Nel nostro cammino verso Magnifica Humanitas, dopo aver guardato alla Rerum Novarum di Leone XIII e alla questione operaia, oggi possiamo fare un passo ulteriore. La dottrina sociale della Chiesa non si è fermata al 1891. Quell’enciclica è diventata una sorgente alla quale i Pontefici sono tornati più volte, soprattutto negli anniversari, per leggere situazioni storiche nuove con gli stessi principi permanenti.

Questo è importante per prepararci alla nuova enciclica di Papa Leone XIV. La Chiesa non procede per rotture improvvise, né per entusiasmi momentanei. Procede custodendo la verità sull’uomo e portandola dentro le trasformazioni della storia. Ogni epoca presenta ferite diverse, poteri diversi, squilibri diversi. La domanda resta la stessa: che cosa accade alla dignità della persona quando cambiano il lavoro, l’economia, la tecnica, la politica, la vita sociale?

Nel 1931, a quarant’anni dalla Rerum Novarum, Pio XI pubblicò la Quadragesimo anno. Già il titolo indica il legame diretto con Leone XIII. Il Papa non intende semplicemente commemorare l’enciclica precedente. Vuole riprenderne l’insegnamento e aggiornarlo davanti a un mondo profondamente mutato, nel quale la questione operaia si era ormai allargata al rapporto complessivo tra capitale, lavoro, proprietà, Stato e organizzazione della società.

Uno dei punti centrali dell’enciclica è la difesa della proprietà privata, accompagnata da una precisazione decisiva sul suo uso. Pio XI ribadisce che la proprietà privata appartiene all’ordine naturale e tutela la libertà della persona e della famiglia. Nello stesso tempo ricorda che essa possiede anche una funzione sociale. Il diritto di possedere non autorizza un uso egoistico o arbitrario dei beni. La ricchezza deve restare ordinata al bene comune, e lo Stato ha il compito di regolarne l’uso quando esso diventa occasione di oppressione, squilibrio o ingiustizia. Qui si vede bene l’equilibrio cattolico: la proprietà non viene negata, viene ricondotta alla sua verità morale.

La Quadragesimo anno offre poi una formulazione matura del principio di sussidiarietà. L’autorità superiore non deve assorbire ciò che le persone, le famiglie, le associazioni e i corpi intermedi possono svolgere responsabilmente. Il suo compito è sostenere, coordinare, aiutare, intervenendo direttamente quando le realtà inferiori non riescono a far fronte ai propri doveri. Questo principio difende la persona sia dall’abbandono individualistico sia dall’invadenza dello Stato. Una società giusta non lascia il debole solo davanti ai poteri economici e non consegna ogni responsabilità a un apparato centrale che finisce per soffocare libertà, iniziativa e vita sociale.

Pio XI guarda poi con grande severità alla degenerazione del capitalismo del suo tempo. Denuncia la concentrazione del potere economico nelle mani di pochi e l’affermarsi di un dominio finanziario capace di condizionare popoli, Stati e mercati. La sua critica non riguarda soltanto singoli abusi. Riguarda un sistema nel quale il denaro può diventare potere dispotico, capace di piegare l’economia e la politica ai propri interessi. La celebre espressione “imperialismo internazionale del denaro” mostra quanto il Papa avesse colto la forza quasi sovrana assunta dalla finanza quando essa si emancipa da ogni ordine morale. E se Pio XI vedesse certi meccanismi attuali, probabilmente non chiederebbe di abbassare i toni.

Accanto a questa critica del capitalismo sfrenato, l’enciclica rinnova la condanna del socialismo. Anche nelle sue forme più moderate, esso viene giudicato inconciliabile con la dottrina cattolica quando fonda la vita sociale su una visione materialistica dell’uomo, sacrifica la libertà personale all’organizzazione collettiva e interpreta la società attraverso il conflitto strutturale tra classi. Pio XI non nega le ingiustizie che il socialismo denuncia. Rifiuta la visione dell’uomo e della società che il socialismo propone come rimedio.

Un altro tema decisivo è la giusta mercede. Il lavoro non può essere trattato come una merce qualsiasi, perché è legato alla persona che lavora, alla sua famiglia, alla sua dignità e alla sua partecipazione al bene comune. Il salario deve tenere conto delle necessità del lavoratore e della famiglia, delle condizioni concrete dell’impresa e delle esigenze dell’economia generale. La giustizia sociale non nasce da una sola parte isolata, nasce da un ordine complessivo nel quale lavoratore, impresa e bene comune vengono tenuti insieme.

