Nel nostro cammino verso Magnifica Humanitas, ieri abbiamo seguito due tappe decisive della dottrina sociale della Chiesa: Pio XI e Giovanni XXIII. Con Pio XI abbiamo visto la necessità di ricostruire un ordine sociale giusto, fondato sulla proprietà ordinata al bene comune, sulla sussidiarietà, sulla giusta mercede, sulla collaborazione tra capitale e lavoro. Con Giovanni XXIII abbiamo visto l’allargamento dello sguardo: la questione sociale non riguarda più soltanto il rapporto tra operaio e padrone, ma lo sviluppo dei popoli, l’agricoltura, la socializzazione, la partecipazione nell’impresa, la responsabilità internazionale, la Chiesa come Madre e Maestra.

Oggi proseguiamo con Paolo VI e Giovanni Paolo II. Con loro la dottrina sociale compie un ulteriore passo. La Chiesa guarda ormai a un mondo sempre più interdipendente, attraversato da povertà globali, tensioni ideologiche, trasformazioni economiche, nuove domande di libertà, nuove possibilità tecniche, nuove forme di dominio. Il filo resta sempre lo stesso: custodire la verità sull’uomo dentro le trasformazioni della storia.

Paolo VI pubblica nel 1967 la Populorum progressio, un’enciclica fondamentale per comprendere la dottrina sociale contemporanea. Non nasce come anniversario diretto della Rerum Novarum, però appartiene pienamente al grande cammino aperto da Leone XIII. La questione sociale, con Paolo VI, diventa apertamente questione mondiale. Non riguarda soltanto le classi dentro una nazione industrializzata. Riguarda interi popoli che vivono nella fame, nella povertà, nell’analfabetismo, nella dipendenza economica, nella mancanza di accesso alla salute, al lavoro, all’educazione, alla partecipazione politica.

Qui Paolo VI offre una delle formule più importanti del Magistero sociale moderno: lo sviluppo autentico deve essere integrale. Non basta produrre di più, costruire di più, commerciare di più, consumare di più. Lo sviluppo è vero quando promuove tutto l’uomo e tutti gli uomini. Una crescita economica che lascia indietro la persona, la famiglia, la cultura, la libertà, la vita spirituale, la giustizia e la pace non è ancora progresso umano. È aumento di mezzi senza crescita del fine. E l’uomo, quando aumenta i mezzi e dimentica il fine, diventa bravissimo a costruire strumenti per perdersi meglio.

Paolo VI vede che i popoli poveri non chiedono soltanto assistenza. Chiedono dignità, partecipazione, possibilità reale di diventare protagonisti della propria storia. La carità cristiana, in questa prospettiva, non è elemosina che tranquillizza la coscienza dei ricchi. È responsabilità per un ordine internazionale più giusto. La solidarietà tra i popoli deve evitare tanto l’indifferenza quanto il neocolonialismo. Aiutare un popolo non significa renderlo dipendente, imporre modelli culturali, condizionare la sua libertà, usare il linguaggio dello sviluppo per esercitare nuove forme di controllo.

Nel 1971, a ottant’anni dalla Rerum Novarum, Paolo VI pubblica la lettera apostolica Octogesima adveniens. Non è formalmente un’enciclica, e conviene dirlo, perché la precisione evita certe correzioni inutilmente trionfanti da parte dei lettori con l’indice alzato. Questo documento è però molto importante, perché mostra un altro passo della dottrina sociale. Le situazioni sociali diventano sempre più complesse, differenti, locali e globali nello stesso tempo. Non è possibile offrire un’unica soluzione applicabile meccanicamente ovunque.

Paolo VI richiama allora la responsabilità dei cristiani, specialmente dei laici. La Chiesa offre principi, criteri, orientamenti morali. I fedeli laici, dentro le condizioni concrete della storia, devono discernere, assumere responsabilità, agire con competenza, prudenza e coraggio. La dottrina sociale non è un ricettario politico. È una scuola di giudizio. Forma coscienze capaci di leggere il tempo presente alla luce del Vangelo, senza consegnarsi alle ideologie e senza rifugiarsi in una neutralità comoda.

