Una riflessione nata da un pellegrinaggio

Questa riflessione nasce da un invito ricevuto in occasione di un pellegrinaggio a Loreto. Mi era stato chiesto di offrire una meditazione sul legame profondo tra la Santa Casa, la devozione mariana, San Gaspare del Bufalo, il Beato Giovanni Merlini e il mistero del Preziosissimo Sangue.

Ho accolto volentieri l’invito, perché per noi Missionari del Preziosissimo Sangue parlare di Maria non significa aprire una pagina secondaria della nostra spiritualità. Significa tornare a una sorgente.

Non ho potuto essere presente fisicamente a quel pellegrinaggio. Anche noi religiosi, che pure abbiamo consegnato la vita al Signore, restiamo figli, fratelli, uomini legati a doveri concreti. Tra questi c’è anche l’assistenza dovuta, affettuosa e riconoscente, a una mamma anziana. Così, mentre altri salivano verso la Santa Casa di Loreto, io mi trovavo in un altro pellegrinaggio, più umile e domestico, verso la mia mamma terrena, finché il Signore mi farà il dono di poterla ancora avere accanto.

Questa distanza non l’ho vissuta come separazione. L’ho vissuta come una diversa forma di comunione. Da una parte la Casa della Madre di Dio; dall’altra la casa di colei che mi ha dato la vita. Da una parte il pellegrinaggio verso Maria; dall’altra la concretezza di un amore filiale che, proprio perché semplice, può diventare anch’esso luogo di grazia.

Maria educa anche così. La sua grandezza non è mai stata separata dalla vita quotidiana. La Madre del Verbo ha conosciuto la casa, il lavoro, l’attesa, il silenzio, la preoccupazione, la fedeltà dei giorni ordinari. La sua santità ha attraversato la vita intera, senza cercare scorciatoie spirituali, genere nel quale noi uomini di Chiesa, va detto con franchezza, talvolta mostriamo una fantasia sorprendente e non sempre edificante.

Loreto, la Casa che non trattiene

Quando si parla di Loreto, per noi Missionari del Preziosissimo Sangue, la memoria si apre anche a un episodio caro alla tradizione dell’Istituto. È un fatto semplice, quasi nascosto, e proprio per questo capace di parlare ancora. Si racconta che San Gaspare fosse salito alla Santa Casa per chiedere alla Madonna l’aiuto di nuovi missionari, collaboratori generosi per le predicazioni popolari. Aveva bisogno di uomini apostolici, di sacerdoti capaci di camminare con lui, di portare il Vangelo tra la gente, di annunciare il Preziosissimo Sangue come sorgente di redenzione e di pace.

In quella Casa di Maria, mentre pregava, notò un sacerdote raccolto, inginocchiato con grande devozione. Era don Biagio Valentini, di Porto Recanati. San Gaspare, con quella libertà interiore che hanno i santi quando non si lasciano paralizzare dai calcoli umani, gli si avvicinò. Gli pose una mano sulla spalla e lo invitò a partire con lui per la missione popolare.

Don Biagio sorrise. Era salito a Loreto con un’intenzione ben diversa. I medici gli avevano detto che gli restava poco tempo da vivere, e lui era venuto alla Santa Casa per affidare la propria anima al Signore, per consegnarsi a Maria nell’ora in cui pensava di dover chiudere il suo cammino terreno. San Gaspare ascoltò, comprese, e poi fece ciò che spesso fanno i santi, con grande scandalo del buon senso comune: non si lasciò convincere troppo dai pronostici umani. Gli disse che le cose non sarebbero andate così. Lo invitò a fidarsi, a partire, a mettere quel tempo che sembrava ormai finire nelle mani di Dio e della Vergine.

Don Biagio si fidò. Partì con San Gaspare. E la storia dell’Istituto ci dice che quel sacerdote, dato quasi per arrivato alla fine, visse ancora e, alla morte di San Gaspare, nel 1837, gli succedette nella guida dell’Istituto, rimanendovi per dieci anni.