Pio XI propone anche il superamento del conflitto di classe attraverso una riforma dell’ordine sociale. Egli auspica una collaborazione organica tra lavoratori e datori di lavoro, dentro istituzioni capaci di comporre interessi diversi e orientarli al bene della professione, del settore produttivo e dell’intera società. Questa prospettiva, spesso indicata come corporativismo cristiano, non va confusa con le deformazioni politiche del corporativismo statale. Nel pensiero di Pio XI essa nasce dall’esigenza di ricostruire legami sociali reali, superando tanto l’individualismo economico quanto la lotta di classe.

Con Pio XI, dunque, la dottrina sociale compie un passo importante. Non guarda più soltanto alla condizione dell’operaio dentro la fabbrica. Guarda alla struttura dell’ordine sociale. Si chiede come debbano essere ordinati proprietà, lavoro, Stato, corpi intermedi, potere economico e giustizia. È un passaggio decisivo, perché mostra che la questione sociale non si risolve con qualche correzione esterna. Esige un ordine morale della società.

Nel 1961, a settant’anni dalla Rerum Novarum, Giovanni XXIII pubblicò la Mater et Magistra. Anche qui il richiamo a Leone XIII è esplicito, e il contesto storico è ormai molto diverso. Il mondo si trova dentro una fase di rapida modernizzazione. L’industria cresce, le città si espandono, la tecnica cambia i ritmi della vita, i popoli diventano sempre più interdipendenti. La questione sociale non riguarda più soltanto il rapporto tra capitale e lavoro dentro le singole nazioni industrializzate. Assume una dimensione mondiale.

Giovanni XXIII allarga così l’orizzonte della dottrina sociale. Il problema non è più soltanto l’operaio davanti al padrone, né soltanto l’ordine economico interno agli Stati. Diventa il rapporto tra popoli ricchi e popoli poveri, tra aree industrialmente sviluppate e regioni ancora segnate da miseria, arretratezza, dipendenza economica e fragilità politica. La Chiesa comincia a guardare con maggiore ampiezza agli squilibri internazionali, ricordando che la solidarietà non può fermarsi ai confini nazionali. Le nazioni più ricche hanno il dovere di aiutare quelle più povere, senza trasformare l’aiuto in una nuova forma di dominio. Qui Giovanni XXIII coglie già un pericolo molto attuale: l’assistenza economica può diventare neocolonialismo quando impone modelli culturali, interessi politici o dipendenze mascherate da generosità. L’uomo moderno riesce perfino a colonizzare mentre sorride, segno che il peccato originale possiede una notevole capacità di aggiornamento.

Un’attenzione nuova viene dedicata anche al mondo agricolo. Giovanni XXIII vede che la modernizzazione rischia di svuotare le campagne, attirando verso le città e le industrie masse di lavoratori, mentre chi resta legato alla terra viene spesso lasciato in condizioni di inferiorità economica, sociale e culturale. L’agricoltura non è presentata come un residuo del passato, né come un settore marginale da sacrificare al mito della fabbrica e della città. È parte essenziale di uno sviluppo equilibrato. La dignità di chi lavora la terra, la parità dei servizi, l’accesso all’istruzione, alla previdenza, alle infrastrutture, a un reddito giusto, diventano questioni di giustizia sociale. In questo sguardo si intravede una sapienza profondamente umana: una società che perde il legame con la terra, con i ritmi della natura, con la stabilità delle comunità rurali, rischia di impoverirsi anche quando aumenta la produzione.

Un altro tema importante è quello della socializzazione. Giovanni XXIII osserva il moltiplicarsi dei rapporti sociali, delle associazioni, delle strutture pubbliche, degli interventi dello Stato in ambiti come la sanità, l’istruzione, la previdenza, la sicurezza sociale. Questo processo viene riconosciuto come un segno del tempo moderno e può favorire una maggiore tutela della persona, specialmente dei più deboli. La socializzazione deve restare ordinata alla persona. Non può soffocare la libertà, l’iniziativa personale, la responsabilità delle famiglie e dei corpi intermedi. Lo Stato è chiamato a promuovere la giustizia e a ridurre gli squilibri, rispettando sempre il primato della persona umana e la vitalità della società. Anche qui si vede la continuità con Pio XI: l’autorità pubblica deve aiutare, sostenere, coordinare, senza assorbire tutto dentro una macchina burocratica che, quando vuole fare da madre universale, finisce spesso per diventare matrigna con timbro e protocollo.

