nel filo di una Chiesa chiamata a essere lievito in un tempo confuso. Questa ampiezza ha una sua ragione. La Chiesa vive nella storia, parla agli uomini e alle donne del suo tempo, incontra ferite reali, assume domande concrete. L’annuncio cristiano non abita un cielo separato dalla vita dei popoli.
Proprio qui emerge il punto decisivo. Quando i temi diventano molti, il centro può attenuarsi. Quando la Chiesa parla di tutto, deve far capire da dove parla. Quando entra nelle questioni del mondo, deve mostrare con chiarezza che il suo primo dono non è una competenza sociologica, una mediazione culturale o una sensibilità civile. Il suo primo dono è Cristo.
Leone XIV, nel suo discorso, ha riportato tutto a questo centro. Non ha chiesto anzitutto una Chiesa più efficiente, più organizzata, più aggiornata nel linguaggio. Ha chiesto una Chiesa che torni a lasciarsi generare dal Vangelo e a generare alla fede. In tempi di calo della pratica religiosa, di smarrimento dei giovani e di indebolimento della trasmissione cristiana, la tentazione più facile è spostare l’attenzione sulle strutture. Si moltiplicano tavoli, progetti, verifiche, processi, lessici condivisi. Tutto può essere utile, quando resta al servizio dell’annuncio. Tutto può diventare sterile, quando prende il posto dell’annuncio. E l’apparato ecclesiastico, quando si innamora dei propri processi, sa produrre una quantità di carta capace di far impallidire anche una cancelleria imperiale.
Qui si colloca il passaggio sull’iniziazione cristiana. Papa Leone ha ricordato che essa non può essere pensata solo come preparazione ai Sacramenti. Deve tornare a essere il “grembo” nel quale una comunità genera alla fede, introduce nella vita pasquale, nella comunione con il Signore e nella fraternità ecclesiale. È forse la parola più importante del discorso. La Chiesa italiana viene invitata a uscire da una logica amministrativa della catechesi. Non basta preparare bambini e ragazzi a ricevere un sacramento. Occorre che la comunità cristiana torni a essere madre.
Questa immagine del grembo è la risposta più forte alla scristianizzazione. In un tempo in cui la fede non passa più per eredità sociale, la comunità cristiana deve tornare a generare. La crisi della cristianità non autorizza una pastorale rassegnata; chiede una pastorale più materna, più pasquale, più ecclesiale. La domanda non è soltanto perché il mondo non crede più. La domanda, molto più scomoda, è se le nostre comunità siano ancora luoghi nei quali una persona può incontrare Cristo, essere introdotta alla vita sacramentale, imparare a pregare, appartenere realmente alla Chiesa e vivere il Vangelo nella storia.
Per decenni molte comunità hanno retto su un cristianesimo ancora socialmente trasmesso. Le famiglie portavano i figli al catechismo, la parrocchia offriva un percorso, i sacramenti scandivano alcune tappe della crescita. Quel mondo non è più il nostro mondo. Continuare a comportarsi come se la fede fosse ancora un presupposto significa preparare celebrazioni senza generare discepoli. Il Papa, con una parola semplice e antica, riporta la pastorale al suo principio: la Chiesa è madre perché genera alla vita di Cristo. Quando smette di generare, può anche continuare a organizzare bene, e proprio lì si manifesta la sua povertà più profonda.
Il nodo sinodale va letto alla luce di questo. L’Assemblea CEI aveva al centro la ricezione del Cammino sinodale e le Linee di orientamento per i prossimi anni. Leone XIV non ha ignorato questo percorso. Lo ha accolto e lo ha purificato. Ha affermato che il Cammino sinodale deve diventare stile permanente, richiamando l’ecclesiologia del Popolo di Dio e la responsabilità di tutti i battezzati. Ha anche precisato che la partecipazione va vissuta nel coinvolgimento dei diversi carismi e ministeri e “nel rispetto del compito proprio del Vescovo”.
Questa precisazione è preziosa. La sinodalità, nel discorso del Papa, non è parlamentarismo ecclesiale e nemmeno una procedura per redistribuire il potere secondo categorie mondane. Non è il modo elegante per sostituire la forma sacramentale della Chiesa con una dinamica assembleare. È partecipazione ordinata alla comunione e alla missione. Il vescovo resta principio visibile di unità nella Chiesa particolare. I carismi non vengono soffocati. I ministeri non vengono confusi. La partecipazione non è una concessione paternalistica; è esigenza della comunione ecclesiale. Proprio per questo ha bisogno di un ordine, di una forma, di un riferimento al ministero apostolico.
Il Papa chiede alla Chiesa italiana di camminare insieme senza perdere la propria struttura sacramentale. Questa è una parola necessaria. In questi anni, il linguaggio sinodale è stato spesso usato bene e talvolta usato male. Ascolto, discernimento, partecipazione, corresponsabilità, riforma: sono parole importanti, capaci di aprire processi veri. Separate dal Vangelo, dalla fede ricevuta, dalla comunione gerarchica e dal ministero episcopale, diventano parole elastiche, pronte a sostenere qualunque direzione. Radicate nel Vangelo, diventano strumenti di conversione ecclesiale.