Verrebbe spontaneo pensare al re Ezechia, al quale il Signore concesse ancora giorni di vita quando tutto sembrava ormai compiuto. Anche per don Biagio, in qualche modo, Loreto divenne il luogo in cui una vita ritenuta al tramonto fu restituita alla missione. Era salito per prepararsi a morire, fu rimandato a servire. Era venuto per consegnare la propria anima, ricevette una nuova obbedienza. Pensava di chiudere il libro della sua vita, e Maria gli aprì una pagina inattesa.

Questo episodio, al di là dei dettagli che appartengono alla memoria viva dell’Istituto, dice qualcosa di essenziale. A Loreto Maria non trattiene. Maria invia. La Casa di Nazaret non è un rifugio chiuso, è il luogo da cui il Verbo entra nel mondo. Chi entra davvero nella Casa di Maria ne esce con una missione. San Gaspare lo aveva compreso bene. Per lui Maria non era il termine di una devozione consolatoria; era la Madre che consegna a Cristo, e proprio per questo consegna alla missione.

Il Sangue del Verbo incarnato

Quando si parla di Maria, soprattutto in un luogo come Loreto, occorre partire con grande semplicità e con grande profondità. Loreto non ci consegna anzitutto un sentimento religioso, una memoria devota, una tradizione veneranda da custodire con affetto. Loreto ci conduce al cuore stesso della fede cristiana: il Verbo si è fatto carne.

Dio non ha salvato l’uomo restando lontano dall’uomo. Non ha parlato dall’alto come una voce distante. Non ha mandato soltanto un insegnamento, una legge, un messaggio morale. Il Figlio eterno del Padre è entrato nella nostra storia, ha assunto la nostra carne, ha ricevuto una vera umanità, ha avuto una Madre.

Questo è il punto da cui tutto parte. Maria non è una figura laterale rispetto al mistero di Cristo. È la Madre del Verbo incarnato. Attraverso il suo sì, il Figlio di Dio ha assunto quella carne nella quale avrebbe patito, quella vita umana nella quale avrebbe obbedito, quel corpo nel quale avrebbe versato il suo Sangue per la redenzione del mondo.

Per noi, figli spirituali del Preziosissimo Sangue, questa verità ha una forza particolare. Il Sangue di Cristo non è un’immagine poetica, una formula devota, una parola solenne da ripetere nelle preghiere lasciandola sospesa nell’aria. È il Sangue del Verbo incarnato. È il Sangue del Figlio di Dio fatto uomo. È il prezzo della nostra redenzione.

A Loreto, Maria ci insegna a contemplare il mistero del Sangue partendo dall’Incarnazione. Il Sangue versato sul Calvario è il Sangue del Figlio che ha ricevuto da lei la sua vera umanità. La Santa Casa ci conduce verso la Croce, perché il mistero iniziato nel grembo di Maria trova il suo compimento nell’offerta redentrice del Figlio. La carne assunta è la carne offerta. Il Sangue ricevuto nella vera umanità è il Sangue versato per la vita del mondo.

Per questo, nella spiritualità del Preziosissimo Sangue, Maria non può essere ridotta a un’aggiunta devozionale. Non è un fregio posto accanto al centro della fede, come si metterebbe un fiore su un altare già preparato. Maria appartiene al modo concreto con cui Dio ha voluto salvarci. Dove Maria è compresa bene, Cristo non viene oscurato; viene mostrato nella concretezza della sua Incarnazione, della sua Passione, della sua obbedienza, della sua missione redentrice.

Maria nella missione di San Gaspare

San Gaspare del Bufalo ha vissuto questa verità con il cuore del missionario. In lui la presenza di Maria è profondamente apostolica. Egli non la colloca ai margini della predicazione. La inserisce dentro il metodo stesso della missione, dentro i gesti, le pratiche, le parole, i segni capaci di parlare al popolo.

