
Oggi il Papa è tornato in Campania a poca distanza dalla sua visita al Santuario di Pompei e alla città di Napoli. Questo ritorno nello stesso territorio ha un significato forte. È come se avesse voluto sostare ancora su una ferita aperta, su un corpo sociale segnato da dolore, bellezza, morte, resistenza, fede e rassegnazione. Acerra non è soltanto un luogo. È un simbolo. È una domanda posta all’Italia intera.
Nel discorso pronunciato in Cattedrale, davanti ai vescovi, al clero, ai religiosi e alle famiglie delle vittime dell’inquinamento ambientale, il Papa ha scelto una pagina biblica impressionante: la visione di Ezechiele nella valle delle ossa aride. Ha citato il profeta: «La mano del Signore fu sopra di me e il Signore mi portò fuori in spirito e mi depose nella pianura che era piena di ossa; mi fece passare accanto a esse da ogni parte. Vidi che erano in grandissima quantità nella distesa della valle e tutte inaridite» (Ez 37,1-2).
Quelle ossa aride non sono solo un’immagine del passato. Sono una diagnosi del presente.
Sono la terra avvelenata. Sono i corpi colpiti dalla malattia. Sono le famiglie che hanno seppellito figli, padri, madri, fratelli. Sono le campagne ferite, le acque contaminate, l’aria resa sospetta. Sono anche le coscienze stanche, prosciugate dalla sensazione che nulla cambi davvero, che i grandi interessi siano troppo forti, che la criminalità abbia radici troppo profonde, che denunciare serva a poco, che resistere significhi restare soli.
Qui si comprende uno dei passaggi più duri e più necessari della parola del Papa. In Piazza Calipari, rivolgendosi ai sindaci e ai fedeli dei comuni della Terra dei Fuochi, Leone XIV ha detto: «C’è sempre una sottile convenienza nella rassegnazione, nei compromessi, nel rimandare le decisioni necessarie e coraggiose. Il fatalismo, il lamento, lo scaricare la colpa sugli altri sono il terreno di coltura dell’illegalità e un principio di desertificazione delle coscienze».
Questa frase dovrebbe scuotere il mondo politico, sociale e anche ecclesiale.
Perché il Papa non denuncia soltanto l’illegalità. Denuncia il terreno in cui l’illegalità cresce. E quel terreno non è fatto solo di criminali, affari sporchi, complicità e poteri deviati. È fatto anche di fatalismo. Di lamento sterile. Di rassegnazione. Di abitudine al male. Di quella frase terribile, così diffusa e così comoda: “Tanto non cambia nulla”.
La Camorra conosce bene questa grammatica della resa. La criminalità organizzata non domina soltanto quando minaccia, corrompe, compra, punisce, uccide. Domina anche quando riesce a convincere un popolo che la giustizia sia impossibile. Domina quando il cittadino onesto comincia a sentirsi ingenuo. Domina quando chi denuncia viene lasciato solo. Domina quando il martirio civile e religioso di tanti testimoni viene celebrato un giorno all’anno e poi neutralizzato dalla vita quotidiana. Domina quando una comunità ammira gli eroi e continua a vivere come se il loro sacrificio non chiedesse nulla.
Questo è il punto più doloroso.
Ci sono stati cittadini, sacerdoti, religiosi, magistrati, giornalisti, amministratori, uomini e donne comuni che hanno combattuto la criminalità e ne hanno pagato il prezzo. Alcuni hanno dato la vita. Altri hanno consumato la propria esistenza in una resistenza quotidiana, meno appariscente e non meno eroica. Eppure la criminalità continua a trarre forza da una rassegnazione diffusa, da una stanchezza collettiva, da una paura che diventa costume, da un senso di impotenza che finisce per diventare alleato del male.
Le ossa aride della Terra dei Fuochi, allora, non sono soltanto le vittime dell’inquinamento. Sono anche la stanchezza di un popolo davanti a una rete di interessi criminali, economici e politici che talvolta appare invincibile. Sono la fatica di chi ha visto troppe promesse tradite. Sono la memoria ferita di chi ha ascoltato troppe parole solenni e ha visto pochi cambiamenti reali. Sono la coscienza di chi sa, soffre, protesta, poi si ritira perché il peso sembra troppo grande.
Il Papa ha rifiutato questa resa.
La domanda di Dio a Ezechiele diventa la domanda rivolta oggi a questa terra: «Figlio dell’uomo, potranno queste ossa rivivere?» (Ez 37,3). Non è una domanda poetica. È una domanda tremenda. Dio non chiede se la situazione sia difficile. Lo sa. Non chiede se la morte abbia lasciato segni profondi. Li mostra al profeta. Chiede se si crede ancora alla possibilità della vita quando tutto sembra ormai inaridito.
Leone XIV ha detto che davanti alla devastazione ci possono essere due atteggiamenti: l’indifferenza o la responsabilità. E ha riconosciuto che questa terra ha scelto la responsabilità, iniziando un cammino di impegno e di ricerca della giustizia.