Anche la riforma delle strutture CEI viene posta sotto questo criterio. Il Papa ha indicato una direzione precisa: le strutture devono essere modellate alla luce delle esigenze della missione e delle mutate condizioni storiche, senza imitare schemi organizzativi esterni e senza ridurre tutto a efficienza amministrativa. È una distinzione decisiva. La Chiesa ha bisogno di strutture. Nessuno governa una comunità reale con le emozioni e gli slogan, a meno che voglia fondare un condominio spirituale destinato al disastro. Le strutture, però, devono servire la missione. Quando si assolutizzano, diventano peso. Quando imitano modelli aziendali, perdono l’anima. Quando cercano solo efficienza, rischiano di rendere più rapido il vuoto.
La riforma ecclesiale non nasce dal desiderio di funzionare meglio secondo i criteri del mondo. Nasce dal bisogno di annunciare meglio Cristo, custodire la comunione, servire il popolo di Dio e abitare il tempo presente con fedeltà evangelica. Per questo il discorso di Leone XIV può essere letto come una correzione fraterna alla Chiesa italiana. Non una smentita del Cammino sinodale, ovvio, e nemmeno una consacrazione ingenua di ogni suo linguaggio. Piuttosto, gli ha dato una ricollocazione teologica. Il Papa prende le parole della stagione ecclesiale italiana e le rimette davanti al loro giudice naturale: il Vangelo. Se una parola serve il Vangelo, può essere accolta. Se lo oscura, va purificata. Se pretende di sostituirlo, va respinta.
In questa luce, anche la scristianizzazione deve essere interpretata correttamente. Non possiamo ritenere che la scristianizzazione è un destino davanti al quale rassegnarsi, una liberazione automatica da forme antiche oppure una colpa da scaricare interamente sul mondo. La scristianizzazione è una prova e al tempo stesso anche una verifica. Senza il sostegno automatico della cristianità, la Chiesa italiana può finalmente vedere se vive davvero del Vangelo o se per troppo tempo ha vissuto anche di consuetudini, automatismi, appartenenze sociologiche, residui culturali.
La fine di un clima di cristianità può diventare occasione di purificazione soltanto se conduce a un annuncio più limpido di Cristo. Se conduce a una Chiesa più timida, più incerta, più preoccupata di non disturbare, allora non è purificazione; è resa. Se conduce a una Chiesa che smette di generare e si limita ad accompagnare processi umani senza introdurre alla vita nuova, allora non è conversione pastorale; è impoverimento teologico rivestito di delicatezza.
La Chiesa italiana si trova davanti a una conversione concreta. Deve smettere di pensare che il problema principale sia conservare tutto ciò che ha ereditato. Deve evitare anche l’illusione opposta, quella di rinnovare tutto semplicemente cambiando linguaggio e procedure. Il Papa indica un’altra via: il coraggio dell’essenziale. Essenziale non significa minimo. Significa ciò senza cui tutto il resto perde senso. È essenziale il Vangelo, l’incontro vivo con Cristo, l’iniziazione cristiana come grembo generativo, la comunione ecclesiale, il compito proprio del vescovo e la missione.
Da qui nasce anche una domanda scomoda per le nostre comunità: quale volto di Dio lasciamo trasparire? Leone XIV l’ha posta ai vescovi in modo diretto, collegandola alla predicazione, alla catechesi, alla liturgia, alla carità e alla vita delle comunità. Una parrocchia può avere attività, calendari, riunioni, organismi, progetti educativi e gruppi ben organizzati. Resta da chiedersi se attraverso tutto questo una persona incontra Cristo, viene introdotta nella fede, impara a pregare, scopre la vita sacramentale, cresce nella carità, si sente parte viva della Chiesa. Senza questa verifica, anche la pastorale più generosa rischia di diventare manutenzione dell’esistente.
Il discorso di Leone XIV ai vescovi italiani, dunque, è una parola seria alla Chiesa italiana. Le ricorda che non basta parlare di scristianizzazione, se poi questa parola diventa il paravento dietro cui nascondere la nostra incapacità di generare. Non basta camminare insieme, se non si sa verso Chi si cammina. Non basta ascoltare, se l’ascolto non conduce all’obbedienza della fede. Non basta riformare le strutture, se le strutture non tornano a servire la missione. Non basta parlare all’uomo contemporaneo, se non gli si dona Cristo.
La Chiesa italiana ha davanti un compito grande: tornare a generare alla fede in un tempo che non la presuppone più. Questo richiede vescovi capaci di vedere con lo sguardo del Signore, comunità capaci di essere grembo, presbiteri capaci di servire senza rifugiarsi nella semplice gestione, laici capaci di partecipare secondo la propria vocazione, organismi ecclesiali realmente ordinati alla missione. Leone XIV non ha chiesto una Chiesa più rumorosa o più simpatica al mondo. Ha chiesto una Chiesa più evangelica ed utile.
Forse proprio qui sta il punto più esigente. In una stagione in cui alcuni vorrebbero una Chiesa più identitaria secondo schemi di difesa e altri una Chiesa più fluida secondo le mode del tempo, il Papa richiama la vera e grande via cattolica: tornare al Vangelo, dentro la Chiesa, nella comunione, per la missione. Tutto il resto, senza questo centro, resta movimento. E il movimento, quando non nasce da Cristo, può anche sembrare vita. Spesso è soltanto agitazione ben organizzata.
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