Dalle sue lettere emerge una presenza mariana concreta: la Messa dell’Esempio di Maria Santissima, il mese mariano, la visita alla reliquia della Madonna Santissima, il gesto di raccomandare il ministero apostolico al cuore materno di Maria. Nella preparazione della missione di Gaeta, egli parla di “raccomandare al cuor materno di sì dolcissima Madre l’Apostolico Ministero”. È una frase da custodire.

San Gaspare sa bene che la missione richiede metodo, organizzazione, predicazione, disciplina, cura dei particolari. Conosceva bene queste cose, assai più di certi tavoli pastorali moderni dove si producono schemi con la stessa energia con cui poi si dimenticano. Eppure egli sa che il ministero apostolico, per portare frutto, deve essere consegnato al cuore materno di Maria.

Questo significa che la missione non può essere solo azione esterna. Deve nascere da una consegna. Deve essere custodita da una maternità. Deve raggiungere le anime come opera di misericordia. Maria è invocata perché il ministero resti umano nel senso più cristiano del termine: capace di toccare le ferite, di accompagnare i peccatori, di aprire alla fiducia, di condurre alla conversione senza spegnere la speranza.

San Gaspare vede Maria anche come Addolorata e Desolata. In una lettera scrive: “mentre io La lascio con Maria Addolorata”; in un’altra afferma: “Gradisco che nel Regno piaccia la nostra divozione e quella della Desolata”. La nostra devozione, quella legata al Preziosissimo Sangue, viene accostata alla devozione della Desolata. È evidente che, nella sensibilità spirituale di San Gaspare, il mistero del Sangue e il dolore di Maria appartengono allo stesso orizzonte apostolico.

L’Addolorata aiuta il popolo a comprendere la serietà del peccato. Il peccato non è soltanto infrazione di una norma. È ferita dell’amore. Maria presso la Croce rende visibile questa ferita. Il Crocifisso mostra il prezzo della redenzione; l’Addolorata mostra il dolore dell’amore che partecipa al sacrificio del Figlio. Il peccatore, guardando Maria Addolorata, viene condotto alla compunzione. Comprende che il male è grave, perché ferisce l’amore. Comprende anche che l’amore non si ritira, non abbandona, non lascia l’uomo prigioniero della colpa.

Qui si vede la grande sapienza missionaria di San Gaspare. Egli conosce l’anima popolare. Sa che la predicazione deve scuotere, illuminare, chiamare alla conversione. Sa anche che il timore, lasciato solo, può indurire il cuore. Per questo Maria entra nella missione come presenza materna, come volto di misericordia, come educazione del cuore. Non cancella il giudizio di Dio. Non sminuisce il peccato. Non rende la fede una carezza sentimentale. Conduce l’anima a stare davanti alla Croce senza fuggire.

La devozione mariana in San Gaspare non resta chiusa nella camera dell’anima. Entra nelle strade, nelle case, nelle piazze, nei segni pubblici, nella riconciliazione delle persone. In una missione si testimonia il gesto suggerito da San Gaspare di spezzare le armi per comprare una candela a Maria Santissima. Un gesto straordinario. Qui la devozione diventa conversione concreta. Lo strumento della violenza viene distrutto; ciò che serviva all’offesa diventa luce davanti alla Madre. È una pedagogia potentissima: la vendetta viene deposta, la violenza viene trasformata in offerta, la comunità viene ricondotta davanti a Maria perché impari la pace che nasce dal Sangue di Cristo.

Questo tratto è molto attuale. Anche oggi rischiamo di avere devozioni che non toccano la vita. Si può pregare molto e restare duri. Si può onorare Maria e non disarmare la lingua. Che termine meraviglioso abbiamo ricevuto da papa Leone: imparare a disarmare. Lingua, mente, pensiero, parole e, come ci dice nella sua prima enciclica, perfino l’IA. Si può portare una medaglia al collo e conservare rancori antichi con una cura da collezionista. San Gaspare ci ricorda che la devozione vera produce riforma dei costumi. Se Maria entra davvero nella missione, cambia il modo di vivere, di parlare, di riconciliarsi, di abitare la comunità. Il Sangue di Cristo non è adorato sinceramente se non diventa pace cercata, perdono offerto, inimicizia deposta.