Qui c’è una parola importante: responsabilità.
Il contrario del fatalismo non è l’ottimismo. L’ottimismo spesso è una vernice allegra sopra una parete marcia, e l’umanità ne ha fatto una raffinata industria. Il contrario del fatalismo è la responsabilità. È decidere che il male non è invincibile. È smettere di aspettare che cambi tutto dall’alto, mentre ciascuno conserva intatti i propri piccoli compromessi. È riconoscere che la legalità non comincia nei comunicati ufficiali, bensì nelle coscienze, nelle famiglie, nelle scuole, nelle parrocchie, nelle imprese, negli uffici pubblici, nei comuni, negli appalti, nei silenzi che si scelgono e nelle parole che finalmente si pronunciano.
Per questo il Papa ha collegato la rinascita della terra alla conversione del cuore. Nel primo discorso ha ricordato la promessa di Dio attraverso Ezechiele: «vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne» (Ez 36,26).
Il cuore di pietra è il cuore del criminale, certo. È il cuore di chi avvelena, lucra, corrompe, minaccia, brucia, nasconde, compra il silenzio, distrugge territori e famiglie per denaro. Sarebbe troppo facile fermarsi qui. Il cuore di pietra è anche il cuore di chi si abitua. Di chi vede e non parla. Di chi sa e preferisce non sapere. Di chi considera normale ciò che normale non è. Di chi trasforma la prudenza in vigliaccheria e poi la chiama realismo. Meravigliosa abilità umana: cambiare nome alle proprie paure e sentirsi persino saggi.
La Terra dei Fuochi chiede bonifiche, giustizia, processi, controlli, responsabilità politiche e amministrative. Tutto questo è necessario. La parola del Papa impedisce però di fermarsi al livello tecnico. Una terra si bonifica davvero quando si bonificano anche le coscienze. Altrimenti il male cambia forma, cambia luogo, cambia linguaggio, e continua a produrre morte.
La criminalità prospera dove trova terreno. E il fatalismo è terreno fertile.
È terreno fertile quando una comunità dice: “È sempre stato così”.
È terreno fertile quando il cittadino pensa: “Non conviene esporsi”.
È terreno fertile quando l’amministratore dice: “Non dipende da me”.
È terreno fertile quando il cristiano pensa: “Io prego, il resto è politica”.
È terreno fertile quando la denuncia resta isolata e non diventa popolo.
Il Papa ha parlato di un “nuovo patto”, di una “memoria operosa”, di uno sguardo diverso, di un impegno educativo. Ha detto una frase molto bella e molto concreta: forse lasciare un mondo migliore ai figli sembra oggi un’ambizione grande, però non deve diventare impossibile lasciare al mondo figli e figlie migliori.
Questa è la radice.
La Camorra teme le forze dell’ordine, quando sono libere e sostenute. Teme la magistratura, quando è messa nelle condizioni di operare. Teme la buona politica, quando non si lascia comprare né intimidire. Teme soprattutto un popolo educato, un popolo non rassegnato, un popolo che non si lascia convincere che il male sia destino.
Un popolo così è più pericoloso di mille discorsi ufficiali.
Leone XIV, ad Acerra, ha consegnato alla Campania e all’Italia una parola pasquale: le ossa possono rivivere. Non perché il male sia piccolo. Non perché la criminalità sia debole. Non perché basti un evento pubblico a cambiare la storia. Le ossa possono rivivere perché Dio può soffiare il suo Spirito dove gli uomini vedono solo morte, e perché quello Spirito chiede uomini e donne capaci di diventare responsabili.
La fede cristiana non benedice la rassegnazione. Non educa al lamento. Non invita a sopportare l’ingiustizia come se fosse volontà di Dio. La fede cristiana guarda la valle delle ossa aride e ascolta la domanda del Signore: “Potranno rivivere?”.
Acerra ci obbliga a rispondere.
Se diciamo che nulla può cambiare, abbiamo già consegnato una parte della vittoria all’illegalità. Se continuiamo a scaricare la colpa solo sugli altri, lasciamo intatta la desertificazione delle coscienze. Se trasformiamo il dolore in memoria senza responsabilità, rendiamo sterile anche il sacrificio di chi ha lottato prima di noi.
La visita del Papa non è stata una parentesi. È stata un appello.
Non basta denunciare la Terra dei Fuochi. Bisogna impedire che la Terra dei Fuochi diventi una mentalità. Non basta piangere i morti. Bisogna combattere ciò che produce morte. Non basta onorare i testimoni. Bisogna raccoglierne il compito.
Le ossa aride possono rivivere. La terra può essere risanata. Un popolo può rialzarsi. La criminalità può essere sconfitta.
A una condizione: che il fatalismo non venga più scambiato per realismo, perché spesso è solo paura che ha imparato a parlare con tono adulto.
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