La Mater et Magistra sviluppa anche il tema della partecipazione nell’impresa. Il lavoratore non deve essere considerato un semplice esecutore di ordini, una presenza passiva dentro un’organizzazione decisa da altri. L’impresa, nella visione cristiana, non è soltanto luogo di produzione e profitto. È anche comunità di persone, spazio di responsabilità, collaborazione, crescita e partecipazione. Giovanni XXIII guarda con favore alla piccola e media proprietà, alle forme cooperative, all’artigianato, a modalità attraverso cui i lavoratori possano sentirsi realmente coinvolti nella vita dell’impresa. La corresponsabilità non elimina le differenze di ruolo, rende più umano il rapporto economico. Il lavoro non è soltanto prestazione pagata. È partecipazione alla costruzione di un bene comune concreto.

C’è poi un elemento teologico e pastorale che non va trascurato. Il titolo stesso dell’enciclica, Mater et Magistra, indica un accento molto significativo. La Chiesa si presenta come Madre e Maestra. Non rinuncia a insegnare, perché sarebbe infedele alla missione ricevuta da Cristo. Il suo insegnamento nasce da una maternità. La Chiesa non parla dall’alto di un tribunale freddo, come se il mondo fosse soltanto un imputato da correggere. Si china sulle sofferenze, sulle fatiche, sulle speranze e sulle attese dell’umanità. È Madre perché genera alla vita della grazia, nutre, custodisce, accompagna, si prende cura dell’uomo nella sua interezza. È Maestra perché da questa maternità nasce una guida sapiente, capace di orientare la persona e la società verso la verità.

Questo passaggio è importante anche per comprendere la stagione che sta per aprirsi con il Concilio Vaticano II. Giovanni XXIII non presenta una Chiesa ripiegata su sé stessa, né una Chiesa muta davanti alla modernità. Presenta una Chiesa che abita il tempo con stile pastorale, con attenzione concreta, con desiderio di dialogo e di accompagnamento, senza rinunciare alla verità sull’uomo. La dottrina sociale, in questa prospettiva, non è un’ideologia religiosa aggiunta alle ideologie del mondo. È l’espressione della sollecitudine materna della Chiesa per la dignità della persona, per la giustizia tra i popoli, per la crescita ordinata della società, per un progresso che resti umano.

Con Giovanni XXIII la dottrina sociale della Chiesa assume dunque un respiro più universale: non soltanto fabbrica e salario, anche sviluppo dei popoli, agricoltura, partecipazione, responsabilità internazionale, presenza materna della Chiesa nel mondo contemporaneo.

Questo sviluppo ci aiuta a prepararci alla lettura di Magnifica Humanitas. Pio XI ci ricorda che ogni trasformazione economica e sociale ha bisogno di un ordine morale, perché senza giustizia il potere si concentra e domina. Giovanni XXIII ci ricorda che la questione sociale non resta mai chiusa dentro un solo settore o una sola nazione, perché l’uomo vive dentro relazioni sempre più vaste. Oggi, davanti all’intelligenza artificiale, la domanda si presenta con nuova urgenza: quale ordine morale deve guidare una tecnica capace di attraversare il lavoro, l’economia, la cultura, la comunicazione, la salute, l’educazione e la vita dei popoli?

Il punto resta lo stesso: il progresso non basta a sé stesso. Ha bisogno di verità sull’uomo. Una società più organizzata può diventare più giusta, oppure più oppressiva. Una tecnica più potente può servire la persona, oppure renderla più controllabile. Una maggiore interdipendenza può generare solidarietà, oppure nuove forme di dipendenza. La dottrina sociale della Chiesa nasce proprio per custodire questo discernimento.

Domani proseguiremo il cammino guardando a Paolo VI e Giovanni Paolo II. Vedremo come la dottrina sociale abbia affrontato il tema dello sviluppo integrale, del lavoro umano, della libertà dopo le ideologie e della responsabilità della persona dentro sistemi economici e politici sempre più complessi.

Per chi desidera riprendere il senso generale di questo percorso, lascio qui i link ai post precedenti e successivi:

VERSO MAGNIFICA HUMANITAS – III — Dentro la Rerum Novarum: la questione operaia e la dignità dell’uomo

MAGNIFICA HUMANITAS. Prepararsi a leggere un’enciclica con mente cattolica

VERSO MAGNIFICA HUMANITAS – I – Che cos’è un’enciclica e come leggerla da cattolici

VERSO MAGNIFICA HUMANITAS – II – Che cos’è la dottrina sociale della Chiesa

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