Maria nella sapienza spirituale del Beato Merlini

Con il Beato Giovanni Merlini il tono cambia. Non troviamo una mariologia ampia e sistematica. Troviamo poche espressioni, sobrie, essenziali, molto coerenti con il suo stile. Merlini non cerca l’ampiezza dell’immagine, né il colore della predicazione popolare. Il suo linguaggio è più asciutto. Egli guida l’anima alla pace, all’obbedienza, alla fermezza, alla volontà di Dio. È meno appariscente di San Gaspare, e proprio per questo è prezioso. Ogni carisma ha bisogno del fuoco che accende e della sapienza che custodisce. Senza fuoco, l’opera si spegne. Senza custodia, il fuoco brucia male.

Le parole merliniane che abbiamo raccolto, riferite in modo particolare alla donna da lui diretta spiritualmente, Santa Maria De Mattias, sono semplici e forti: “Gittati tra le amorose braccia di Gesù e di Maria”; “Gesù e Maria sieno la delizia dei nostri cuori”; “Preghiamo Maria SS. addolorata perché ci ajuti ma con braccio forte”; “SS. Vergine che non permetteranno che trascorriamo in peccati”. In queste formule Maria appare come rifugio, custodia, aiuto forte, difesa dal peccato, sostegno nella lotta spirituale.

La differenza tra San Gaspare e Merlini è luminosa. San Gaspare porta Maria dentro il movimento della missione. Merlini porta Maria dentro il governo dell’anima. San Gaspare mostra la Madre che accompagna il Sangue di Cristo verso il popolo, verso i peccatori, verso le famiglie divise, verso le comunità da riconciliare. Merlini mostra la Madre che custodisce la pace interiore, sostiene la fedeltà quotidiana, aiuta a non cadere nell’agitazione, educa a vivere la Croce senza perdere il centro.

La frase “Preghiamo Maria SS. addolorata perché ci ajuti ma con braccio forte” merita attenzione. L’Addolorata non è presentata come immagine fragile, ripiegata su un dolore sterile. È Madre forte. Sta presso la Croce. Non fugge. Non si ribella. Non trasforma il dolore in confusione. Rimane.

Quanto è prezioso questo stabat di Maria per noi religiosi. Rimanda alla stabilitas tanto cara alla tradizione monastica, specialmente alle monache di clausura, ed è utilissima anche per noi di vita apostolica. Quanto è difficile rimanere dove il Signore ci pone. Molte nostre crisi nascono proprio quando siamo costretti a fermarci, quando non possiamo più fuggire attraverso l’attività, gli incarichi, gli spostamenti, le urgenze, le cose da fare. Il fermarsi fa emergere l’insofferenza, come accade talvolta al malato prostrato dal dolore, che non soffre soltanto per ciò che patisce, ma anche perché non può più disporre di sé come prima.

Maria, invece, rimane. Rimane sotto la Croce, rimane nella fede, rimane nell’amore, rimane nell’offerta. E questo rimanere diventa scuola per chi deve guidare, fondare, educare, sopportare incomprensioni, attraversare prove. Merlini insegna che l’apostolato vive anche di stabilità. Maria è maestra di questa stabilità.

Oggi abbiamo molto bisogno di questa lezione. Spesso confondiamo lo zelo con l’agitazione, la passione apostolica con l’irrequietezza, il discernimento con il continuo bisogno di cambiare tutto per sentirci vivi. Merlini, con la sua sobrietà, ci porta altrove. Ci dice che l’opera di Dio ha bisogno di pace. Una pace forte, mariana, capace di rimanere nella volontà di Dio anche quando le cose non sono chiare, anche quando la fatica pesa, anche quando l’opera sembra fragile.