Con Giovanni Paolo II la riflessione sociale entra dentro il cuore del Novecento ferito dalle ideologie. Nel 1981, a novant’anni dalla Rerum Novarum, egli pubblica la Laborem exercens, dedicata al lavoro umano. Il lavoro viene posto al centro dell’intera questione sociale. Non è una semplice necessità economica. Non è soltanto fatica, produzione, salario, prestazione. È una dimensione fondamentale della persona. Attraverso il lavoro l’uomo esprime sé stesso, provvede alla propria famiglia, partecipa alla costruzione della società, collabora all’opera creatrice di Dio.

Il principio decisivo è chiaro: il lavoro è per l’uomo, non l’uomo per il lavoro. Il valore del lavoro non deriva anzitutto dal prezzo del prodotto, dal profitto, dal rendimento, dalla posizione occupata nel mercato. Deriva dal soggetto che lavora. A compiere il lavoro è una persona. Questa affermazione è enorme, perché impedisce di ridurre l’uomo a ingranaggio produttivo. Una società che misura il lavoro soltanto secondo l’efficienza finisce per misurare anche l’uomo secondo l’efficienza. Da lì alla sostituibilità il passo è breve, e di solito lo si compie con un bel grafico aziendale.

Giovanni Paolo II afferma anche la priorità del lavoro sul capitale. Il capitale, cioè l’insieme dei mezzi di produzione, delle risorse, degli strumenti, delle tecnologie, resta un insieme di cose. Anche quando diventa potente, anche quando organizza grandi sistemi, anche quando muove mercati e imprese, resta strumento. Il lavoro, invece, appartiene alla persona. Per questo il capitale deve servire il lavoro, non assorbirlo, non dominarlo, non schiacciarlo. Questo principio resta decisivo anche davanti alle tecnologie contemporanee, perché ogni strumento, compresa la tecnica più avanzata, deve restare al servizio dell’uomo.

Un’altra intuizione importante dell’enciclica LE è il concetto di datore di lavoro indiretto. Le condizioni del lavoratore non dipendono soltanto dal datore di lavoro immediato. Dipendono anche dallo Stato, dalle istituzioni, dalle leggi, dai trattati internazionali, dai mercati, dalle scelte economiche globali, dai meccanismi che determinano salari, stabilità, sicurezza e diritti. Giovanni Paolo II mostra così che la giustizia nel lavoro non è soltanto questione di rapporti individuali. Può essere ferita da strutture più ampie, spesso anonime, nelle quali tutti sembrano eseguire meccanismi e nessuno sembra responsabile. Il peccato sociale, quando indossa il vestito della necessità economica, diventa particolarmente elegante e particolarmente pericoloso.

La Laborem exercens si apre anche a una spiritualità del lavoro. La fatica quotidiana, vissuta in unione con Cristo, può partecipare al mistero della Croce e della Risurrezione. Il lavoro può diventare luogo di santificazione, servizio, responsabilità, offerta. Questo non significa coprire l’ingiustizia con parole religiose. Significa riconoscere che anche il lavoro, quando rispetta la dignità dell’uomo e viene vissuto nella fede, entra nel cammino cristiano.

Dieci anni dopo, nel 1991, Giovanni Paolo II pubblica la Centesimus annus, nel centenario della Rerum Novarum. Il contesto storico è enorme: sono appena crollati i regimi comunisti dell’Europa orientale, la Guerra Fredda si chiude, il mondo sembra entrare in una nuova stagione. Giovanni Paolo II rilegge il secolo trascorso e indica nel fallimento del socialismo reale non soltanto un fallimento economico, ma un errore antropologico. Il socialismo reale ha sbagliato sull’uomo. Lo ha ridotto a parte del collettivo, ha soffocato libertà, iniziativa, proprietà, responsabilità, religione, vita spirituale. Ha voluto costruire una società nuova partendo da una falsa idea della persona. Il risultato è stato disumano, come sempre accade quando si pretende di salvare l’uomo negando ciò che l’uomo è.

Dopo il crollo del comunismo, Giovanni Paolo II non consegna il mondo a un entusiasmo ingenuo per il capitalismo. La sua posizione è molto equilibrata. Se per economia di mercato si intende un sistema che riconosce la libera iniziativa, l’impresa, la proprietà privata, la creatività umana e la responsabilità economica, allora vi sono elementi positivi da accogliere. Se invece per capitalismo si intende una libertà economica priva di un solido quadro giuridico, morale e religioso, capace di orientarla al servizio della persona, allora la Chiesa continua a denunciarne i rischi. Il mercato senza verità sull’uomo può produrre nuove alienazioni, consumismo, esclusione, idolatria del profitto.