In questo senso Maria è custode della missione perché è custode dell’anima del missionario. San Gaspare mostra che Maria accompagna il popolo verso il Sangue di Cristo; Merlini mostra che Maria custodisce l’apostolo perché non perda il cuore. Una missione senza questa custodia interiore può diventare attivismo religioso. Può produrre eventi, discorsi, calendari, iniziative, manifesti, locandine, riunioni, e qui l’umanità ecclesiastica offre una creatività quasi inesauribile. La missione vera nasce da un’anima pacificata in Dio, formata dalla Croce, sostenuta dalla Madre.

Un ponte importante tra San Gaspare, Merlini e Maria De Mattias è il riferimento all’Officio della Beata Vergine. I report ricordano il consiglio dato da San Gaspare a Maria De Mattias: “che imparassi l’Officio della Beata Vergine”. Questo dettaglio è prezioso, perché mostra che la devozione mariana, nell’ambiente spirituale del Preziosissimo Sangue, non è semplice sentimento. È scuola, disciplina, preghiera ecclesiale, ritmo dell’anima.

L’Officio non è un’emozione. È fedeltà. Non è un entusiasmo passeggero. È esercizio quotidiano. Non è un rifugio intimistico. È preghiera della Chiesa. Maria educa attraverso una forma ordinata di preghiera. Questo è molto importante, perché spesso si confonde la devozione con ciò che commuove. La devozione vera si riconosce dalla capacità di formare una persona nuova, più obbediente alla grazia, più disponibile alla volontà di Dio, più pronta alla missione.

In questa prospettiva, Maria non è un’aggiunta alla spiritualità del Sangue. È maestra di appartenenza a Cristo. Insegna a ricevere il Verbo, a custodirlo, a seguirlo, a stare presso la Croce, a entrare nella missione della Chiesa. L’Officio della Beata Vergine diventa quasi una scuola quotidiana di questa appartenenza. L’anima impara a pregare con Maria, a pensare con la Chiesa, a lasciarsi ordinare interiormente. Senza questa disciplina, anche le più belle intuizioni spirituali rischiano di restare accensioni momentanee. Belle, certo, e poi spente al primo vento, come certe candele votive economiche che sembrano progettate da un nemico della devozione.

Il frutto vivo dell’eredità

Maria De Mattias può essere ricordata come frutto vivo di questa eredità. Non occupa il centro della nostra riflessione, perché la riflessione che mi ha chiesto padre Roberto riguarda in modo particolare San Gaspare e Merlini. Eppure in lei si vede che la spiritualità mariana del Sangue diventa vita concreta. Le sue lettere parlano della Messa alla Vergine Addolorata, dell’offerta alla “nostra Madre Maria”, della “liberatrice Maria”, della novena a Maria Santissima Assunta, dei cinque Salmi della Santissima Vergine, del ristoro “a’ piedi del Sacro cuore di Maria Santissima”. Tutto questo mostra una spiritualità mariana vissuta nella fatica concreta della fondazione, della scuola, della povertà, delle incomprensioni, delle tensioni ecclesiastiche.

In Maria De Mattias ciò che San Gaspare accende nella missione e Merlini custodisce nella direzione spirituale diventa vita quotidiana. La Vergine non resta contemplata da lontano. Diventa forma dell’educare, del soffrire, del guidare, del pregare, del ricominciare. Qui il carisma mostra la sua fecondità. La devozione al Sangue genera predicazione, scuole, comunità, consacrazione, formazione, riparazione. Maria accompagna questa fecondità perché insegna a donare Cristo.

A questo punto possiamo raccogliere il nucleo teologico del nostro cammino. Maria è presente nel mistero del Sangue di Cristo perché è presente nel mistero dell’Incarnazione e della Croce. A Loreto contempliamo la Madre che accoglie il Verbo. Sul Calvario contempliamo la Madre che sta presso il Figlio mentre il suo Sangue viene versato. La Santa Casa e il Calvario non sono due misteri separati. Sono un unico itinerario di amore obbediente. Il Figlio che entra nel mondo attraverso Maria è il Figlio che offre se stesso per la redenzione. La Madre che lo accoglie a Nazaret è la Madre che lo accompagna fino alla Croce.

San Gaspare, Merlini e Maria De Mattias appartengono a questa grande logica. Non separano Maria da Cristo. Non separano la devozione dalla missione. Non separano la contemplazione dalla riforma della vita. Maria conduce al Sangue; il Sangue genera missione; la missione chiede anime formate; le anime formate imparano da Maria a stare presso Cristo.

Questo ha valore anche per noi oggi. Parlare di Maria nella Congregazione non significa fare memoria di una devozione di famiglia, come se stessimo sfogliando un album spirituale antico e rispettabile. Significa tornare alla sorgente. Significa domandarci se la nostra missione nasce davvero dal mistero dell’Incarnazione e della Redenzione, chiederci se il Sangue di Cristo è per noi soltanto titolo, tradizione, appartenenza, linguaggio, oppure criterio vivo del nostro modo di guardare il mondo, il peccatore, il povero, la Chiesa, la nostra comunità, le ferite della storia.

Maria ci impedisce di ridurre il Sangue a formula. Lei lo riconduce sempre al Figlio. Ci ricorda che quel Sangue è stato assunto nella carne del Verbo, custodito nella vita nascosta, versato sulla Croce, donato alla Chiesa. Ci ricorda che la redenzione non è teoria; è amore che costa. E se l’amore costa, allora anche la missione costa. Costa pazienza, perdono, fedeltà, silenzio, umiltà. Costa il coraggio di spezzare le armi delle nostre vendette interiori per trasformarle in luce davanti a Dio.

Lasciarsi formare da Maria

San Gaspare ci insegna ad avere una devozione mariana aperta alla missione: Maria va portata nel popolo, nella predicazione, nelle ferite sociali, nelle inimicizie da guarire. Merlini ci insegna ad avere una missione custodita interiormente: Maria va accolta nel cuore, nella direzione spirituale, nella pace dell’anima, nella fedeltà quotidiana, nella forza di restare sotto la Croce. Maria De Mattias ci mostra che tutto questo può diventare istituzione, scuola, educazione, carità operosa, offerta silenziosa.

Loreto ci insegna, allora, che Maria non trattiene Cristo per sé. Lo accoglie per donarlo. Lo custodisce per offrirlo. Lo segue fino alla Croce perché il mondo riceva la vita. Nella spiritualità del Preziosissimo Sangue, Maria continua a fare questo. Con San Gaspare accompagna la missione, entra nelle strade, nelle piazze, nelle case, nelle coscienze ferite. Con Merlini custodisce la pace dell’anima, insegna la fermezza, sostiene la fedeltà, protegge l’opera nascente. In Maria De Mattias mostra che il Sangue adorato diventa educazione, carità, riparazione, servizio.

Per questo non basta invocare Maria. Occorre lasciarsi formare da lei. Non basta onorarla. Occorre imparare il suo modo di stare davanti a Dio. Non basta portarla nelle nostre opere. Occorre permetterle di purificare il nostro modo di operare. Solo un’anima mariana può servire davvero il Sangue di Cristo senza trasformare la missione in possesso, la fatica in lamento, la devozione in abitudine.

Chiediamo allora a Maria, qui a Loreto, di ricondurci al principio: il Verbo fatto carne, il Figlio donato, il Sangue versato. Chiediamole di renderci missionari come San Gaspare, capaci di portare il Sangue di Cristo alle anime e alle ferite del popolo. Chiediamole di renderci interiormente saldi come Merlini, capaci di custodire la pace, di vivere la Croce, di servire l’opera di Dio senza agitazione e senza possesso. Chiediamole di farci comprendere che ogni vera missione nasce da un cuore consegnato, e che il Sangue di Cristo raggiunge il mondo attraverso uomini e donne che, come lei, sanno dire il proprio sì, rimanere presso la Croce e donare Cristo senza trattenere nulla per sé.

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