La Centesimus annus riconosce anche il valore dell’impresa e del profitto, quando essi indicano il buon andamento dell’attività economica e l’uso adeguato dei mezzi produttivi. Il profitto, però, non è il criterio ultimo. L’impresa è una comunità di persone. Prima di essere un meccanismo per produrre ricchezza, è un luogo nel quale uomini e donne collaborano, assumono responsabilità, rispondono a bisogni reali, contribuiscono alla società. Anche qui Giovanni Paolo II riporta tutto alla persona. L’economia funziona davvero quando resta umana.

C’è un’intuizione della Centesimus annus che oggi appare particolarmente profetica: l’importanza della conoscenza. Giovanni Paolo II osserva che, accanto alla proprietà della terra e dei beni materiali, cresce il valore della conoscenza, della tecnica, del sapere, della capacità organizzativa. La ricchezza moderna nasce sempre più dall’intelligenza, dall’informazione, dall’innovazione, dalla capacità di mettere in relazione strumenti e competenze. Questo passaggio ci porta molto vicino al nostro tempo. Oggi dati, algoritmi, piattaforme digitali, intelligenza artificiale e potere informativo sono diventati luoghi decisivi della vita economica e sociale.

Sul piano politico, Giovanni Paolo II guarda con favore alla democrazia, quando essa garantisce partecipazione, controllo del potere, rispetto dei diritti, possibilità di sostituire pacificamente i governanti. La democrazia autentica, però, non vive soltanto di procedure. Ha bisogno di valori oggettivi. Se la maggioranza si separa dalla verità sull’uomo, anche la democrazia può trasformarsi in un totalitarismo visibile o mascherato. Qui il Papa coglie un punto essenziale: la libertà politica senza fondamento morale può diventare arbitrio organizzato.

A questo punto il cammino verso Magnifica Humanitas diventa più chiaro. Paolo VI ci ha insegnato che lo sviluppo deve essere integrale. Giovanni Paolo II ci ha insegnato che il lavoro è per l’uomo, che il capitale è strumento, che le ideologie falliscono quando sbagliano sull’uomo, che il mercato e la democrazia hanno bisogno di verità morale. Ora la nuova questione non riguarda soltanto lo sviluppo, il lavoro o l’economia. Riguarda la custodia della persona davanti a una tecnica capace di entrare nei processi decisionali, nella conoscenza, nella comunicazione, nella medicina, nella guerra, nell’educazione, nel modo stesso in cui l’uomo comprende sé stesso.

Dopo la questione dell’uomo sfruttato, dell’uomo collettivizzato, dell’uomo consumatore e dell’uomo ridotto a produttore, oggi si profila il rischio dell’uomo ridotto a dato, profilo, funzione, algoritmo, materiale modificabile, progetto tecnico. Qui la dottrina sociale della Chiesa arriva con una lunga memoria e con una domanda sempre nuova: che cosa accade all’uomo?

Questo è il punto che dovremo portare con noi leggendo Magnifica Humanitas. La Chiesa non arriva a questa enciclica inseguendo una moda tecnologica. Arriva dopo un lungo cammino di discernimento sociale, nel quale ha imparato a leggere le trasformazioni della storia a partire dalla dignità della persona. La domanda cattolica resta la stessa, e proprio per questo diventa nuova in ogni epoca: la tecnica, l’economia, il potere, la libertà, il lavoro e lo sviluppo servono l’uomo o lo dominano?

Domani, alla vigilia della presentazione di Magnifica Humanitas, raccoglieremo i principi permanenti della dottrina sociale della Chiesa e proveremo a capire come leggere la nuova enciclica senza trasformarla in uno slogan, in un pretesto polemico o in una bandiera di parte.

Per chi desidera riprendere il senso generale di questo percorso, lascio qui i link ai post precedenti e successivi:

MAGNIFICA HUMANITAS. Prepararsi a leggere un’enciclica con mente cattolica

VERSO MAGNIFICA HUMANITAS – I – Che cos’è un’enciclica e come leggerla da cattolici

VERSO MAGNIFICA HUMANITAS – II – Che cos’è la dottrina sociale della Chiesa

VERSO MAGNIFICA HUMANITAS – III — Dentro la Rerum Novarum: la questione operaia e la dignità dell’uomo

VERSO MAGNIFICA HUMANITAS – IV – Pio XI e Giovanni XXIII: dall’ordine sociale allo sviluppo dei popoli

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